Il “Museum of Death” (museo della morte) si trova oggi a Hollywood Boulevard, a Los Angeles, ma la prima sede storica fu a San Diego, sino al 1995. I proprietari JD Healy e Catherine Shultz affermano che il proprio obiettivo è quello di “rendere le persone felici di essere vivi“. Il museo ha la propria sede in quella che fu la Westbeach Records, lo studio in cui i Pink Floyd e altri grandi musicisti registrarono alcuni album storici degli anni ’60 e ’70. Le pareti insonorizzate dello studio annullano completamente il rumore che proviene dall’esterno, immergendo i visitatori in un silenzio irreale.

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Nel 1999, la coppia che è ideatrice dell’esposizione vinse alcuni oggetti di quello che fu il suicidio di massa più famoso degli anni ’90, legato alla Heavens Gate, una setta ufologica che vide, nel 1997, 39 persone suicidarsi, (ne abbiamo parlato nelle citazioni dei serial killer più famosi). Gli oggetti vengono ora tenuti in esposizione sotto teca.

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Uno dei pezzi più celebri del museo è la testa di Henri Landru (noto anche come “Barbablù”), il serial killer francese che seduceva le vedove e bruciava i loro corpi in una stufa di una villa in affitto. Fu giustiziato nel 1921, e in questo articolo potete leggere la storia completa.

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Il materiale storico legato ai serial killer è enorme, un vero e proprio archivio della morte e della malattia mentale.

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Ovviamente non poteva mancare una sedia elettrica, visto anche che siamo in America:

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L’opera di collezione di cimeli legati al mondo del macabro iniziò negli anni ’70, quando Healy e Schultz cominciarono a scrivere delle lettere ai serial killer più famosi chiedendogli delle opere d’arte.

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Il museo è pieno di strumenti e simboli della morte, come ad esempio questa barella.

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E anche di animali impagliati:

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Il museo della morte è visitabile all’indirizzo che trovate nella mappa sottostante, mentre per maggiori informazioni potete trovare il sito ufficiale a questo indirizzo.

Matteo Rubboli
Matteo Rubboli

Sono un editore specializzato nella diffusione della cultura in formato digitale, fondatore di Vanilla Magazine. Non porto la cravatta o capi firmati, e tengo i capelli corti per non doverli pettinare. Non è colpa mia, mi hanno disegnato così...