Tre donne – un’adolescente, una sua zia e la sua cameriera nonché confidente – si ritrovano nel bel mezzo di un evento tragico, venendo separate nel corso del parapiglia e non avendo notizie certe della sopravvivenza o della morte l’una dell’altra: ognuna segnata in maniera differente dalla tragedia, e ognuna con tutto da vincere o da perdere dall’incertezza che si è venuta a creare, le loro vite cambieranno dopo quella notte di fiamme e morte.

Può apparire come il sommario di una serie targata Netflix, ed effettivamente è proprio così: si tratta di Destini in fiamme, un dramma-thriller storico in otto puntate disponibile sulla piattaforma di streaming online, e il cui titolo francese esplicita senza giri di parole l’avvenimento su cui l’intera vicenda si basa: Le Bazar de la Charité.

La storia inventata delle protagoniste fittizie prende infatti le mosse quando le tre sono coinvolte in un evento che sconvolse la Parigi e la Francia della Belle Époque: l’incendio al Bazar de la Charité, in cui persero la vita oltre cento persone – più della metà delle quali erano donne.

Le origini del Bazar de la Charité

L’VIII arrondissement di Parigi, affacciato sulla Senna, ospita i boulevard più lussuosi della città – qui si possono ammirare l’Eliseo, l’Arco di Trionfo dell’Étoile e il ponte Alessandro III; e proprio sull’VIII arrondissement si trova rue Jean-Goujon che, sebbene faccia parte del quartiere degli Champs-Élysées e non sia priva di bellezze architettoniche, non è fra le prime attrazioni che chi visita la città dell’amore vuole ammirare.

Tuttavia, proprio in rue Jean-Goujon, il 6 aprile dell’anno 1897, il comitato responsabile dell’organizzazione del Bazar de la Charité deciderà di ospitare la dodicesima edizione dell’evento.

Il Bazar de la Charité vuoto:

Il Bazar de la Charité fu infatti una manifestazione nata su proposta del finanziere Henry Blount nel 1885 avente lo scopo – come il suo nome esplicita – di vendere prodotti forniti da un consorzio di enti di carità. Le precedenti edizioni erano state ospitate dal 1885 al 1887 in rue du Faubourg-Saint-Honoré, nel 1889 in place Vendôme e nel 1888, e poi dal 1886 al 1896 in rue La Boétie – tutte strade appartenenti all’VIII e al I arrondissement, entrambi quartieri che già alla fine dell’Ottocento erano teatro degli avvenimenti sociali e politici più importanti della Francia, e che ospitavano le dimore dell’alta borghesia e della nobiltà parigina.

Il Bazar fu infatti un evento progettato dalla ricchezza e rivolto a quel ceto sociale che poteva permettersi di spendere ingenti somme di denaro per acquistare oggetti il cui ricavato sarebbe andato alle categorie più svantaggiate; un proposito certamente nobile, ma rivolto a un determinato tipo di clientela, la quale a sua volta era composta principalmente da componenti di sesso femminile.

Coloro che si occupavano di eventi di beneficenza, alla fine dell’Ottocento, erano infatti le donne: fossero esse socialite, nobili, mogli o figlie di ricchi borghesi o appartenenti a ordini religiosi, l’onore e l’onere di dedicarsi alla beneficenza e alle manifestazioni sociali come lo era il Bazar de la Charité – fosse questo scopo dovuto al buon cuore, al mantenimento della façade, alla necessità o all’obbligo di tenere alto il nome del marito e il lustro della famiglia – ricadeva quasi interamente sulle loro spalle.

Il Bazar de la Charité vuoto:

Anche il comitato che si occupò dell’organizzazione del Bazar de la Charité nel 1897 era composto principalmente da donne, fra cui la duchessa d’Uzès, la duchessa di Vendôme – nipote di re Leopoldo II e del re Carlo I di Romania – e la sua madrina, la principessa Sofia Carlotta di Wittelsbach, duchessa d’Alençon, nata duchessa in Baviera e sorella minore dell’imperatrice Elisabetta d’Austria – meglio nota come la principessa Sissi.

Il comitato, presieduto dal barone di Mackau, stabilì quell’anno di ospitare l’evento del Bazar de la Charité ai numeri 15 e 17 di rue Jean-Goujon, in uno spazio messo a disposizione dal banchiere Michel Heine, accanto all’Hôtel du Palais e alla sede del quotidiano La Croix.

La dodicesima edizione del 1897 e il cinematografo

Il Bazar de la Charité avrebbe dovuto avere luogo nel corso di quattro giorni, dal 3 al 6 maggio 1897.

Venne allestito un edificio in legno dove, attraverso due porte a doppio battente, si poteva accedere a una grande stanza centrale dotata di due ale laterali: a sinistra dei piccoli uffici, e a destra una “sala delle signore”. Ogni anno il comitato sceglieva il tema del Bazar, e nel 1897 si optò per il Medioevo: dunque i ventidue banconi di legno allestiti nello stanzone centrale, su cui i visitatori del Bazar de la Charité potevano acquistare oggetti provenienti dalle donazioni degli enti di carità – come libri, gioielli, opere d’arte, vasi,  soprammobili, quadri, ciondoli, pizzi e lingerie –, ed erano intitolati con nomi che evocavano botteghe, locande e taverne di stampo medievaleggiante – come “Il leone d’oro” o “Il gatto con gli stivali” – e disposti e arredati, come tutto l’edificio, in modo da ricalcare un’ipotetica via medievale, con “indicazioni stradali” pittoresche, pavimenti decorati à la trompe-l’oeil, pareti rivestite con edera, fogliame, stoffe, e ornamenti realizzati in legno e cartapesta.

Di fronte alle porte, contro la parete opposta della sala, era inoltre stato allestito un buffet, rifornito da una piccola cucina munita di un cantuccio per i vini.

L’edificio che ospitava il Bazar era lungo 80 metri per una larghezza di 13 metri, a cui si aggiungevano i 15 metri di un cortile interno, nel quale era stato allestito un piccolo locale adibito a ospitare il cinematografo.

Il cinematografo era un’invenzione piuttosto recente per la Belle Époque: inventato dai fratelli Lumière solo due anni prima, nel 1895, aveva sin da subito raggiunto una notevole popolarità, tanto da procurare in breve tempo dei concorrenti ad Auguste e Louis Lumière. In occasione dell’evento, il cinematografo sarebbe stato allestito grazie a un macchinario recante il marchio Joly-Normandin, un concorrente dei Lumière. Per soli cinquanta centesimi di biglietto, nelle quattro serate si sarebbe potuto assistere alla proiezione dei primi film della Storia, come “L’innaffiatore innaffiato”, “L’uscita dalle officine Lumière” e “L’arrivo di un treno alla stazione di La Ciotat”.

La dodicesima edizione del Bazar de la Charité poteva vantare, quell’anno, anche il lusso di avere un’ospite d’onore: si trattava di un membro dello stesso comitato, ovvero la duchessa d’Alençon, Sofia Carlotta di Wittelsbach. Dopo il ricovero in una clinica a causa della depressione di cui soffriva da anni, Sofia Carlotta era divenuta una suora laica ed era entrata a far parte del Terz’ordine di San Domenico con il nome di suor Maria Maddalena, e aveva iniziato a dedicarsi con grande impegno e fervore alle opere di carità.

Sofia Carlotta era presente al Bazar de la Charité con il compito di gestire la vendita a una delle bancarelle, insieme ad altre suore e ragazze poste sotto la sua supervisione; molte delle persone presenti nell’edificio erano religiose appartenenti a ordini come le Figlie della Carità di San Vincenzo de’ Paoli e le Figlie della Croce di Sant’Andrea, che raccoglievano fondi per la beneficenza a poveri, orfani e ammalati, mentre la maggior parte della clientela era composta da mogli di ricchi borghesi e nobili accompagnate dalle loro figlie, figliocce o nipoti o dalle loro cameriere personali.

Sofia Carlotta, duchessa d’Alençon:

Si stima che, poco prima dell’incendio, al Bazar de la Charité fossero presenti circa 1.200 persone.

L’incendio

Nei giorni precedenti l’evento e durante la giornata del 3 maggio, monsieur Victor Bellac, il proiezionista del cinematografo, aveva espresso diverse lamentele a causa dello spazio ristretto in cui avrebbe dovuto lavorare e che a suo dire non permetteva di muoversi agilmente fra i macchinari e non permetteva di vedere bene.

Poco dopo le quattro del pomeriggio del 4 maggio, l’etere nella lampada usata per le proiezioni del cinematografo si esaurì, e monsieur Bellac chiese al suo assistente, Grégoire Bagrachow, di fargli luce per poterla ricaricare. La lampada si trovava dietro una tenda che separava il cinematografo dal resto dell’edificio, ma anziché scostarla, Bagrachow accese un fiammifero.

La fiammella, a contatto con i vapori dell’etere, scatenò immediatamente un incendio

Avvisati dell’inizio dell’incendio, i membri del comitato presenti iniziarono a far evacuare l’edificio cercando di mantenere la calma, mentre Bellac e Bagrachow tentavano di spegnere il fuoco. Ben presto, però, le fiamme divamparono sulla tenda e si propagarono incendiando le stoffe, il legno e la cartapesta delle decorazioni e venendo a contatto con gli alcolici del buffet e della cucina. Il fuoco raggiunse anche la tettoia catramata del Bazar e iniziò a crepitare sul pavimento e sulle pareti, creando delle scie infuocate che presero a consumare velocemente l’edificio.

A questo punto, le persone ancora all’interno del Bazar de la Charité cominciarono a farsi prendere dal panico. L’edificio aveva, oltre alle due porte d’entrata, anche otto uscite d’emergenza che, tuttavia, non erano segnalate e molte delle persone presenti all’interno del Bazar non erano al corrente della loro esistenza; inoltre, era necessario tirare, anziché spingere, sette delle otto uscite di sicurezza affinché si aprissero.

Molte delle persone presenti, prese dal panico, non riuscirono a trovare le uscite e, coloro che vi riuscirono, nell’agitazione non furono in grado di capire come aprirle; il tutto risultò nell’accalcamento di donne – si stima che gli uomini all’interno del Bazar fossero solo una quarantina, per la maggior parte membri del comitato e alcuni clienti – che si ritrovarono ammassate contro delle uscite bloccate dalla calca, mentre le fiamme incedevano sempre di più a causa anche del materiale altamente infiammabile di cui erano fatti l’edificio e gli abiti delle signore del tempo.

In poco meno di dieci minuti, il Bazar de la Charité era completamente bruciato

Il panico si diffuse altrettanto rapidamente, e le persone iniziarono a correre verso le uscite: molte di loro inciamparono e vennero calpestate, mentre altre soffocarono stritolate dalla folla. Il risultato fu che molte uscite vennero bloccate dai cadaveri e dalla calca, intrappolando chi era rimasto all’interno.

Alcune donne che riuscirono a lasciare il Bazar de la Charité per prime corsero a bussare alle case adiacenti per chiedere aiuto. Altre, i cui vestiti avevano preso fuoco, uscirono in strada con i volti e il corpo gravemente ustionati.

Prima pagina de Le Petit Journal con un’immagine dell’incendio al Bazar de la Charité.

Due frati che abitavano in un convento vicino, padre Bailly e padre Ambroise, uscirono e aiutarono a evacuare trenta persone, mentre altre, rimaste intrappolate all’interno dell’edificio, si rifugiarono nel cortile interno circondato da mura. Qui, il cuoco dell’Hôtel du Palais, Gauméry, e la direttrice, madame Roche-Sautier, ruppero una finestra e aiutarono ben centocinquanta persone a mettersi in salvo nell’albergo.

Molti rimasero intrappolati nell’edificio. Il dottor Henri Feulard, che aveva visitato il Bazar insieme alla famiglia, venne separato dalla moglie e rientrò dentro nell’inutile intento di salvare sua figlia di dieci anni: entrambi rimasero vittime così come la baronessa Thérèse Donon, la quale a sua volta era tornata all’interno del Bazar de la Charité credendo che sua nipote, che aveva perso di vista e che era riuscita a scappare attraverso una finestra, fosse ancora dentro.

I resti dell’edificio:

Sofia Carlotta di Wittelsbach rifiutò di lasciare l’edificio, attendendo fino all’ultimo per assicurarsi che tutte le ragazze sotto la sua responsabilità si fossero messe in salvo, così come la contessa Jeanne de Kergolay, la quale, dotata di un fisico robusto, aiutò diverse persone a scappare attraverso una finestra, morendo quando il pavimento cedette sotto i suoi piedi.

I vigili del fuoco giunsero al Bazar de la Charité appena dieci minuti dopo lo scoppio dell’incendio, che tuttavia era già arrivato fino al tetto dell’edificio; il loro intervento fu tempestivo, ma il fuoco si esaurì naturalmente, dopo aver raso al suolo l’intero Bazar.

Conseguenze della tragedia

I corpi ustionati e carbonizzati delle vittime vennero trasportati al Palazzo dell’Industria e delle Belle Arti affinché potessero essere riconosciute dai familiari e si potesse provvedere alla loro sepoltura. Non tutte le vittime perirono a causa dell’incendio: alcune di loro morirono per le ferite e le ustioni all’ospedale di Beaujon, mentre si annoverano anche delle “morti indirette” causate da malori che colpirono due familiari delle persone coinvolte a seguito della notizia.

Tuttavia, il numero dei morti non poté essere stimato fino a dieci giorni dopo, il 14 maggio, poiché molti dei corpi erano talmente carbonizzati da risultare irriconoscibili. Molte delle vittime vennero riconosciute dai resti dei loro abiti o dai gioielli che indossavano: una delle clienti del Bazar, Blanche Grossier, venne identificata solo grazie ad alcuni brandelli del suo abito che non furono consumati dal fuoco.

Altre donne che perirono nell’incendio vennero riconosciute tramite gli oggetti che indossavano: Elise Blonska, una bibliotecaria di origine russa, venne identificata solo grazie al suo corsetto ortopedico, mentre per Jeanne de Kergolay, che tanto si era prodigata per aiutare a salvare più persone possibili, fu necessario l’intervento di suo padre e della governante dei suoi figli, i quali riconobbero la donna grazie ai gioielli che indossava la sera della tragedia.

La viscontessa di Poilloue di Saint-Perier:

Nonostante ciò, non fu possibile identificare tutte le vittime grazie ai loro effetti personali, poiché il fuoco in molti casi aveva carbonizzato tutto ciò che ricopriva i corpi: emblematico è il caso di Claire Dalloyau, il cui corpo fu talmente consumato dalle fiamme da renderlo irriconoscibile anche al marito e ad altri familiari, che necessiteranno di una sentenza del tribunale per decretare la morte della donna.

Marie Hoskier:

Non erano pochi i corpi ridotti come quello di madame Dalloyau: per rendere possibile il loro riconoscimento, il console del Paraguay, Hans Albert, propose di contattare i dentisti delle vittime, affinché confrontassero i loro calchi dentali con le dentature dei cadaveri carbonizzati. Il compito non fu facile, poiché molte delle vittime erano morte con la bocca chiusa e i denti serrati e le fiamme e il fumo avevano annerito e indurito i tegumenti dei volti, ma si rivelò efficace: con questo sistema vennero riconosciute molte donne, fra cui Sofia Carlotta di Wittelsbach, e l’evento decretò la nascita dell’odontologia forense.

Infine, il 14 maggio, Le Petit Journal pubblica il bollettino ufficiale delle vittime: 121 morti, di cui 110 donne

L’incidente fece scalpore nella Francia e nella Parigi della Belle Époque. In particolare, la pubblica opinione si scagliò con diffidenza contro il cinematografo, tanto che l’alta società, a cui appartenevano la maggior parte delle vittime e che dopo l’incidente vedeva con timore quella novità ancora di nicchia che era stata causa dell’incendio, riuscì a sospendere tutte le proiezioni per qualche tempo.

Infine, il cinematografo riprese la sua attività, dovendo però adattarsi a norme di sicurezza create appositamente per evitare il ripetersi d’incidenti come quello del Bazar de la Charité: utilizzo di cabine di proiezione costruite con materiale ignifugo e separate dalla sala degli spettatori, e utilizzo di lampade elettriche al posto delle più infiammabili lampade ossi-etere.

L’incendio al Bazar de la Charité ebbe notevole risonanza anche dal punto di vista politico: infatti, sin da subito i parenti delle vittime e l’opinione pubblica chiesero a gran voce un colpevole. Il presidente del comitato del Bazar, il barone Mackau, venne attaccato dal partito radicale francese e accusato di negligenza, e venne condannato per omicidio colposo insieme a Bellac e Bagrachow: il tribunale li condannò a pagare una multa rispettivamente di 500, 300 e 200 franchi, con l’aggiunta di un anno di reclusione per il proiezionista e di otto mesi per il suo assistente, ma tutt’e tre le pene furono sospese.

Lo stesso giorno della pubblicazione del bollettino ufficiale – il quale poi salirà al numero di 126 vittime – Caroline Rémy, una scrittrice femminista che si firmava con lo pseduonimo di Séverine, pubblica sul quotidiano L’Écho de Paris un articolo dedicato alla tragedia, intitolato

Che cosa hanno fatto gli uomini?

Nell’articolo, Séverine accusa i mariti delle donne rimaste coinvolte nell’incendio e gli altri uomini presenti di averle abbandonate pensando a salvare prima se stessi. Già poco tempo dopo la tragedia, infatti, circolavano voci su come i pochi uomini presenti all’interno del Bazar de la Charité – circa una quarantina – avessero spinto e calpestato le donne pur di raggiungere per primi le uscite e di mettersi in salvo. Lo stesso Henry Blount, organizzatore dell’evento, venne accusato di essersi fatto strada fra la folla a colpi di bastone.

Caroline Rémy (Séverine), Ritratto di Louis Welden Hawkins del 1895:

Queste accuse, tuttavia, non furono mai smentite né confermate, e altri giornali, come Le Gaulois, sottolinearono come gli uomini presenti al Bazar si fossero prodigati per favorire l’evacuazione dei presenti.

Fra i resti del Bazar vennero ritrovati diversi oggetti – spille da lutto, un centesimo fuso dal fuoco, pezzi di anelli e di manici di ombrello, orecchini, pettini, e una collana di perle rotta – che non vennero reclamati, e che furono messi all’asta.

L’8 maggio, il presidente della Repubblica, Félix Faure, partecipò a una messa funebre in memoria delle vittime dell’incendio presso la cattedrale di Notre-Dame. Poco dopo, i familiari delle vittime acquistarono il terreno dove era sorto il Bazar de la Charité e qui vi fecero costruire a titolo commemorativo la cappella di Notre-Dame-de-Consolation, inaugurata il 4 maggio – giorno della tragedia – dell’anno 1900.

Sotto, Cappella Notre-Dame-de-Consolation a Parigi, fotografia di Guilhem Vellut  condivisa con licenza Creative Commons 2.0 via Wikipedia:

Presso il cimitero di Père-Lachaise sorge inoltre il monumento alle vittime del Bazar de la Charité, una sepoltura dedicata a tutte le persone rimaste uccise nell’incendio e che non furono mai identificate.

Monumento nel cimitero di Père-Lachaise dedicato “alle vittime non riconosciute dell’incendio del Bazar de la Charité – 4 maggio 1897”. Fotografia di Asterix93 condivisa con licenza creative Commons via Wikipedia: