L’epitaffio funebre di una ex-schiava racconta la vita sessuale dei Romani

Cinquanta righe di lodi e rimpianto per un lungo e commosso epitaffio funebre in versi, dedicato a una donna romana, presumibilmente nel II d.C: si potrebbe immaginare che quell’ultimo omaggio alla memoria di una persona teneramente amata, piena di qualità e della quale si sentirà la mancanza negli anni venire, sia stato scritto per una virtuosa matrona, o magari per una sacra vergine vestale. E invece no, quel lungo epitaffio è dedicato a una ex-schiava, una liberta, Allia Potestas.

Bella come poche, e operosa come solo una o due altre donne “tra molte”.
“(…) Forte, morigerata, parsimoniosa, irreprensibile, custode fidatissima, curata in casa, fuori casa curata quanto basta, ben nota a tutti, era la sola che potesse badare a tutte le faccende (…) La prima a scendere dal letto, per ultima vi andava a dormire dopo aver posto in ordine ogni cosa (…)”

Insomma Allia, a detta del “patrono”, il padrone che l’aveva liberata, tale Aulo, era un esempio di virtù domestiche.

Ma quell’epitaffio non celebra solo le qualità casalinghe di Allia, certo fondamentali per una donna di epoca romana, indipendentemente dal suo essere libera o schiava. Perché, ricordiamolo, il dovere principale di una sposa era quello di governare bene la casa e crescere figli forti e vigorosi, che potessero servire il padre e la Patria. Pur se molto più libere delle donne greche, le antiche romane sono tenute alla pudicitia, un atteggiamento morale che ha a che fare con la moderazione, la castità e la modestia. Il suo contrario, l’impudicitia, ovvero un comportamento sfrontato e sessualmente promiscuo, non può che generare disastri e disordine sociale.

La donna ideale é quindi univira, di un solo uomo

In realtà Allia Potestas non è la moglie di Aulo ma la sua concubina, e proprio per questo quell’epitaffio è ancora più significativo: le lodi, nella prima parte del testo, sono tutto sommato abbastanza consuete, un riconoscimento di qualità femminili comuni tra le donne romane degne di rispetto.

Aulo poi non si vergogna a dichiarare apertamente il suo amore verso la defunta, che giura di non dimenticare:

“Il patrono (Aulo stesso), a cui non sei mai stata strappata dal cuore, piangendo senza tregua, offre in dono a te, che sei morta, questi versi che crede doni graditi ai defunti,
(il patrono) a cui nessuna donna, dopo di te, sembrò degna. (…) Tuttavia, qualunque valore avranno i miei elogi, a lungo vivrai nei miei versetti”.

Anche questi versi, alla fine dell’epitaffio, sono abbastanza convenzionali (non si può scrivere in un elogio funebre che il defunto verrà dimenticato a una settimana dalla morte…), ma quelli centrali invece lasciano abbastanza stupiti e rivelano il lato piccante della storia. L’uomo rivela, con grande tranquillità, che con Allia Potestas viveva un ménage a trois, lui, lei e un altro uomo:

“Mentre era in vita mantenne l’affetto tra due giovani amanti, cosicché divennero simili all’esempio di Pilade e di Oreste: una sola casa li accoglieva, avevano un’unica anima”.

Il riferimento a Oreste e Pilade (personaggi mitologici dell’antica Grecia, legati da un’amicizia virile che non escludeva un rapporto omosessuale) induce a pensare che tra i due “giovani amanti” di Allia esistesse una relazione amorosa, ma si tratta di speculazioni.

Il fatto che i due uomini non continuino a vivere insieme, “Dopo la sua morte ora quegli stessi invecchiano separati uno dall’altro” lascia intendere che in realtà l’interesse comune fosse costituito solo dalla bella concubina, e dalle descrizioni si può anche capire il perché: “Era di carnagione chiara, con occhi belli e capelli dorati, e mantenne il viso di uno splendore eburneo quale nessuna donna si dice abbia mai avuto, e nel niveo petto aveva piccoli seni”. Grazie ad Aulo sappiamo anche che la donna si depilava scrupolosamente, per mantenere la sua pelle liscia, pur avendo le mani ruvide.

Conosciamo solo questo di Allia Potestas, donna romana che viveva a Perugia, ma la professoressa Mary Beard, storica dell’Università di Cambridge, la considera un personaggio particolarmente significativo per comprendere la vita sessuale dei Romani:

“Se volessi solo un esempio di come le relazioni romane potessero essere torbide, disordinate e confuse come le nostre, prenderei la famiglia di Allia Potestas”, così diversa dai classici esempi “della virtù e della fedeltà romana”.

La ex schiava non è univira, ma d’altronde non è nemmeno una nobile matrona (niente a che vedere con Lucrezia, esempio di virtù), e quella felice vita domestica descritta da Aulo non dura dopo la sua morte.

L’epitaffio di Allia Potestas ha il pregio di raccontare molto, in sole cinquanta righe, della vita quotidiana di una ex schiava, categoria della quale non parla molto la “grande storia”.

Rimane il fatto che a scrivere di lei sia un uomo, mentre certo sarebbe interessante sapere cosa avrebbe avuto da dire la protagonista, come avrebbe descritto la sua vita. Non si può che essere d’accordo con la professoressa Beard: “Non posso fare a meno di chiedermi quale sarebbe stata la versione di Allia Potestas della storia con quei ragazzi”.

Fonte per la traduzione dell’epitaffio, dove si può leggere il testo completo: L’epitaffio di Allia Potestas a cura di Elisabetta Saltelli


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