Nel caveaux di Bankitalia a Roma è custodito un tesoro inestimabile, per la maggior parte mai neppure inventariato.

Ci sono i gioielli e i valori recuperati dal terremoto di Messina 1908 e mai reclamati dagli eredi delle vittime nei 20 anni successivi al sisma, i valori degli ebrei italiani di Salonicco che consegnarono tutto quanto poterono alla Legazione Ungherese per farli pervenire a Roma, dove arrivarono solo nel 1962. Monili e quintali di argenteria di casa Savoia abbandonati con la fuga del Re dopo l’ 8 settembre 1943. Ci sono banconote, monete, oro, pietre preziose, titoli, francobolli, tutto stipato senza essere mai stato catalogato.

E c’è l’oro di Dongo, o almeno quello che ne resta

Con oro di Dongo si intende il tesoro che Mussolini e gli altri gerarchi della RSI, in fuga verso la Svizzera, portavano con loro. Non c’era solo il capitale della Repubblica di Salò, c’erano anche gioielli, preziosi, valuta ed effetti personali. C’erano pure i valori che erano stati sequestrati a Rachele, che cercava di raggiungere la Svizzera con i figli il 26 aprile.

Non le fu permessa l’entrata e venne arrestata dai partigiani. Il 27 aprile 1943 la colonna tedesca e le auto private con i gerarchi e le loro famiglie vennero intercettate e fermate dai partigiani a Dongo.

Camion e auto erano stipate di oggetti preziosi e milioni in valuta italiana e straniera.
Alla colonna tedesca venne concesso di ripartire, ma i tedeschi nella notte fra il 27 e il 28 aprile bruciarono moltissime banconote e buttarono nel fiume Mera l’oro o parte di esso, non si capisce bene perché, mentre 33 milioni di lire in banconote non bruciate vennero consegnate ai partigiani. Era tutto contenuto in 5 valigie che non erano state trovare all’ispezione dei camion.

Il giorno seguente un pescatore ritrovò nel fiume 35 kg di fedi nuziali d’oro, resti dell’Oro alla Patria del 1935. Consegnate, come le banconote, alla 52° brigata Garibaldi, vennero depositate alla Cassa di Risparmio di Domaso, e furono prelevate il 1° maggio per essere consegnate al CVL (Corpo Volontari della Libertà) di Milano, ma se ne persero le tracce.
Quanto ritrovato dai partigiani nei mezzi e nelle perquisizioni personali, fu consegnato da Luigi Canali (il partigiano Neri) della 52-esima Brigata Garibaldi a Giuseppina Tuissi (la staffetta Gianna) per farne l’inventario.

Giuseppina Turrisi:

Finito l’inventario il tutto fu consegnato alla sezione PCI di Como, nella persona di Dante Gorreri. Neri voleva che il tesoro andasse all’erario e cercò di informarsi su come e quando sarebbe stato trasferito, nel frattempo erano spariti l’inventario originale e la copia.

Il 4 maggio Neri venne ucciso e probabilmente buttato nel lago ma il corpo non venne mai ritrovato

Luigi Canali, il capitano Neri:

Gianna il 23 giugno cominciò a fare domande sulla sorte di Neri e del tesoro, venne minacciata e diffidata da Gorreri dal fare altre indagini Lo stesso giorno sparì e diversi testimoni sentirono urla, spari ed un tonfo di qualcosa che cadeva in acqua.

Il suo corpo non venne mai ritrovato

Affiorarono però ai primi di luglio i corpi di Anna Maria Bianchi, amica di Gianna con la quale si era confidata circa i suoi sospetti sui ‘compagnucci’ del PCI, come li aveva definiti, del partigiano Lino (Giuseppe Frangi) uno dei custodi di Mussolini, entrambi uccisi da 2 colpi alla nuca, e la stessa sorte toccò al padre di Anna Maria dopo pochi giorni.

Una parte del tesoro arrivò a Roma, ma era ben poco rispetto a quanto raccolto inizialmente che, pur non esistendo più l’inventario, doveva aggirarsi su una cinquantina di kg d’oro, pietre preziose, più una cifra esorbitante, si parla di miliardi, in banconote italiane e straniere.

Nel 1947 il giornalista De Agazio, direttore del giornale La Meridiana d’Italia, che aveva condotto indagini sulla sparizione del tesoro e le aveva pubblicate, venne ucciso dalla Volante Rossa.

Nel 1949 vennero rinviati a giudizio i presunti responsabili delle uccisioni di Neri, Gianna, Lino e dei Bianchi. Gorreri venne accusato di esserne il mandante, aggiungendo all’accusa anche il peculato per la sparizione del tesoro. Restò in carcere 4 anni finché, eletto deputato nel PCI, si avvalse dell’immunità parlamentare e tornò libero.

Dante Gorreri:

Gli altri imputati andarono a processo nel 1957 (!) , ma a causa di rinvii vari , il tutto cadde in prescrizione.

In molti sostengono che le Botteghe Oscure e altri immobili romani del PCI, furono acquistate con l’oro di Dongo. Fra quello che arrivò allo Stato ci sono pezzi importantissimi, il collare dell’Annunziata di Mussolini, la massima onorificenza concessa dal Re, il cui valore storico supera di gran lunga quello intrinseco. E’ quello in argento che restava al ‘cugino del re’, mentre quello in oro restava proprietà dei Savoia e a loro ritornava alla morte dell’insignito. Ce n’erano solo 20 in tutta Italia e per concedere nuove onorificenze bisognava attendere la morte dei precedenti intestatari.

Ci sono poi i gioielli della Petacci, quelli di Rachele, insieme a onorificenze concesse a Mussolini, e poi orologi, gioielli, lingotti, valuta italiana e straniera, addirittura una serie di plichi che non sono stati mai aperti e dei quali si ignora il contenuto. C’è perfino la tuta che la Petacci indossava al momento dell’arresto, per confondersi con i militari. Sono in totale più di 2000 sacchi di iuta. In realtà era iniziata l’operazione di inventariazione dei beni, ma il pensionamento dell’incaricata fece sospendere tutto.

Nel 2007 è stata fatta un’esposizione dei pezzi più importanti, poi tutto è stato richiuso nei caveaux. E lì continua a giacere nonostante innumerevoli interpellanze per inventariare i pezzi ed esporli in un museo o venderli.

Quello che però manca al malloppo, quello che era sicuramente il vero tesoro dal punto di vista storico, è il carteggio Mussolini-Churchill. Mussolini lo portava in due borse di pelle, circa 10 kg di lettere di Churchill e di veline di quelle di Mussolini e documenti segretissimi. C’era anche il dossier dell’OVRA su Umberto di Savoia, sulla sua attività sessuale. Il materiale fu sommariamente ispezionato dai partigiani, forse non ne venne capita l’importanza, e dopo averlo chiuso in sacchi insieme a documenti sequestrati a Marcello Petacci, venne consegnato al parroco di Gera Lario. Non è chiaro se la parte relativa a Umberto fosse stata già separata per essere consegnata ai partigiani monarchici per farla pervenire a Umberto. Di sicuro però c’era il dossier Churchill.

Tutto il materiale venne fatto pervenire a Gorreri, del PCI di Como, ne vennero fatte copie, e riposto nella cassaforte dell’ufficio. Churchill, non più rieletto, il 2 settembre era sul Lago di Como, in ‘vacanza’ sotto falso nome, insieme ad agenti dei servizi segreti. Gorreri vendette gli originali agli inglesi per 2 milioni e mezzo di lire.

Alcune copie vennero acquistate dai servizi segreti ed altre trafugate dalla cassaforte vennero, pare, fatte pervenire a De Gasperi che le mandò in Svizzera.

Anche Mussolini aveva fatto copie del carteggio, una copia doveva averla Rachele che l’aveva sotterrata in giardino dove venne ritrovata e sparì. Una copia l’ambasciatore giapponese che però la distrusse al momento della resa, una copia il Ministro della RSI Biggini che sostenne di averla lasciata in ufficio al momento della fuga, una copia relativa ad Umberto fu ritrovata nel 1946 e venne consegnata all’interessato, dopo averne inviato copia agli inglesi.

Cosa contenevano quelle 31 lettere di Churchill e altrettante di Mussolini?

Alcuni sostennero che avessero tutte una data anteriore al 10 giugno 1940 e che si riferissero a trattative per non far entrare l’Italia in guerra, in cambio di territori della Francia, che stava per capitolare, come Tunisia e Algeria.

Ma già da maggio l’entrata in guerra dell’Italia era decisa e gli inglesi lo sapevano, ne erano stati informati da Ciano. Ora viene supportata la teoria che Churchill trattasse per una guerra ‘soft’ da parte italiana nei confronti inglesi ed effettivamente l’Italia non li attaccò immediatamente nel Mediterraneo, come sarebbe stato possibile e normale. Qualcosa però successe perché il 12 giugno gli inglesi bombardarono Torino e Genova e l’Italia reagì.

I contatti seguenti, che pare ci furono fino al 1944, sono sconosciuti

Sono tutte ipotesi, certo è che Churchill voleva quelle lettere, temeva che diventassero di dominio pubblico e le voleva a tutti i costi e Mussolini se le teneva ben strette, le più importanti le aveva addosso, ritenendo che consegnandole agli inglesi o agli alleati forse avrebbe potuto trattare e salvare la sua vita. Pare avesse confidato che dentro quelle borse c’era ben più della vittoria dell’Italia. Se la verità è la figlia del tempo, aspettiamo ancora, c’è chi crede che alcune copie siano ancora alla Fondazione Gramsci di Roma.

Giovanna Francesconi
Giovanna Francesconi

Amo la storia, e le storie dietro ad ogni persona o oggetto. Amo le cose antiche e non solo perché ormai ne faccio parte pure io, ma perché la verità è la figlia del tempo.