Quella che segue è una storia che sembra uscita dalla penna di Ken Follett o di qualche altro romanziere di guerra. Invece è successa davvero, a Erto, nelle montagne tra Friuli e Veneto, nell’ultimo autunno della seconda guerra mondiale.  A dimostrazione che la storia è incontrovertibilmente il più grande romanzo mai raccontato.

Scorcio del centro storico di Erto

Immagine di G.F.S. via Wikipedia – licenza CC BY 3.0

Si parte dal ponte del Colomber. Raccontavano che ci volesse il tempo di un’Ave Maria perché il sassolino lanciato dalla sua sommità toccasse il fondo della gola sottostante.

“Ave Maria, piena di grazia…ora e nell’ora della nostra morte, amen”. Subito dopo l’amen dalla fine dell’abisso arrivava un rumore lontano, un plick appena percettibile, come di una goccia caduta in un profondissimo pozzo artesiano.

Il Ponte del Colomber sul Vajont

Immagine di Venet01 via Wikipedia – licenza CC BY-SA 4.0

La valle, che a monte è larga e accogliente come un catino, in quel punto finisce in un collo di bottiglia, una stretta feritoia aperta con pervicacia millenaria dal torrente Vajont nel suo certosino intento di congiungersi al Piave.

Proprio qui, quindici anni dopo, saranno completati la diga e il lago artificiale che, la notte del 9 ottobre 1963, saranno concause di una delle più grandi catastrofi in tempi di pace della storia d’Italia, passato alla storia, appunto, come il “disastro del Vajont”.

La Valle del Vajont dopo la frana

Immagine di Venet01 via Wikipedia -licenza CC BY-SA 4.0

Il ponte del Colomber stava proprio lì, incollato ai due lembi della gola, sospeso su un vuoto vertiginoso. Era, nei primi decenni del Novecento, la principale porta d’accesso alla Val Vajont, e l’unica porta d’accesso al Friuli per chi veniva dal letto del Piave.

In quel freddo e caliginoso ottobre del 1944, l’ultimo e più duro anno di guerra per la gente di quelle montagne, la valle era contesa dalle avanguardie di tedeschi e repubblichini e dai partigiani della Brigata Unificata Ippolito Nievo A, che aveva un comando a Erto e i cui uomini sorvegliavano ponti e gallerie sulla strada che saliva dalla Valcellina e dalla pianura pordenonese. Chiusa quella porta, saldamente presidiati gli altri valichi, ai tedeschi per entrare in forze restava solo lo stretto pertugio del Colomber.

Un’autocolonna di camion e cingolati stava già risalendo la strada Alemagna con l’intenzione di puntare attraverso quella via ad una veloce e risolutiva strafexpedition nella val Vajont.

Erto come appare oggi con il monte Toc sfregiato dalla frana che causò il disastro del Vajont:

Nella luce azzurrognola dell’alba, una donna, infagottata di nero con la testa avvolta in un fazzoletto ed una gerla di fieno sulla schiena, cammina lungo la rotabile che porta al ponte. E’ di corporatura tozza, insolitamente robusta, e procede lenta sotto una gerla stranamente pesante per il suo apparente fardello.

Ci vorrebbe poco a capire che quella donna non è una donna e che sotto il fieno è nascosto ben altro, ma le sentinelle tedesche appostate sulle alture circostanti, mezze ubriache di sonno dopo una notte di veglia, fortunatamente non brillano per acume.

A metà mattina un boato mostruoso lacera l’aria, rimbalzando tra le pareti della valle come una biglia impazzita. Dopo di che, una volta dissoltosi il fumo, mentre un odore acre e sulfureo si sparge all’intorno, del ponte del Colomber non restano che due mozziconi anneriti.

Bambini di Erto fra le due guerre:

Un partigiano, vestito da donna, nelle prime ore del mattino si è avvicinato alla struttura, ne ha individuato la camera di scoppio sotto le arcate e l’ha fatta saltare utilizzando il tritolo.

Ai tedeschi andò il sangue alla testa: risalirono a piedi i sentieri del monte Toc, che da Longarone portano al Vajont, sparando e bruciando sistematicamente ogni stalla e abitazione. Da Pinedo, sulla sponda sinistra della valle, si diressero poi verso Erto, dall’altra parte, scendendo sul greto del torrente e risalendo per i ripidi declivi, con l’intenzione di bruciare il paese.

Neanche un mese prima anche Barcis in Valcellina aveva fatto la stessa fine e i racconti di quella rappresaglia avevano scatenato il terrore tra gli ertani e i cassani.

Don Giusto Pancino, pievano di Erto, che parlava un tedesco quasi impeccabile, andò incontro ai soldati della Wermacht riuscendo a parlare con il colonnello in capo, il quale confermò la propria intenzione di bruciare il paese.

Lo stesso Don Pancino ricorda l’episodio nei suoi diari: “Dopo molto insistere – scrive –  si venne a degli accordi: il comandante tedesco avrebbe risparmiato Erto dalla distruzione se il ponte del Colomber, alto 140 metri e lungo 46 fosse stato ricostruito in 48 ore! Impresa a prima vista irrealizzabile, senza tecnici e senza materiali”.

Il ponte di Erto ricostruito rinforzando il manufatto creato dai bambini e dal prete:

Don Giusto era un personaggio controverso e chiacchieratissimo, malvisto dai partigiani, circondato da un groviglio di illazioni e dicerie. Si raccontava che girasse sempre con la pistola e che in canonica nascondesse una radio ricetrasmittente. Spesso spariva da un giorno all’altro senza dare spiegazioni. Restava fuori per qualche settimana, a volte per un paio di mesi. Qualcuno ipotizzava addirittura che fosse una spia o qualcosa del genere. Era arrivato ad Erto qualche anno prima della guerra, proveniente da Milano, insieme alla sua perpetua, una donna bellissima, mora e sensuale.

Di sicuro non era un prete qualsiasi: aveva amicizie altolocate, era amico dei conti Marzotto, dei Laverda e di altre famiglie importanti. Ma soprattutto pareva fosse molto intimo della famiglia Mussolini ed in particolare di Edda, la figlia del Duce, moglie di Galeazzo Ciano, della quale era confessore e consigliere. Risulta addirittura che fosse stato inviato anche in alcune missioni diplomatiche all’estero, operando per lo stesso Galeazzo Ciano, quando questi era ministro degli esteri del governo Mussolini. Probabilmente la sua designazione ad Erto, imbucato e sconosciuto paesino di montagna, era solo un modo per consentirgli di defilarsi e di continuare a lavorare con maggiore riserbo.

Alto e magro con il naso pronunciato, la fronte alta, era una figura che trasmetteva una naturale autorevolezza. Così se lo ricordano in paese.

Don Giusto si mise a suonare la campana a martello per richiamare i suoi parrocchiani e metterli a conoscenza dei fatti. La gente nel frattempo aveva abbandonato il paese e si era rifugiata in montagna, nascosta nelle malghe o in qualche lantre (grotta). Accorsero quasi solo donne e ragazzini, dato che tutti gli uomini abili al lavoro erano alla macchia, o sotto le armi, o ai lavori obbligatori.

Una delegazione ertana salì a Càs, il paese vicino, a chiedere aiuto, e anche da lì risposero all’appello perlopiù donne e bambini. Sotto la regia di Don Pancino iniziò quindi quell’opera assurda e disperata: ricostruire il ponte in 48 ore. Furono recuperati in giro per la montagna i fili a sbalzo delle teleferiche, che vennero intrecciati per realizzare i tiranti; madri, figli e qualche anziano lavorarono a smantellare solai e stalle  da cui tirar fuori il legno per le traversine, mentre Don Giusto si improvvisava ingegnere. Ma furono i ragazzini più grandi, canais (adolescenti) di 13-14 anni,  un gruppetto di non più di dieci, a fare il lavoro più importante e pericoloso. Abili e spericolati come camosci, sospesi nel vuoto a quasi 140 metri dal suolo, tiravano i cavi d’acciaio da una parte all’altra della valle.

Contro ogni ragionevole pronostico, oltre ogni più ottimistica previsione, il ponte fu completato con molte ore d’anticipo sul termine fissato.

Qualcuno dice addirittura in 11 ore, anche se su questo punto le diverse versioni contrastano

Un tempo comunque sufficiente ai partigiani per ritirarsi in buon ordine scampando all’accerchiamento che i nazifascisti stavano predisponendo, dopo essere riusciti ad arrivare fino a Cimolais.

Il collaudo del ponte fu un altro momento drammatico. L’autista del primo camion tedesco si rifiutava di passare sulla struttura, che oscillava paurosamente sull’abisso: il colonnello dovette minacciarlo puntandogli contro una rivoltella. L’automezzo salì sulle prime assi e tutti, tedeschi e paesani, trattennero il fiato. Il ponte scricchiolò sinistramente, ma resse sia il peso del primo camion che di tutto il resto del convoglio. Quando tutti i mezzi furono passati il colonnello tedesco fece schierare il suo reparto e rese al piccolo manipolo di improvvisati operai l’onore delle armi.

Don Pancino lasciò Erto nel 1947, fu parroco per un paio d’anni a Fanna, quindi a Ragogna ed infine a Vivaro, dove è morto qualche lustro fa. Durante il suo sacerdozio, proprio a Vivaro, fu anche il gestore di una riserva venatoria nella quale – si racconta – si dessero appuntamento nel più stretto anonimato molti nomi eccellenti dell’aristocrazia e dell’alta borghesia italiana. Riunioni di caccia che forse nascondevano anche qualcos’altro: una piccola loggia di potenti che si incontrava ciclicamente per discutere di affari e disegni comuni. Una strana conventicola che decideva ed agiva sotto traccia, della quale Don Pancino era il fidato anfitrione.

Prima di lasciare Erto l’uomo dei misteri non poteva che lasciare in eredità un altro mistero. Voci di paese sostengono che nei turbinosi giorni della Liberazione Don Giusto abbia affidato a un giovanotto ertano, assieme ad alcune armi, anche tre casse dal contenuto segreto con la preghiera che venissero occultate in fretta in un luogo sicuro. Pare che lo spericolato giovane le abbia nascoste in un anfratto inaccessibile su una parete a strapiombo del monte Cornetto.

Ma questa è un’altra storia.

Piergiorgio Grizzo
Piergiorgio Grizzo

Nato a Pordenone nel 1972, è giornalista free lance dal 2003. Collabora con giornali e televisioni. Si interessa e scrive di storia, di viaggi, di vela, di rugby e di boxe. Ha pubblicato libri, biografie o racconti di viaggio, e firmato sceneggiature per documentari. Il suo principale obbiettivo, di questi tempi, è raccontare fatti, luoghi, personaggi e leggende della sua terra, lo shockante e misconosciuto Friuli.