Il 4 novembre 1922 l’archeologo Howard Carter scopre la tomba quasi inviolata di Tutankhamon, il “faraone fanciullo” morto prima di compiere 20 anni. La sua importanza come sovrano egizio è relativa: viene ricordato per aver messo fine all’eresia amarniana, imposta dal (presunto) padre Akhenaton, ma soprattutto per il “tesoro” trovato all’interno della sua tomba, peraltro approntata in tutta fretta forse per la sua morte improvvisa.

Howard Carter apre il sarcofago di Tutankhamon

Immagine di pubblico dominio

Howard Carter e il finanziatore degli scavi, Lord Carnarvon, entrano nella storia delle scoperte archeologiche (anche per la presunta maledizione del faraone), quando mostrano al mondo le ricchezze contenute nella tomba: il sarcofago d’oro, la maschera funeraria e poi gioielli, scrigni preziosi, vasi d’alabastro e, tra le altre cose, un pettorale che non riscuote un grande interesse da parte di Carter, per la “qualità modesta” dell’oro e forse per il soggetto fin troppo conosciuto: uno scarabeo alato che sorregge una barca con l’occhio di Horus, e i simboli del sole e della luna. Il pettorale viene esposto al Museo del Cairo, ma i visitatori sono attratti da tesori ben più appariscenti.

Il sarcofago d’oro massiccio

Immagine di Hotepibre via Wikipedia – licenza CC BY-SA 2.5

Eppure quel pettorale, o meglio il materiale con il quale è modellato il corpo dello scarabeo, racconta una storia che non ha paragoni con le altre pietre preziose del tesoro.

Anche se in realtà si tratta di vetro di silice, è il suo processo di formazione a rendere interessante la storia del pettorale

Il pettorale con lo scarabeo al centro

Immagine di pubblico dominio

Carter era convinto che lo scarabeo fosse fatto di calcedonio (un quarzo minerale) ma, una decina d’anni dopo la sua scoperta nella Valle dei Re, un geografo britannico trova nelle sabbie del deserto, al confine tra Egitto e Libia, dei piccoli ciottoli di vetro di colore giallo chiaro, che sono straordinariamente simili al materiale usato per il corpo dello scarabeo. Lo studioso suppone che si tratti di quarzi, rimasti sulla sabbia dopo il prosciugamento di un antico lago. Occorre aspettare il 1998, quando il geologo italiano Vincenzo De Michele compie degli studi sullo scarabeo, per scoprire che quel materiale è proprio vetro, per la precisione vetro di silice del deserto libico, un materiale rarissimo, che si può trovare solo in una precisa area, per quanto vasta e remota, del deserto libico, chiamata Grande Mare di Sabbia.

Vetro del deserto libico

Immagine di H. Raab via Wikipedia – licenza CC BY – SA 3.0

Dopo questa scoperta, rimane per molto tempo il mistero sulla formazione di questo vetro in pieno deserto, senza l’ombra di un vulcano vicino e nessun segno di impatto di un meteorite che giustifichino la sua presenza (l’ossidiana e la tectite, ad esempio, sono materiali vetrosi prodotti rispettivamente dalla lava vulcanica e da detriti di meteoriti).

Qualcuno ipotizza che una cometa, entrata nell’atmosfera terrestre, possa essere esplosa in aria sopra il deserto, portando la temperatura intorno ai 2000 gradi, un calore sufficiente a far fondere la sabbia in superficie, che avrebbe formato il vetro del deserto.

Questa ipotesi viene smentita quando si scopre che all’interno del vetro del deserto ci sono dei minuscoli granuli di zircone originati da un minerale estremamente raro, la reidite, che si forma solo a seguito di una pressione fortissima, impossibile da generarsi con un’esplosione in aria. Solo l’impatto di un meteorite, o del nucleo di una cometa, può provocare un’onda d’urto sufficiente a formare la reidite.

Resta da trovare il punto dove quel meteorite, all’incirca 28 milioni di anni fa, si andò a schiantare, e soprattutto rimane il mistero di come il vetro del deserto sia finito nelle mani dell’artigiano egizio che fece il pettorale di Tutankhamon. Si può pensare a qualche carovana che dall’odierna Libia lo abbia portato fino in Egitto, ma non certo come merce di scambio conosciuta: per quel che si sa, solo nel gioiello del faraone fanciullo è stato usato quel rarissimo vetro, misterioso come l’uomo al quale era destinato.

Annalisa Lo Monaco
Annalisa Lo Monaco

Lettrice compulsiva e blogger “per caso”: ho iniziato a scrivere di fatti che da sempre mi appassionano quasi per scommessa, per trasmettere una sana curiosità verso tempi, luoghi, persone e vicende lontane (e non) che possono avere molto da insegnare.