Edward Lorenz, matematico e meteorologo statunitense, nel 1972 tenne una conferenza che come titolo aveva una frase, poi divenuta famosa: “Può, il batter d’ali di una farfalla in Brasile, provocare un tornado in Texas?” E’ la sintesi di quello che viene definito da allora “effetto farfalla”, già anticipato nel 1950 da uno dei più grandi matematici del secolo scorso, Alan Turing, considerato il padre dell’informatica, morto suicida a soli 41 anni per la condanna e le umiliazioni subite in Gran Bretagna a causa della sua omosessualità.

Il cratere del Monte Tambora, in Indonesia

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Certo, l’eruzione del 1815 del vulcano Tambora, in Indonesia, non si può paragonare al leggero battito d’ali di una farfalla: quel 19 aprile del 1815 (anche se già dal giorno 11 erano iniziate le prime esplosioni) si scatenò un inferno venti volte più devastante di quello che distrusse Pompei nel 79 d.C.

Caldera del Monte Tambora

Fonte immagine: Jialiang Gao via Wikimedia Commons- licenza CC BY.SA 3.0

A morire non furono solo le popolazioni della zona circostante, perché l’eruzione proiettò in aria una quantità di cenere capace di oscurare il sole per diversi giorni nell’intera regione, mentre gli effetti più percepibili, come boati e tremori della terra, venivano avvertiti fino a 1600 chilometri di distanza.

Ma non solo: come sempre avviene in casi di eruzioni così potenti, ci fu un cambiamento climatico che provocò l’abbassamento globale delle temperature, con conseguenti carestie che portarono alla morte di migliaia di persone, oltre alle circa 60.000 vittime del catastrofico evento naturale.

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Le ceneri vulcaniche, proiettate negli strati più alti dell’atmosfera, resero il 1816 “l’anno senza estate”, durante il quale il freddo, la neve e il ghiaccio ridussero in ginocchio l’agricoltura nel nord-est degli Stati Uniti e del Nord Europa. Fu durante quella stramba estate che molti abitanti degli Stati Uniti andarono alla conquista dell’Ovest, tentando di sfuggire alla miseria che aveva colpito molti strati della popolazione, mentre in Europa ci furono numerose rivolte per la mancanza di cibo.

Ma prima ancora di quei devastanti effetti, l’eruzione del Tambora potrebbe aver contribuito a cambiare la storia dell’Europa.

Napoleone Bonaparte nel 1814

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Nelle primissime ore del mattino del 18 giugno 1815, Napoleone Bonaparte vagava sotto la pioggia incessante che inzuppava il terreno dove, qualche ora dopo, si sarebbe combattuta la battaglia che avrebbe sancito la sua definitiva sconfitta nei pressi di Waterloo, in Belgio.

Napoleone sul campo di battaglia di Waterloo

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La pioggia ostacolava i piani di Napoleone, che contava molto sull’uso dell’artiglieria pesante per sconfiggere le forze britanniche prima che gli alleati prussiani giungessero in loro aiuto.

Preoccupato dal fatto che il terreno fangoso avrebbe rallentato, se non impedito, l’avanzata dei cannoni, dei cavalli e degli uomini, il generale attese un po’ troppo per lanciare l’attacco. Proprio grazie a quel ritardo, i prussiani del feldmaresciallo Blücher riuscirono ad arrivare a sostegno dei soldati britannici, comandati dal generale Wellington, che stavano avendo la peggio.

Napoleone prima dell’attacco finale contro Wellington

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Secondo Matthew Genge, professore dell’Imperial College di Londra, fu proprio l’eruzione del Tambora a influenzare il clima della lontana Europa: le ceneri proiettate nell’atmosfera avrebbero “cortocircuitato” le correnti elettriche nella ionosfera, dove si formano le nuvole. La ricerca del dott. Genge, pubblicata da The Geological Society of America, espone una teoria secondo la quale, contrariamente a quanto creduto finora, le ceneri vulcaniche sono in grado di raggiungere gli strati più alti dell’atmosfera, creando anomalie meteorologiche in grado di influenzare il clima di tutto il mondo.

Senza dati climatici relativi al 1815, la teoria del professor Genge non è dimostrabile scientificamente, ma il tempo piovoso che afflisse l’Europa nei mesi successivi all’eruzione potrebbe essere spiegato da una straordinaria formazione di nubi, causata dall’alta quota raggiunta dalla cenere vulcanica. Genge poi menziona nella sua ricerca proprio la Battaglia di Waterloo: “Il clima umido in Europa è stato indicato dagli storici come un fattore che contribuì alla sconfitta di Napoleone Bonaparte nella Battaglia di Waterloo”.

Victor Hugo, a proposito della disfatta di Napoleone a Waterloo, nel suo romanzo “I miserabili”, scrisse che “un cielo insolitamente annebbiato era sufficiente a provocare il collasso di un Mondo”. Certo non immaginava che tutto fosse cominciato con un’eruzione vulcanica dall’altra parte della Terra.

Annalisa Lo Monaco
Annalisa Lo Monaco

Lettrice compulsiva e blogger “per caso”: ho iniziato a scrivere di fatti che da sempre mi appassionano quasi per scommessa, per trasmettere una sana curiosità verso tempi, luoghi, persone e vicende lontane (e non) che possono avere molto da insegnare.