L’assassinio delle sorelle Mirabal da cui nacque la Giornata contro la Violenza sulle Donne

Il 25 novembre, le sorelle Mirabal e l’omaggio alle tante “Mariposa” di libertà
In alcuni paesi nascere donna equivale ad una sentenza di morte. Un proverbio indiano recita che “avere una figlia femmina è come innaffiare il giardino del vicino”: ergo è un peso inutile perché non produce ricchezza, mantenerla rappresenta uno spreco di denaro che impoverisce, dunque meglio farne a meno o usarla come merce di scambio per guadagnarci qualcosa.

In Sudafrica i bambini, “educati” sin da piccoli alla “cultura dello stupro”, non giocano solo a nascondino, ma anche a «stuprami, stuprami», gioco in cui fingono di essere autori o vittime di violenze sessuali.

Ci sono paesi in cui una figlia può essere ammazzata nel sonno dal padre, con la testa tagliata da un machete, per la sola colpa di essere donna: accade in Iran e lo chiamano delitto d’onore (ai sensi dell’art. 220 del vecchio codice penale e dell’art. 301 dell’attuale codice penale islamico).

Ci sono paesi in cui una donna, profetica Cassandra del tragico destino che le pende sul capo, arriva addirittura a pagarsi il funerale appena due settimane prima di essere barbaramente ammazzata, con oltre 30 coltellate, dall’ex compagno: è accaduto in Italia, a Genova, nel 2021.

L’elenco dei paesi in cui si è educati sin da piccoli secondo i dettami del “Chi nasce uomo comanda, chi nasce donna obbedisce” è davvero lungo, ma di certo anche in quei paesi che sembrano essere lontani anni luce, per cultura e tradizioni, da questi ultimi, c’è ancora molta strada da percorrere, nonostante tante conquiste siano state fatte e tanti traguardi siano stati raggiunti.

Se nel mondo la violenza colpisce una donna su tre, altrettanto allarmanti sono i report delle indagini condotte sul territorio nazionale che ci mostrano un volto di certo poco edificante del nostro paese: in Italia, infatti, in media ogni 15 minuti una donna è vittima di violenza nelle sue diverse declinazioni (fisica, verbale, psicologica), con una recrudescenza dei femminicidi che, nei mesi del lockdown, sono lievemente aumentati. Infatti, in un momento storico così delicato come quello attuale, in cui stiamo ancora facendo i conti con la pandemia, anche quello della violenza sulle donne sembra essere un “virus” in ascesa e proliferazione.

Per ricordare le donne vittime di violenza e dare supporto a tutte coloro che si sentono sole, il 17 dicembre 1999 l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, con la risoluzione numero 54/134, ha istituito ufficialmente la Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne. La data designata, il 25 novembre, non è di certo casuale, ma è stata appositamente scelta per celebrare il sacrificio delle sorelle Mirabal, donne fuori dal tempo che, con il proprio coraggio, hanno cambiato la storia del proprio paese, la Repubblica Dominicana.

Patria, Minerva e Maria Teresa vissero negli anni della dittatura di Rafael Leonidas Trujillo (1891-1961), considerata una tra le dittature latine più sanguinose dell’età contemporanea. Le tre sorelle si impegnarono con fermezza nella lotta contro le atrocità del regime, dando vita nel 1960 ad un gruppo politico clandestino, il “Movimento del 14 giugno”, all’interno del quale usarono, come nome in codice, “Las Mariposas” (“Le farfalle”), che divenne, da allora in poi, il loro nome di battaglia.

La casa in cui vissero le sorelle Mirabal nel 1960 è oggi un museo a Salcedo, nella Repubblica Dominicana. Fotografia di The Singularity via Wikipedia licenza CC BY-SA 3.0:

Minerva fu l’anima del movimento: come ha affermato Bélgica Adela Mirabal, l’unica sorella sopravvissuta perché non impegnata attivamente, “durante un’epoca di predominio dei valori tradizionalmente maschili di violenza, repressione e forza bruta, dove la dittatura non era altro se non l’iperbole del maschilismo, in questo mondo maschilista si erse Minerva per dimostrare fino a che punto ed in quale misura il femminile è una forma di dissidenza“. La loro azione di protesta fu talmente incisiva ed efficace da indurre lo stesso dittatore Trujillo ad affermare: “Ho solo due problemi: la Chiesa cattolica e le sorelle Mirabal“.

Rafael Leónidas Trujillo:

Il 25 novembre 1960 le tre sorelle, accompagnate dall’autista Rufino de la Cruz, andarono a far visita in prigione ai loro mariti e, sulla strada del ritorno, caddero in un’imboscata tesa loro dalla polizia segreta (SIM) di Trujllo: portate in una piantagione di canna da zucchero, vennero torturate, uccise a bastonate e strangolate. I loro corpi massacrati vennero poi rimessi nell’auto che, per simulare un incidente, venne fatta precipitare da un dirupo. Avevano rispettivamente 25, 36 e 34 anni. La notizia del brutale assassinio scosse le coscienze e suscitò una tale indignazione che fu tra gli eventi che portarono all’assassinio del dittatore dominicano Rafael Leónidas Trujillo, il 30 maggio del 1961.

Monumento in onore delle sorelle a Ojo de Agua, Salcedo. Fotografia di Ronny Medina via Wikipedia licenza CC BY-SA 4.0:

Le tre sorelle sono diventate un’icona di resistenza e libertà, simbolo della lotta contro la violenza sulle donne. Della loro memoria è stata custode l’unica sorella sopravvissuta, Bélgica Adele, detta Dedé, che probabilmente ha esorcizzato in tal modo il rimorso di non essere morta anche lei insieme alle sue amatissime sorelle: “Sopravvissi per raccontare la loro vita”. E lo fece anche dedicando loro un libro di memorie, “Vivas in su jardin” (1999), le cui pagine sono state definite come “fiori del giardino della casa museo dove rimarranno vive per sempre le mie farfalle”.


Pubblicato

in

da