“La sorte toglie la sorte da”, è questa la prima frase che viene in mente quando si pensa a Steven Bradbury, oggi ex pattinatore su ghiaccio di Short Track. Questo sport a molti non dirà nulla, è quindi doverosa una premessa per capirne lo svolgimento.

Lo Short Track (letteralmente pista corta) è una specialità del pattinaggio su ghiaccio dove gli atleti sono impegnati in una gara di velocità. Il numero dei partecipanti varia da tre a nove e anche la distanza può variare dai cinquecento ai cinquemila metri. Una caratteristica fondamentale è la mancanza di corsie, che unita a curve molto strette rende frequenti i contatti tra gli atleti.

Ma torniamo al protagonista della nostra storia, il cui nome completo è Steven John Bradbury, come vedremo la sua vita è stata un’alternanza di alti e bassi che hanno del clamoroso. Steven nasce il 14 ottobre 1973 a Camden, una città storica a sud ovest di Sidney, nel Nuovo Galles del Sud.

La sua carriera da pattinatore inizia nel migliore dei modi; con la nazionale australiana vince infatti tre medaglie nella specialità dei 5000 metri staffetta, ai mondiali del 1991 del 1993 e del 1994, rispettivamente d’oro, di bronzo e d’argento.

Sempre nel 1994 arriva anche la sua prima medaglia olimpica, un bronzo ancora nella staffetta 5000 metri alle Olimpiadi Invernali di Lillehammer in Norvegia.

Ma come la sorte ha dato, così è pronta a riprendersi tutto con gli interessi. Tutto accade ai Mondiali di Montréal del 1994 nella prova dei 1500 metri individuali, Steven si gioca tutto all’ultimo giro, lotta fianco a fianco con l’italiano Mirko Vuillermin, all’ultima curva i due però si scontrano accidentalmente, il pattino dell’azzurro nella caduta affonda nella gamba dell’australiano.

Si capisce subito che la situazione è grave, il candido manto della pista ghiacciata si copre velocemente di rosso

Steven è trasportato d’urgenza all’ospedale più vicino, ha l’arteria femorale tranciata, perde ben quattro litri di sangue, sui circa sei che sono in circolo solitamente in una persona adulta, ma i medici riescono ad applicargli centoundici punti di sutura, salvandogli la vita.

Dopo diciotto mesi di riabilitazione Bradbury si dichiarava pronto a riprendere gli allenamenti, ma ancora la sorte decide di tirargli un brutto tiro, nel 2000, infatti, dopo una caduta in allenamento subisce una frattura al collo che lo costringe a portare per un mese e mezzo un collare ortopedico.

Per un’atleta comune questo potrebbe essere il canto del cigno, ma Bradbury non si arrende facilmente e riesce a qualificarsi alle olimpiadi invernali di Salt Lake City del 2002.
Prima dell’avventura olimpica dichiara di avere un sogno, quello di vincere finalmente una medaglia di qualsiasi metallo nell’individuale.

Ma la sua olimpiade inizia subito male, con l’eliminazione nel secondo turno dei 1500 metri.

Steven arranca anche nella specialità dei 1000 metri, non riesce a tenere il passo degli avversari e impietosamente ciò viene rilevato anche dai radiocronisti sportivi. Vince la prima batteria che lo porta ai quarti di finale, dove ci sono dei mostri sacri dello Short Track, arriva terzo dietro lo statunitense Apolo Anton Ohno e il fortissimo canadese Marc Gagnon. Si qualificano solo i primi due, quindi per l’australiano sembra finire qui l’olimpiade, ma la sorte è sempre lì in agguato. Il secondo classificato viene squalificato per irregolarità, Steven a questo punto è inaspettatamente ammesso in semifinale.

Nel turno successivo parte malissimo ed è subito ultimo, tutta la gara rimane in coda e a malapena riesce a stare dietro Kim Dong-Sung, che però alla penultima curva scivola regalandogli una posizione, la quarta, che però non è sufficiente ai fini della qualificazione.

All’ultima curva succede l’incredibile, Mathieu Turcotte e Li Jiajun si ostacolano a vicenda finendo per cadere entrambi, Bradbury rimane in piedi perché staccato e taglia il traguardo come secondo, posizione che gli consente di accedere alla finalissima. Poco dopo la fine della gara i giudici gli danno un’altra gioia, il primo classificato Satoru Terao viene squalificato, pertanto è lui il vincitore della semifinale.

In finale ritrova l’idolo di casa e gran favorito Apolo Ohno, e per gli esperti è quasi scontata la sua vittoria, il meno quotato è proprio Steven Bradbury che parte ancora una volta malissimo ritrovandosi in coda e staccato dal gruppo di testa.

Ad ogni giro il suo distacco cresce, fino a diventare imbarazzante

A due giri dalla fine si danno battaglia in quattro, mentre l’australiano lì in fondo sembra volersi limitare a finire la gara, ma è ancora l’ultima curva a riservare una delle sorprese più impensabili, Jianjun nel tentativo disperato di sorpassare Ohno e aggiudicarsi l’olimpiade di specialità aggancia quest’ultimo e lo trascina a terra, gli altri due atleti che li tallonavano non riescono ad evitarli e cadono anch’essi rovinando contro le recinzioni, Bredbury che con quella mischia non aveva nulla a che fare vista la distanza siderale che aveva accumulato taglia il traguardo tranquillamente sotto gli occhi atterriti e increduli di avversari e telecronisti.

La sorte toglie, la sorte dà

Steven John Bradbury è sul gradino più alto del podio e orgoglioso ascolta risuonare l’inno dell’Australia nel cielo stellato di Salt Lake City. Al termine della premiazione ad un giornalista dirà: “Questa medaglia non è frutto sicuramente della velocità, ma di un decennio di calvario”.

Sotto, il video della finale vinta da Bradbury:

Sotto, un piccolo documentario in italiano racconta la storia di Bradbury: