2 settembre 1944: una squadra di aerei della Marina Militare degli Stati Uniti decolla dalla portaerei San Jacinto per bombardare la piccola isola giapponese di Chichi-Jima, dove c’è una stazione radio che le forze armate alleate vogliono distruggere.

La portaerei leggera San Jacinto

Immagine di pubblico dominio

Ma la contraerea nemica reagisce e i velivoli vengono abbattuti. Nove militari, tra piloti e tecnici di bordo, sopravvivono e vengono catturati dai Giapponesi. Tutti meno uno, un pilota di appena vent’anni che abbandona l’aereo senza riuscire ad avvisare i due membri del suo equipaggio, Ted White e John Delaney, divisi dalla cabina da una lastra metallica, che moriranno nell’impatto. Il ragazzo poi racconterà che l’aereo aveva preso fuoco e che probabilmente sarebbe presto esploso. Lui si lancia sull’ala dell’aereo, e tira la corda del paracadute troppo presto, così sbatte la testa sullo stabilizzatore, ma riesce comunque a scendere in acqua. E’ vivo certo, ma non è ancora la salvezza. Fortuna vuole che il suo aereo sia quello caduto più lontano rispetto all’isola, e quel giovane pilota si aggrappa a una zattera di fortuna, con le navi giapponesi che vogliono catturarlo, mentre gli aerei amici cercano di proteggerlo. Il ragazzo piange, vomita e nuota in quel mare che si è trasformato in un inferno, per quattro ore, finché il sottomarino Finback riesce a trarlo in salvo.

Il sottomarino Finback salva il giovane pilota

Immagine di National Archives and Records Administration – Pubblico Dominio

L’unica cosa che riesce a dire in quel momento è: “Felice di essere a bordo”. Quel giovane pilota di nome George HW Bush, futuro presidente degli Stati Uniti, sopravvive a quello che sarà poi chiamato “l’incidente di Chichi-Jima”.

George HW Bush, pilota nella Marina Militare degli Stati Uniti

Immagine della Marina Militare degli Stati Uniti – Pubblico Dominio

Va molto peggio agli altri, a quelli morti durante l’attacco e, se possibile, agli otto sopravvissuti catturati dai Giapponesi. Vengono tutti decapitati, ma solo dopo aver subito terribili torture.

George Bush (al centro) durante il suo servizio in Marina

Immagine di pubblico dominio

E non finisce lì: a quattro di loro vengono tolti il fegato e i muscoli delle cosce, che finiscono, dopo essere stati cucinati con salsa di soia e verdure, sulle tavole degli ufficiali giapponesi.

E’ il maggiore Sueo Matoba a preparare quel pasto orribile, consumato, tra gli altri, dal generale Yoshio Tachibana, dal contrammiraglio Kunizo Mori, dal capitano  Shizuo Yoshii. Il fegato dei quattro disgraziati verrà poi definito “una prelibatezza” da quei militari giapponesi, che praticano il cannibalismo non per necessità di sopravvivenza, ma per un arcaico rituale evidentemente difficile da sradicare.

Dopo la guerra, questa terribile storia salta fuori durante il processo per crimini di guerra di Guam: vengono indagati trenta soldati, condannati a pene detentive non superiori a otto anni, e quattro ufficiali, che saranno invece giustiziati. Nel diritto militare internazionale non è contemplata la colpa di cannibalismo, e quindi la sentenza viene emessa per omicidio e “impedimento di sepoltura onorevole”.

Rapporti sull’incidente di Chichi-Jima

Immagine via Wikipedia – licenza CC BY-SA 3.0

Immagine via Wikipedia – licenza CC BY-SA 3.0

Talmente forte è il raccapriccio per quegli avvenimenti, che i tutti i documenti relativi a quella storia vengono secretati: nessuno, tantomeno le famiglie dei caduti, deve venirne a conoscenza.

Nemmeno George Bush, presidente degli Stati Uniti dal 1989 al 1993, che scopre la fine fatta dai suoi commilitoni solo nel 2003, quando lo scrittore James Bradley pubblica il libro Flyboys: a True Story of Courage, dove racconta non solo l’incidente di Chichi-Jima, ma anche poco conosciuti retroscena dell’avanzata aerea statunitense in Giappone, come i bombardamenti al napalm su molte città, con migliaia di vittime civili e devastazioni superiori a quelle provocate dalle bombe atomiche di Hiroshima e Nagasaki.

Bradley poi racconterà, in un’intervista a “The Telegraph”, del suo incontro con l’ormai anziano ex presidente: “Ha scosso molto la testa ed è rimasto in silenzio. Non mostrava disgusto, shock o orrore. E’ un veterano di un’altra generazione”.

George HW Bush

Immagine di pubblico dominio

Nonostante questo, anche lui si faceva quelle domande che probabilmente hanno martellato nella testa dei sopravvissuti di tutte le guerre:

“Perché io? Perché sono stato benedetto? Perché sono ancora vivo?”

Interrogativi destinati a rimanere senza risposta.

Annalisa Lo Monaco
Annalisa Lo Monaco

Lettrice compulsiva e blogger “per caso”: ho iniziato a scrivere di fatti che da sempre mi appassionano quasi per scommessa, per trasmettere una sana curiosità verso tempi, luoghi, persone e vicende lontane (e non) che possono avere molto da insegnare.