Quando il 2 luglio del 1940 la nave da crociera britannica Arandora Star, requisita per esigenze belliche, affondò nell’Atlantico silurata da un sommergibile tedesco, una forte ondata di commozione scosse il nostro paese, perché gran parte delle vittime, 476 su 865, erano di nazionalità italiana.

Furono ben 48 i morti nel solo comune di Bardi, presso Parma – tutti uomini che si erano trasferiti prevalentemente nel Galles decenni prima – e 11 le vittime friulane. I caduti, uomini di età compresa tra i 16 ed i 68 anni, provenivano tuttavia un po’ da tutta la penisola, come l’ingegnere napoletano Guido Maiuri, oppure come Cesare Vairo, di Milano, o Stefano Ceresa di Bollengo, in provincia di Torino, o ancora come Giovanni Moretti, della provincia di La Spezia.

Ripercorrere, a distanza di ottanta anni, gli eventi che condussero all’ultima, fatale traversata dell’Arandora Star, equivale a gettar luce su uno degli aspetti meno noti del secondo conflitto mondiale, quello della sorte dei Civili Italiani nel Regno Unito, dopo la dichiarazione di guerra di Mussolini alla Francia e alla Gran Bretagna del 3 giugno del 1940.

Allo scoppio della seconda guerra mondiale quella italiana in Gran Bretagna era una comunità piuttosto numerosa

L’emigrazione dal nostro paese verso l’isola d’oltremanica risaliva addirittura all’epoca imperiale, quando numerosi coloni decisero di trapiantarsi nella Britannia Romana, allettati dalle possibilità di guadagno offerte da quelle terre remote. Italiana era stata una personalità di spicco del Medioevo inglese,  quella del teologo e filosofo Anselmo d’Aosta che, Arcivescovo di Canterbury dal 1093 al 1109, rivestì un ruolo chiave nella lotta per le investiture che vide contrapposti i sovrani d’Inghilterra e il papato.

Sempre nel Medioevo si distinsero per il loro ruolo cruciale nell’economia inglese i finanzieri italiani, la cui influenza è attestata nella toponomastica londinese dalla presenza, nel cuore della City, di  “Lombard Street”, che  deve il suo nome alla concessione da parte di re Edoardo I (1272-1307) del terreno omonimo ai banchieri provenienti dall’Italia settentrionale (allora chiamata genericamente “Lombardia”). Giunti in città dopo l’espulsione degli Ebrei dall’isola, i “Lombardi” non furono sempre visti di buon occhio dalla popolazione, che li considerò a volte stranieri inaffidabili, che si arricchivano ai danni degli Inglesi.

Maggiore stima guadagnò durante il Rinascimento la piccola comunità italiana, cara alle corti dei Tudor, composta da artisti, mercanti e umanisti, che inaugurò una tradizione destinata a durare sino alla fine del Settecento, quella che individuava nell’Inghilterra una delle mete europee preferite dei nostri musicisti e letterati.

Nel XIX secolo la Gran Bretagna restò la  destinazione privilegiata di espatrio di molti intellettuali, spesso perseguitati per ragioni politiche (basti ricordare, a tal proposito,  Ugo Foscolo e Giuseppe Mazzini) mentre dalla seconda metà dell’Ottocento il flusso migratorio mutò completamente fisionomia, divenendo un fenomeno di importanti proporzioni, che interessò soprattutto la manodopera giovanile alla ricerca di una nuova collocazione lavorativa a Londra e nelle grandi città industriali del nord. Certo è che nel 1901 si stimavano già più di 24.000 italiani residenti nel Regno Unito.

L’avvento del Fascismo arrestò il flusso di spostamenti all’estero, ma la Gran Bretagna restò comunque un luogo di rifugio sicuro per molti Ebrei e antifascisti.

Generalmente ben integrata, allo scoppio della seconda guerra mondiale  la comunità italiana presente nel regno di oltremanica soffrì restrizioni e internamenti che colpirono duramente anche coloro che avevano avversato il regime di Mussolini.

La celebre espressione di Winston Churchill “collar the lot”, “metteteli tutti al guinzaglio”, sintetizza molto bene quegli anni di grande incertezza in cui la Gran Bretagna temeva un’invasione tedesca ed entrambi gli schieramenti applicarono l’internamento dei cittadini originari dei paesi nemici come misura preventiva contro lo spionaggio.

Sorpresi dal conflitto in un’isola divenuta improvvisamente sospettosa ed ostile, i Civili Italiani si trovarono così nella scomoda condizione di  stranieri indesiderati nel paese in cui si erano integrati e  in cui avevano, talvolta,  figli che militavano nelle forze armate.

Privati dei diritti civili e politici, si videro spesso confiscare le proprietà

Anche le loro famiglie residenti nelle città britanniche costiere furono oggetto delle misure restrittive adottate dal governo inglese e, costrette a trasferirsi in città, finirono prive di sostentamento e di assistenza, ignare della sorte dei congiunti deportati.

Il paradosso fu che, a differenza dei soldati che, una volta catturati, assunsero lo status di prigionieri di guerra e poterono comunque appellarsi ai diritti riconosciuti dalle Convenzioni internazionali, i Civili Italiani, privi di norme di tutela, furono internati tra il 1940 ed il 1945 in vari paesi (quali Gran Bretagna, Francia, Grecia, Jugoslavia, Unione Sovietica, Stati Uniti e territori coloniali), esposti all’arbitrio dei governi locali.

Molti dei residenti nelle isole britanniche furono internati nell’isola di Man, tra di essi Alfonso Conti, padre dell’attore e regista britannico Tom Conti che, anni dopo, ricostruì il dramma vissuto dalla sua famiglia in quegli anni in un’ intervista alla BBC.

Alfonso Conti fu tra coloro che ritornarono dalla prigionia.

Altri non furono altrettanto fortunati, come i civili presenti sull’Arandora Star, finiti sulla nave in seguito al tentativo britannico di inviare in campi di concentramento in Canada un vasto numero di civili italiani, tedeschi ed austriaci di sesso maschile.

La nave era sovraccarica di prigionieri ammassati nelle cabine, alcuni persino costretti a dormire, per mancanza di spazio, nella sala da ballo. Ridipinta di grigio, la nave non mostrava segni che ne potessero identificare la funzione, ad esempio mancava il simbolo della Croce Rossa. Non a caso l’equipaggio del sottomarino tedesco che l’aveva colpita dichiarò in seguito di essere stato tratto in inganno proprio dalla livrea grigia, che faceva apparire la nave da crociera un mercantile provvisto di armi in dotazione alla marina britannica.

Né all’equipaggio, né agli internati furono impartite istruzioni sulle procedure d’emergenza. Il comandante Otto Burfeind della nave tedesca Adolph Woermann, che era tra i prigionieri, rimase a bordo della Arandora Star per organizzarne l’evacuazione, ma alla fine risultò disperso.

La richiesta di soccorso da parte della nave fu raccolta dal cacciatorpediniere canadese St. Laurent, che riuscì a raccogliere 850 naufraghi, all’incirca la metà delle persone presenti a bordo. Su un totale di circa 800 vittime, 470 erano italiani

Agli internati superstiti non vennero riconosciuti i diritti civili e molti furono deportati nelle colonie britanniche dell’Oceania. I famigliari delle vittime non hanno mai ricevuto scuse ufficiali, né un risarcimento.

Il primo documentario sulla vicenda dell’Arandora Star è stato presentato a Lucca nel 2004, realizzato da una emittente televisiva locale. L’affondamento della nave britannica rappresenta il più tragico evento nella storia della popolazione italiana nel Regno Unito

Nessun’altra comunità italiana nel mondo, infatti, ha sofferto un disastro di simili proporzioni

Tuttavia la condizione degli Italiani, non dissimile da quella di altre comunità sorprese dal conflitto nei territori dello schieramento opposto a quello del proprio paese di origine, come ad esempio quella nipponica negli Stati Uniti, induce ad interrogarci se sia possibile, ricorrendo a leggi internazionali, se non evitare almeno contenere  gli “effetti collaterali della guerra”, le vessazioni e gli abusi, commessi ai danni delle popolazioni civili inermi, colpevoli solo di essere troppo spesso il lato fragile e privo di voce della Storia.

Categorie: Storia

Giovanna Potenza

Giovanna Potenza

Amo scrivere spaziando in ambiti storico-filosofico-letterari. Sono intellettualmente curiosa ed amo confrontarmi con culture diverse, che scopro attraverso i miei viaggi, sebbene la Gran Bretagna rappresenti il mio luogo dell’anima.