Nel Mar Adriatico si trovano le isole Quarnerine, una serie di isolotti di appartenenza della Croazia, fra le quali la più famosa è l’Isola Calva, sede nel secondo dopoguerra del famigerato campo di prigionia del dittatore jugoslavo Tito. L’Isola Calva (in croato Goli otok) si trova a 3,3 chilometri dalla costa croata, dalla quale è separata dal canale della Morlacca. L’isolotto è di piccole dimensioni, una superficie di 4,54 chilometri quadrati, che al momento risulta disabitata. Il nome di Calva deriva dalla sua aridità e dalla vegetazione quasi inesistente.

Un’isola brulla e anonima, come tante nell’Adriatico, se non fosse che dal 1949 al 1989 l’Isola Calva è stata sede di un campo di rieducazione politica voluto dal generale Josip Broz, passato alla storia con il nome di Tito, per isolare i suoi oppositori e convertirli al socialismo jugoslavo.

L’isola Calva, fotografia di Roberta F condivisa con licenza CC-BY SA 3.0 via Wikipedia:

Tito era stato a capo dei partigiani jugoslavi durante l’ingresso della Jugoslavia nella Seconda guerra mondiale a fianco delle forze alleate britanniche, francesi e sovietiche. Concluso il conflitto bellico, nel 1949 il futuro dittatore jugoslavo, definito lo strappo con l’URSS di Stalin con l’inizio del “Periodo Informbiro”, è Primo ministro della Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia sotto la presidenza di Ivan Ribar.

In quell’anno Tito, libero da ogni dovere nei confronti dell’Unione Sovietica e persuaso che sia il momento adatto per rafforzare il suo potere, decide di mettere su un campo di concentramento destinato a ospitare tutti gli oppositori che avrebbero potuto contrastare la sua ascesa allo scranno di Presidente della Repubblica, avvenuta nel 1953, e da lì al ruolo di dittatore del paese.

Sotto, celebrazione del primo Maggio sull’isola di Goli Otok (la fotografia risale probabilmente al 1954). Immagine rubata da un prigioniero negli archivi della polizia di Goli Otok. Per molti anni è stata l’unica testimonianza dell’esistenza del campo di Concentramento sull’isola

All’inconsistente ombra del monte Glavina (il punto più alto dell’isola con i suoi 227 metri sul livello del mare), vicino l’insediamento ora abbandonato di Maslinje, nasce così il campo di prigionia dell’Isola Calva – per gli slavi conosciuta come l’Isola Nuda – un piccolo complesso di costruzioni rettangolari sferzate dal vento e invecchiate dal sole.

Qui il 9 luglio 1949 arriva il primo gruppo di deportati

Non solo oppositori politici, sull’isolotto vengono rinchiusi presunti stalinisti, detenuti politici anticomunisti, cominformisti e criminali comuni, in maggioranza serbi, croati, macedoni e albanesi. Il fine ultimo del campo è quello di rieducare gli oppositori. Tutti sbarcano sull’isola dopo essere passati attraverso dei processi farsa tenuti da giudici vicini a Tito, e vengono costretti a infiniti turni di lavoro sotto la pioggia, il gelo e la bora dell’inverno e al soffocante caldo estivo, cucinati dal sole e asfissiati dall’afa a 40°C.

L’Isola Calva era destinata soltanto ai prigionieri di sesso maschile; le donne, infatti, venivano condotte alla vicina isola di San Gregorio (Sveti Grgur in croato)

I deportati più ingestibili finiscono nel famigerato Reparto 101, chiamato dai detenuti

Il Buco

In questo reparto speciale gli uomini vengono rinchiusi, lasciati senza cibo e senza acqua, costretti solo a lavorare fino allo sfinimento. In molti si suicidano, e i casi di violenza tra detenuti sono all’ordine del giorno. È qui che si registra il più alto numero di morti.

Sotto, Parte delle strutture del lager. Panificio e impianto di riscaldamento su Goli otok, fotografia via Wikipedia:

Non si sa con certezza quanti detenuti giungono sull’Isola Calva: i dati oscillano dalle 16.000 alle 30.000 persone, secondo lo studioso Giacomo Scotti. Le persone che dal campo di concentramento non sarebbero più tornate vive invece vanno dalle 400 alle 4.000, morti in seguito agli stenti, alle torture, alle violenze fisiche. Circa 300 sono stati gli italiani imprigionati nell’isola:

 
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Saranno in 14 a perdere la vita

Per i detenuti sull’isola è praticamente impossibile fuggire, nonostante i poco più di 3 chilometri di distanza dalla costa continentale. Le correnti del canale della Morlacca infatti sono troppo forti e imprevedibili per i potenziali fuggitivi.

Quella che sarà conosciuta anche come l’Alcatraz croata, aveva ospitato prigionieri già durante la Prima guerra mondiale: in quell’occasione era stato l’impero austro-ungarico a confinare qui un buon numero di prigionieri russi.

Rudere del Lager, fotografia di Zoran Kurelić Rabko condivisa con licenza CC BY-SA 3.0 via Wikipedia:

Le attività di rieducazione politica sull’isola durano fino al 1956 quando Tito è ormai Presidente della Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia. Iosif Stalin è morto da tre anni e i rapporti con l’Unione Sovietica si stanno pian piano ricostruendo: l’Isola Calva passa così sotto la giurisdizione della Repubblica Socialista di Croazia.

Il gulag titino viene chiuso definitivamente solo tra il 1988 e il 1989. Da allora l’Isola Calva scivola nell’oblio della storia. Oggi l’isolotto è frequentato soltanto da sparuti gruppi di turisti curiosi di camminare su quella terra arida teatro di tanti orrori durante la dittatura di Tito.

Sulle mostruosità del campo di concentramento dell’Isola Calva sono stati scritti molti saggi e romanzi. Autobiografico è il lavoro di Ligio Zanini (1927-1993), poeta di Rovigno e massimo poeta di lingua istriota; “Martin Muma” (pubblicato nel 1990), è il racconto della prigionia di Zanini nel famigerato gulag jugoslavo.

Ne “L’isola nuda” (Bollati Borighieri, 2008) Dunja Badnjevic racconta l’esperienza del padre Eshref Badnjevic. Giampaolo Pansa è invece autore di “Prigionieri del silenzio” (Sperling & Kupfer, 2011).

Due saggi di Giacomo Scotti raccontano la storia della famigerata Isola Calva: “Goli otok, italiani nel gulag di Tito”, Edizioni Lint, 2002, e “Il gulag in mezzo al mare. Nuove rivelazioni su Goli Otok”, Edizioni Lint, 2012.

Antonio Pagliuso
Antonio Pagliuso

Appassionato di viaggi, libri e cucina, si vede tra vent'anni come un moderno Mattia Pascal; mal che vada ripiegherà sul personaggio di Raskol'nikov. Autore del noir "Gli occhi neri che non guardo più" e ideatore della rassegna culturale "Suicidi letterari".