Quando si dice che in Italia ogni pietra può raccontare della lunghissima e travagliata storia del Paese, sembra un’esagerazione, un vanto eccessivo, un’orgogliosa ed enfatica rivendicazione del nostro ricco passato. Eppure alcuni ritrovamenti casuali sembrano confermare che quella convinzione non è poi così esagerata. E’ il caso, ad esempio, della scoperta dell’antichissima Stele di Nora.

Il quartiere punico a Nora

Immagine di pubblico dominio

Alla fine del 1700 Pula è un piccolo paese dell’estremo sud della Sardegna, che chiude a ovest il Golfo di Cagliari, e sorge nei pressi di Nora, antica città fenicia e poi punico-romana. Nel corso dei secoli, tra le scorrerie dei vandali prima, dei saraceni e dei pirati barbareschi poi, l’area si spopola quasi completamente, anche a seguito dell’epidemia di peste del 1652. Nel 18° secolo il paese però riprende vita, grazie anche alla presenza di una comunità di frati mercedari che favoriscono il ritorno di pastori e contadini.

Nel 1773 un abate domenicano della chiesa di San Raimondo (allora appena fuori dall’abitato di Pula), Giacinto Hintz, individua tra le pietre di un muretto a secco, posto a delimitare la vigna dei frati mercedari, un blocco di arenaria inciso che, a un erudito come lui, appare subito come un’antica epigrafe.

La Stele di Nora

Immagine di Giovanni Dall’Orto via Wikimedia Commons

La stele però rimane lì, in quel muro, ancora per una cinquantina d’anni, finché nel 1830 il generale Alfonso La Marmora, che frequenta spesso quei luoghi, dopo vari studi e rilievi, decide di liberare l’epigrafe e la fa rimuovere.

Da Pula la pietra viene portata al Museo Archeologico di Cagliari, poi studiata a Torino, e quindi riportata al museo sardo. Il canonico e studioso (archeologo, etnologo e linguista) Giovanni Spano, parlando della stele di Nora, racconta che tante delle case di Pula sono costruite con pietre prelevate da Nora, e molte riportano iscrizioni che non saranno mai studiate dagli archeologi.

Immagine di Olaf Tausch via Wikipedia – licenza CC BY 3.0

La stele, ritrovata al di fuori del contesto originale, mai individuato, è di difficile interpretazione e oggetto di studi, sempre discordanti, fin dalla sua scoperta (ancor prima che fosse rimossa dal muretto a secco), anche perché, forse, non è che una parte di un’iscrizione più grande.

L’epigrafe risale a un periodo compreso tra il IX e l’VIII secolo a.C., ed è ritenuta la più antica testimonianza scritta trovata nel Mediterraneo occidentale. I caratteri incisi sulla pietra appartengono all’alfabeto fenicio, quello più antico. Nella stele le parole sono tutte composte da consonanti e dalla sola vocale “a”. L’interpretazione di quelle otto righe, da oltre duecento anni a questa parte, è ancora argomento di dibattito tra gli studiosi, anche perché all’incirca la metà dei caratteri è di difficile lettura, nonostante il tentativo di renderle più chiare con l’uso del colore rosso.

Sono molto diverse le traduzioni fatte, che portano a interpretazioni diverse fra loro: forse si trattava di una commemorazione a ricordo di una spedizione, forse era una celebrazione per una divinità, oppure ancora una stele a ricordo della costruzione di un edificio o della stessa città di Nora.

Immagine di Olaf Tausch via Wikimedia Commons – licenza CC BY 3.0

Secondo alcuni studiosi nella stele si parla di un comandante, Milkaton, che avrebbe fallito una spedizione in Spagna e si sarebbe poi rifugiato in Sardegna. Rimane assolutamente controversa l’indicazione di un luogo, Taršīš, che alcuni identificano con la spagnola Tartessos, altri con Tarsis in Sardegna, e addirittura con Tarso, in Cilicia. La scelta di una località rispetto a un’altra è di fondamentale importanza, perché cambia completamente il contesto: se non di sceglie l’ipotesi di una sconfitta in terra spagnola, si può credere a una testimonianza sulla forzata emigrazione dei Fenici da oriente, Tarso, verso occidente, la Sardegna. Nell’ipotesi che invece la località citata sia la sarda Tarsis, la stele sarebbe la celebrazione di una vittoria fenicia riportata su popolazioni locali.

Le rotte commerciali dei Fenici

Immagine via Wikipedia – licenza CC BY-SA 3.0

Un’interpretazione completamente diversa, vede nella stele la celebrazione di una divinità, o della costruzione di un tempio.

Solo la traduzione di una parola, šrdn, è univocamente accettata: sta per Sardegna, ed è la prima volta che compare quel termine in forma scritta, a designare un territorio e di conseguenza un popolo:

E’ l’origine di un’identità

Dopo, mito e storia si intrecciano, popoli più o meno conosciuti chiamano casa quell’isola, costruiscono monumenti misteriosi, officiano riti arcaici e difendono la loro cultura, contribuendo a rendere la Sardegna quella terra meravigliosa che è, oggi come allora.

Come nota a margine di questo racconto, mi permetto una piccola digressione personale: negli anni ’80, un’amica di Cagliari mi racconta un aneddoto che riallaccio alla considerazione iniziale sulle pietre che ovunque raccontano storie. In un paese dell’entroterra cagliaritano, fuori dal bar dove sono soliti riunirsi i vecchietti, c’è il capitello di un tempio, arrivato chissà quando e come a far da panchina agli avventori. Un giorno si ferma un camioncino dal quale scendono due giovanotti che gentilmente chiedono all’anziano di turno di alzarsi da quel sedile, lo caricano sul loro mezzo e, come niente fosse, se ne vanno con il capitello…

Annalisa Lo Monaco
Annalisa Lo Monaco

Lettrice compulsiva e blogger “per caso”: ho iniziato a scrivere di fatti che da sempre mi appassionano quasi per scommessa, per trasmettere una sana curiosità verso tempi, luoghi, persone e vicende lontane (e non) che possono avere molto da insegnare.