Quel misterioso occhio dai colori cangianti, che dall’immenso deserto del Sahara guarda verso l’universo infinito, se ne sta lì da qualcosa come cento milioni di anni.

E’ la Struttura di Richat, o Guelb el-Richat, conosciuta con il più suggestivo nome di Occhio del Sahara.

Per millenni quell’occhio è rimasto nascosto alla vista degli uomini, anche dopo la sua scoperta, intorno agli anni ’50. Solo dopo l’inizio delle missioni spaziali statunitensi Gemini, e più precisamente nel 1965, è stato possibile ammirare la Struttura di Richat in tutta la sua grandiosità, con i magnifici colori che risplendono nella luce accecante del deserto, nel territorio della Mauritania.

L’Occhio del Sahara, che ha un diametro di circa 40 chilometri, potrebbe essere il segno lasciato dalla caduta di un meteorite milioni di anni fa?

Questa ipotesi è stata presa in considerazione per qualche tempo, ma quella sua formazione a strati, con dislivelli anche di quaranta metri, ha escluso questo tipo di origine.

Oggi si pensa che la Struttura di Richat si sia formata a seguito dei movimenti tettonici che portarono alla separazione dei continenti. L’occhio non sarebbe altro che la gigantesca cupola collassata di strati rocciosi sospinti verso la superficie terrestre.

L’opera di erosione dell’acqua e del vento, durata milioni di anni, ha conferito alla struttura quella forma ad anelli: i diversi tipi di roccia di cui è composta si sono consumati in maniera diversa a seconda della loro durezza.


Questo è ciò che dice la scienza, che ci racconta anche di uomini preistorici che usarono la pietra dell’occhio per farne punte da lancia e altri utensili, all’incirca tra il 15.000 e l’8.000 a.C., quando il Sahara non era un deserto ma un luogo verde ricco di acqua.


Facendo invece volare la fantasia, l’Occhio del Sahara può raccontare altre storie: è forse ciò che resta della mitica Atlantide descritta da Platone, che qualcuno ha talvolta collocato proprio nel deserto del Sahara?

Fantasie, ispirate da quel blu misterioso dell’Occhio e da quei suggestivi cerchi concentrici tanto simili alle descrizioni di Platone. Certamente sì, ma ci piace pensare che possa esserci qualcosa di vero, perché il fascino dell’Occhio del Sahara solletica più le corde dell’immaginazione, influenzata da antichi miti molto di più che il nostro desiderio di verità scientifica.

Tutte le immagini divulgate, dalla NASA, sono di pubblico dominio

Annalisa Lo Monaco
Annalisa Lo Monaco

Lettrice compulsiva e blogger “per caso”: ho iniziato a scrivere di fatti che da sempre mi appassionano quasi per scommessa, per trasmettere una sana curiosità verso tempi, luoghi, persone e vicende lontane (e non) che possono avere molto da insegnare.