Immense ricchezze si nascondono nel sottosuolo del Brasile, paese con un territorio sterminato dove tuttavia la povertà, per un numero enorme di persone, è ancora un’amara realtà.

Nel 17° e 18° secolo fu trovata nel paese una grande quantità d’oro, tanto che si riteneva improbabile la presenza di altri ricchi giacimenti. Poi, si scoprì Serra Pelada: un’area persa nell’interno dello stato del Parà, 400 chilometri più a sud della foce del Rio delle Amazzoni. Lì vicino c’erano solo due villaggi, Curionopolis e Parauapebas, e poi una distesa di terra senza fine.

Nel 1979 un agricoltore, Genésio Ferreira, chiamò un geologo, dopo aver trovato una piccola quantità d’oro nel suo terreno, per scoprire se là sotto ci fosse una fortuna. Nello stesso anno, un bambino del luogo fece la scoperta che scatenò una corsa all’oro: nuotando in un fiume trovò una pepita d’oro del peso di sei grammi.

Come sempre in questi casi, la notizia si sparse più velocemente del vento, e nel giro di una settimana migliaia di persone si riversarono sui terreni di proprietà di Ferreira e in quelli circostanti.

Arrivarono contadini senza terra dagli stati poveri del nord del Brasile, e poi avventurieri di ogni genere, con al seguito l’inevitabile carovana di prostitute. Armati solo di pale e picconi, iniziarono a scavare una gigantesca miniera a cielo aperto: una voragine profonda 120 metri e larga 300, che divenne un microcosmo dove violenza e sfruttamento erano il pane quotidiano, un mondo parallelo estraneo a quello di sopra, un inferno di disperazione e speranza al tempo stesso.

Inizialmente, l’unico modo per arrivare alla Serra Pelada era in aereo o a piedi. I minatori pagavano cifre esorbitanti per farsi portare in automobile dalla città più vicina fino alla fine di una strada sterrata. Da lì dovevano percorrere circa 15 chilometri a piedi per arrivare alla miniera, intorno alla quale sorse una baraccopoli dove gli omicidi erano all’ordine del giorno (60/80 ogni mese restavano irrisolti), e ragazze spesso minorenni si prostituivano per qualche scaglia d’oro, mentre i proprietari delle miniere si arricchivano anche vendendo generi di prima necessità a un costo esorbitante (7 euro per un litro d’acqua, al cambio attuale).

Durante il periodo di maggiore sfruttamento, nella miniera lavoravano circa 100.000 scavatori, chiamati garimpeiros (arrampicatori).

Nell’apparente caos vigeva un’organizzazione ferrea: ogni minatore aveva a disposizione una “fossa” di due metri per tre, mentre gli innumerevoli disperati che portavano in superficie i sacchi del peso di 30/50 chili erano chiamati formigas (formiche), schiavi che si arrampicavano su scale di corda superando un dislivello di circa 400 metri, pagati 20 centesimi per ogni sacco trasportato, con un bonus se conteneva oro.

Tre mesi dopo la scoperta dell’oro, le Forze Armate brasiliane arrivarono a presidiare l’area, per prevenire lo sfruttamento degli operai, almeno per quel che riguardava i prezzi dei beni di consumo, e i conflitti tra minatori e proprietari. Non riuscirono ad arginare invece le violenze e la prostituzione.

Nel 1992 l’enorme cratere iniziò a cedere e alla fine si allagò. Ufficialmente, dalla Serra Pelada sono state estratte circa 45 tonnellate d’oro, ma si stima che il 90% del prezioso metallo trovato sia stato portato via di nascosto, per un valore superiore al miliardo di euro, al prezzo di oggi.

La pepita più grossa ufficialmente scoperta pesava 6.8 Kg, e venne venduta per 108 mila dollari

Nel 1985, il grande fotografo brasiliano Sebastião Salgado andò a Serra Pelada, per aggiungere anche quella testimonianza alla sua documentazione del lavoro manuale nel mondo, poi raccolta nel libro: Workers – La mano dell’uomo.

Quando vide la miniera rimase senza fiato: “Tutti i peli del mio corpo erano dritti. Le piramidi, la storia dell’umanità si è rivelata. Avevo viaggiato fino all’alba del tempo.”

Nessuno meglio di lui è riuscito a descrivere la realtà di Serra Pelada, e anche ciò che si celava dietro quella realtà:

Trascinati dai venti che portano un accenno di fortuna, gli uomini vengono nella miniera d’oro di Serra Pelada. Nessuno viene portato lì con la forza, ma una volta arrivati, tutti diventano schiavi del sogno dell’oro e della necessità di rimanere in vita. Una volta dentro, diventa impossibile andarsene.

Ogni volta che una sezione trova l’oro, gli uomini che portano i carichi di fango e terra hanno, per legge, il diritto di scegliere uno dei sacchi che hanno portato fuori. E dentro possono trovare fortuna e libertà. Così le loro vite sono una sequenza delirante di discese nella vasta buca e di arrampicate verso il bordo della miniera, portando un sacco di terra e la speranza dell’oro.

Chi arriva lì per la prima volta ha la conferma di una visione straordinaria e tormentata dell’animale umano: 50.000 uomini scolpiti dal fango e dai sogni. Tutto ciò che si può udire sono mormorii e grida silenziose, il grattare di pale guidato da mani umane, non un accenno di macchinari. È il suono dell’oro che riecheggia nell’anima dei suoi inseguitori.

Sotto, una scena dal film Powaqqatsi, che viene aperto appunto da un filmato alla Serra Pelada:

Fonte: Enciclopedia Britannica.

Annalisa Lo Monaco
Annalisa Lo Monaco

Lettrice compulsiva e blogger “per caso”: ho iniziato a scrivere di fatti che da sempre mi appassionano quasi per scommessa, per trasmettere una sana curiosità verso tempi, luoghi, persone e vicende lontane (e non) che possono avere molto da insegnare.