L’iconografia della Madonna con Bambino trova le sue origini nell’Antico Egitto con Iside e Horus, attraversa la cultura Greca in ambito funerario ed approda in quella Romana come statuetta votiva; trova infine una codificazione in chiave cristiana nel Medioevo Bizantino nel 431 dopo il concilio di Efeso, in cui si ribadiva come Maria fosse madre di Dio e non solo di Gesù.

Le iconografie di quest’epoca rappresentavano la Madonna simbolo della Chiesa e Gesù in braccio, vestito da filosofo, come suo fondatore.

L’intento non è realistico, bensì simbolico e tematicamente declinato in uno stile rigido e innaturale: la Madonna che indica il bambino simboleggia la Chiesa che indica la strada della salvezza attraverso Cristo; la Madonna in trono frontale è simbolo di vittoria; la Madonna che bacia il figlioletto simboleggia invece la sua totale Santità.

Si ha solo a partire dal XIII secolo in Italia una rielaborazione artistica di questa iconografia in chiave più realistica, in cui i fedeli potessero identificarsi, riconoscere il proprio mondo ed i propri sentimenti ed intendere direttamente il messaggio trasmesso.
Le rappresentazioni sono sempre più intime: spesso i personaggi si guardano o si abbracciano. Un’espressione marcata del rapporto intenso ed affettuoso fra Madre e Bambino, che spesso viene rappresentato dal braccio della madre che sostiene il figlio, quasi a simbolo della funzione stessa della mamma.

Emerge come il bambinello sia la rappresentazione suprema dell’inerme, non ha armi per rispondere ed è indifeso rispetto al mondo. E sul bambino inerme si china la madre nel paradigma dell’inclinazione, sporgendosi e pendendo rispetto ad un asse verticale e discostandosi dalla posizione di autonomia ed indipendenza.
Nell’inclinazione si ravvisa la dipendenza dell’esserino sul quale si pende o ci si china, trapela l’angoscia ed il senso di protezione di Maria che sa quale sarà il destino di Gesù, apparso per reggere il peso del mondo ed espiare le colpe collettive.

Scrive infatti A. Cavarero in Inclinazioni: “il nome di un’inclinazione sull’altro o, se si vuole, di una funzione che convoca la responsabilità prevista sulla scena inaugurale di una condizione umana nella quale è l’assolutamente vulnerabile, ossia l’inerme ad assurgere a figura essenziale dell’etica e, prima ancora, dell’ontologia e della politica”. Perché se da un lato la categoria del vulnerabile rimanda alla condizione umana di chi è completamente indifeso, dall’altro lato lo sguardo obliquo della madre sul neonato chiama in causa un altruismo che non è vocazione al martirio per un astratto e generico Altro, ma un altruismo problematico, complesso, aperto all’enigma del possibile: la passione di Cristo.

Nella Madonna Pazzi di Donatello lo spettatore può cogliere queste caratteristiche, potenziate da un’intensità affettiva che nessuno aveva mai osato rappresentare.
L’opera proveniente da Palazzo Pazzi della Congiura in Firenze venne scolpita nel 1425-1430 (ora conservata al BodeMuseum di Berlino) con la tecnica dello “stiacciato” e rappresenta la Madonna che deve mostrare a tutti i fedeli il frutto benedetto del suo seno.
Il rilievo è trattato con straordinario virtuosismo, i panneggi sono morbidi e la linea sensibile, come si vede soprattutto nel perfetto profilo di Maria, si fonde una monumentalità severa, quasi arcaica, ad un’intimità delicata.

Fotografia di pubblico dominio via Wikipedia:

Nella lastra l’artista inquadra la Madonna con il Bambino in un ambiente che è una scatola prospettica, scorretta dal punto di vista di un’ortodossia matematica, poiché sembra suggerire tre punti di fuga differenti, ma che sembra privilegiare una vista dal basso, come di qualcuno che stia inginocchiato davanti all’immagine.

Questa scorrettezza in realtà obbedisce a una logica ben chiara a Donatello:

Stringere lo sguardo dell’osservatore sul centro dell’immagine

È una prospettiva centripeta, che anziché correre verso il punto di fuga, attira senza esitazione verso il cuore del soggetto.

Ed è qui che la libertà di Donatello emerge e riesce a cogliere quell’attimo prima della presentazione al pubblico, come in una fotografia istantanea, quel momento ancora loro in cui una madre guarda il figlio e lo sente suo, in un attimo che si ferma in un abbraccio infinito.

Infonde carne, sangue e amore terreno all’icona senza tempo: la Madonna che fa naso-naso con Gesù. Le fronti che si toccano, gli occhi che si guardano tagliando fuori il mondo esterno e i nasi che si strofinano, il tutto incorniciato da un abbraccio in cui Gesù prende il velo di Maria quasi per gioco.

Una delle opere più attuali e moderne, una rappresentazione che potrebbe appartenere al repertorio di Picasso che nei suoi momenti migliori cercò di dipingere quadri che rendessero l’idea dell’intensità di sguardo di una madre verso suo figlio e viceversa.

Martina Manduca
Martina Manduca

Vivo a Venezia e ho studiato Archeologia medievale tra l’Università di Padova e l’Università di Cordoba in Spagna. Sono appassionata di arte, letteratura e cucina e mi piace scoprire un aspetto nuovo di ognuna di esse viaggiando per il mondo.