E’ alto, in buona salute e con i capelli lunghissimi, ma non conosciamo il nome con cui veniva identificato dai membri della sua tribù, quando erano ancora in vita. Il nativo sudamericano delle immagini è infatti l’ultimo sopravvissuto del proprio popolo, isolato dal resto del mondo e condannato a vivere una vita in totale solitudine. Dell’uomo sappiamo che vive da solo da almeno 22 anni, isolato nella regione brasiliana della Rondonia, unico superstite di una tribù che venne trucidata dagli allevatori di bestiame.

Sotto, il volto dell’uomo. Fonte – FUNAI:

E’ di poco tempo fa il video (caricato su Youtube il 18 luglio 2018) in cui si osserva il nativo abbattere un alber0o con un’ascia, un rarissimo documento che mostra l’uomo nel suo ambiente naturale: la giungla amazzonica.

Altair Algayer, coordinatore di Funai (Fundação Nacional do Índio), afferma che:

Sta molto bene, va a caccia e coltiva alcune piantagioni di papaia e mais. Ovviamente è in buona salute facendo tutti quegli esercizi“.

Sotto, il video del nativo:

Numerosissime tribù amazzoniche furono spazzate via dagli allevatori, taglialegna e agricoltori durante gli anni ’70 e ’80. I ricercatori dell’agenzia Funai ritengono che siano ancora presenti 113 tribù non contattate dall’uomo moderno e una che vive fuori dalla giungla. Gli esperti ritengono che il nativo delle immagini appartenesse a una tribù di sei individui, e che gli altri cinque siano stati uccisi dagli allevatori durante gli anni ’90.

Algayer prosegue: “I sopravvissuti di altri gruppi indigeni hanno raccontato di come gli agricoltori gli sparavano alle spalle mentre si impossessavano delle loro terre. Funai ha poi accusato pubblicamente gli allevatori di bestiame per aver trucidato i compagni di questo ultimo sopravvissuto“.

Si conosce pochissimo delle tribù incontaminate. Alcuni gruppi adottano uno stile di vita nomade, rimanendo nello stesso luogo per pochi giorni. Costruiscono abitazioni rudimentali nella foresta per ripararsi per pochi giorni, mentre la maggioranza dei popoli si stabilisce permanentemente in un insediamento, piantando colture per integrare l’apporto di cibo che deriva da caccia e pesca.

L’uomo del video è specificamente protetto dal Funai, anche se egli non comprende l’entità di questo aiuto. Caccia i maiali delle foreste, gli uccelli e le scimmie con arco e frecce, e costruisce delle trappole con buche nascoste piene di pezzi di legno pungenti.

Lui e il suo gruppo erano famosi per scavare delle profonde buche, e la sua amaca è appesa al di sopra di una di queste a casa sua.

I ricercatori del Funai lo identificano come:

L’indigeno della Tana

L’agenzia Funai ha lavorato per estende il terreno riservato all’uomo a circa 8.000 ettari (80 chilometri quadrati) che dovrebbero essergli sufficienti per mantenere il suo stile di vita. Come ulteriore aiuto gli sono state lasciate da alcuni addetti delle armi quali asce e macete, in modo che riesca a districarsi con maggiore facilità nella giungla.

L’uomo ha fatto intendere di non voler aver nulla a che fare con il mondo moderno

Aldayer commenta affermando che: “Capisco la sua decisione, è un segno di resistenza e di odio, conoscendo la sua drammatica storia“. D’altronde, la storia di Ishi, fra le tante, ci testimonia come, probabilmente, la vita dell’uomo fuori dalla giungla sarebbe brevissima.

Nel 2009 alcuni allevatori hanno sparato dei colpi all’uomo tentando di fagli lasciare la sua area protetta, desiderata dai neo-coloni, ma nessuno è stato arrestato. L’agenzia Funai ha sostituito nel 1967 il “Servizio di protezione indiano” SPI, istituito nel 1910, un ente che era nato con il preciso scopo di integrare le popolazioni indigene alla società moderna.

Lo scopo non dichiarato era di appropriarsi delle terre dei nativi

A causa di queste guerre, fra cui quella perpetrata contro gli Awà, le popolazioni indigene sono drasticamente diminuite durante tutto il XX secolo. Una fra le tecniche che utilizzarono le agenzie di inizio ‘900 fu quella di mandare dei missionari malati con raffreddore o influenza, in grado di uccidere i nativi a causa della loro bassissima resistenza. La Funai sta cercando di ribaltare la situazione, e i loro sforzi per lasciare in pace “l’indigeno della tana” sono uno dei tanti esempi da seguire.

Matteo Rubboli
Matteo Rubboli

Sono un editore specializzato nella diffusione della cultura in formato digitale, fondatore di Vanilla Magazine. Non porto la cravatta o capi firmati, e tengo i capelli corti per non doverli pettinare. Non è colpa mia, mi hanno disegnato così...