Nella contea di Norfolk, in Inghilterra, si trova un villaggio di milleduecento anime chiamato Stow Bardolph, in cui sorge l’omonima tenuta, acquistata nel 1553 dalla famiglia Hare. Un turista che visitasse Stow Bardolph potrebbe provare il desiderio di entrare nella piccola chiesa del paese dedicata alla Trinità, e forse un occhio attento noterebbe un armadietto di legno in un angolo, con lo sportello chiuso.

La chiesa dall’esterno. Fotografia di Evelyn Simak condivisa con licenza Creative Commons 2.0 via Wikipedia:

Colui che, spinto dalla curiosità, volesse aprire tale armadietto, si troverebbe davanti il viso di cera a grandezza naturale di una gentildonna di mezz’età.

La donna raffigurata è Sarah Hare, la figlia più giovane di Sir Thomas Hare, nata nel 1689, vissuta nubile e morta nell’aprile del 1744 all’età di cinquantacinque anni. All’epoca si disse che la sua morte, causata da una setticemia dovuta alla puntura di un ago da cucito, fosse una punizione divina per aver osato lavorare anche di domenica, giorno dedicato al riposo e al Signore.

Non sono note molte informazioni riguardo Sarah quand’era ancora in vita; sappiamo solo che non era una donna avvenente e che la sua esistenza è stata molto ordinaria. L’unico elemento degno di nota che la riguarda è il suo testamento, scritto nell’agosto del 1743, pochi mesi prima della morte, in cui ha lasciato delle disposizioni piuttosto singolari.

Desidero che sei uomini, tra i poveri della parrocchia di Stow o Wimbotsham, mi seppelliscano e vengano ricompensati con cinque scellini. Desidero che tutti i poveri di Alm Row ricevano due scellini e sei penny a testa davanti alla mia tomba, prima che mi calino sottoterra. […]

Desidero che il mio viso e le mie mani vengano ricreati con la cera e che sia posto un pezzo di velluto cremisi sulla testa come ornamento; voglio che la statua sia posta in una cassa di mogano con un vetro sul davanti, e che sia posizionata vicino al luogo dove il mio corpo riposa; sulla cassa potranno essere inciso il mio nome e la mia data di morte, nel modo più grazioso possibile. Se non riuscissi a compiere tale opera in vita, che almeno venga completata dopo la mia morte“.

L’effigie di cera di Sarah Hare che morì nel 1744. La chiesa dall’esterno. Fotografia di Evelyn Simak condivisa con licenza Creative Commons 2.0 via Wikipedia:

Il testamento, come dimostra l’armadietto nella chiesa di Stow Bardolph, fu rispettato alla lettera. Non si sa se il calco del viso e delle mani sia stato eseguito quando Sarah era in vita o meno, ma la statua, vestita degli abiti di Sarah e col capo coperto da una parrucca scura e riccia e da un drappo rosso, fu effettivamente posta vicino al corpo della donna, all’interno della cappella della famiglia Hare.

L’armadietto che accoglie la statua è di semplice mogano, come richiesto, con una targa di bronzo che riporta la scritta: “Qui giace il corpo di Sarah Hare”.

Molti visitatori sono rimasti colpiti dal mezzobusto della gentildonna, abbastanza realistico da risultare inquietante.

“Hanno fatto bene a chiudere quell’armadietto – quella donna fa paura, con quel viso grasso, sprezzante, pieno di verruche. L’avevo già vista in alcune foto anni fa, quando ne avevo sentito parlare a scuola, ma niente mi avrebbe mai potuto preparare al brivido dell’armadietto che si apriva”, disse un visitatore.

“Ho aperto quello sportello e lei era lì, che mi fissava con quegli occhi inquietanti; l’effige di cera di una donna veramente brutta, coperta di verruche. Quanto doveva essere sconfinato il suo ego?” disse un altro.

In molti si sono chiesti per quale motivo immortalare una figura così poco attraente nella cera. Forse per Sarah quella statua rappresentava un piccolo modo per comprare coi propri mezzi economici l’immortalità che non aveva ottenuto dalla prole, da una buona invenzione o da un grande talento. In effetti il mondo è pieno di statue che ritraggono persone ormai defunte, ma la statua di Sarah è bizzarra e unica in Inghilterra per ben due motivi: il primo riguarda il materiale impiegato, la cera al posto del ben più comune marmo, e il secondo riguarda l’ordinarietà del soggetto; una donna comune, divenuta molto più nota da morta che da viva.

Nel 1987 la statua di Sarah, i suoi abiti e l’armadietto vennero restaurati da Judith Dore e Monica Dance.

“La superficie di cera fu pulita con del sapone delicato per rimuovere lo sporco accumulato. Le crepe sulla testa furono riempite con della stoffa immersa nella cera fusa. Poi fu applicato un leggero strato di colori ad acqua per rendere il tutto più realistico. Per l’abito fu necessario ricorrere all’intervento di un restauratore esperto, perché era davvero in pessime condizioni. L’armadietto che ospitava l’effigie era stato danneggiato dai roditori, che erano riusciti a scavarsi una via d’accesso per poter rosicchiare l’abito.”

Il volto di cera di Sarah sta resistendo al tempo ormai da quasi tre secoli, senza farsi intimorire dai topi o dai visitatori impauriti, tre secoli di immortalità che forse né la bellezza, né il talento, né una famiglia numerosa avrebbero potuto donarle. Anche in questo momento, dietro quell’anta di mogano, gli occhi azzurri di Sarah continuano a specchiarsi nell’eternità della veglia che ha reso immortale una donna comune.