I cronisti dell’epoca lo definirono l’Affaire Lafarge. Protagonista del caso, uno dei primi seguiti dalla stampa con resoconti giornalieri, è Marie Lafarge, nobildonna parigina, che nel 1840 viene sospettata di aver mortalmente avvelenato il marito Charles Lafarge e condannata sulla base di prove scientifiche dalla validità perlomeno dubbia.

È il 15 gennaio 1816 quando, al numero 17 di rue de Courcelles, a Parigi, viene alla luce Marie Aimée Fortunée Capelle, figlia di un ufficiale di artiglieria francese, Antoine Laurent Capelle, e di Caroline Fortunée Collard, la quale, si dice, abbia radici addirittura nella famiglia reale francese mediante la nonna, figlia illegittima di Luigi Filippo II di Borbone-Orléans, nobile che appoggiò la Rivoluzione Francese e padre di Luigi Filippo di Francia, Re dei Francesi dal 1830 al 1848.

Marie è una ragazza di bell’aspetto ed elegante nei modi. A 12 anni perde il padre per un incidente di caccia, mentre a 18 rimane orfana anche di madre. Viene adottata dalla zia materna, con la quale non scorre buon sangue, e spedita a studiare negli istituti più prestigiosi di Francia. Marie, ad ogni modo, è in possesso di un ottimo curriculum e un’educazione d’eccellenza, però a 23 anni ancora non riesce a trovare un uomo che voglia prenderla in sposa.

La sua dote, di 90.000 Franchi, è sufficiente ma non adatta al suo status sociale

La ragazza vede le proprie amiche andare in sposa a ricchi gentiluomini, e sviluppa un senso d’invidia notevole nei confronti di queste. A un certo punto, uno zio decide di prendere il ruolo di intermediario. A Marie viene presentato Charles Pouch-Lafarge: l’uomo ha 28 anni, è figlio di un giudice di pace di Vigeois, ma attualmente è pieno di debiti e non sa bene come sbarcare il lunario.

Charles entra in contatto con lo zio di Marie, e si presenta come un imprenditore siderurgico con una buona rendita. Un buon partito per l’aristocratica Marie, un uomo da non lasciarsi sfuggire. Per avvalorare questo suo biglietto da visita l’uomo presenta agli intermediari matrimoniali delle lettere di raccomandazione di un prete e di un deputato locale.

Nonostante al primo incontro Marie trovi la personalità di Charles poco interessante, anzi ne riscontri una tremenda ordinarietà e sia disgustata dal suo aspetto fisico, decide di sposarlo, ingolosita dalla posizione sociale e dal patrimonio del sedicente industriale.

Charles afferma di avere una rendita di 30.000 franchi annui e un patrimonio di oltre 200.000

I due si sposano il 10 agosto 1839, e vanno a vivere al monastero di Le Glandier, di proprietà di Charles. Passano soli tre giorni e Marie, ora divenuta Marie Lafarge, scopre che il patrimonio, la rendita e le tenute tanto decantate dal marito non esistono o se esistono, come nel caso del vecchio monastero dove vanno ad abitare, sono fatiscenti, completamente da ristrutturare e abitate da colonie di topi. Oltretutto i debiti accumulati e ben nascosti da Charles Pouch-Lafarge escono dall’armadio come i proverbiali scheletri.

Sotto, il Monastero in una miniatura d’epoca:

La donna protesta, è arrabbiata con l’uomo e lo prega di stracciare il documento del matrimonio. Minaccia addirittura di uccidersi, di avvelenarsi con l’arsenico…

Il matrimonio d’altronde non è stato consumato. La prima notte Marie si era chiusa a chiave in camera. Charles allora cerca di rimediare alle sue menzogne. Si dà da fare nel lavoro e il suo impegno comincia quasi a far pena alla consorte, che tenta di aiutarlo scrivendo lettere ad amici per trovare dei fondi in modo da coprire parte dei debiti.

Il signor Lafarge inizia a tessere una rete di conoscenze in grado di far cambiare la disastrosa situazione economica. Per un breve periodo si reca a Parigi per affari. Nel mentre mantiene i contatti con la moglie per via epistolare, aggiornandola sullo sviluppo dei suoi affari. Il rapporto sembra intraprendere la retta via.

Un giorno però, in prossimità delle feste natalizie del 1839, Marie gli manda una torta di Natale

L’uomo, tutto felice per il presente ricevuto dalla consorte, ormai persuaso che la pace tra i due sia salda, taglia la torta e ne mangia un pezzo. Non passa molto tempo che il Lafarge comincia ad avvertire delle fitte allo stomaco. Decide però di tornare ugualmente a Le Glandier prima di consultare un medico. Tornato in casa con un piccolo gruzzolo racimolato a Parigi, Marie lo conduce al letto, allarmata dalla sua condizione. Purtroppo le cure della donna non sembrano portar sollievo all’ammalato, anzi, i suoi pranzetti preparati con amore (carne di cervo e tartufo) sono stranamente seguiti da nuovi dolori, sempre più lancinanti.

Il dottor Bardon, al capezzale del Lafarge, diagnostica i sintomi del colera, molto diffuso in quel periodo, e prescrive alla signora Lafarge l’acquisto di alcuni farmaci. La donna, dopo aver annotato le indicazioni del medico, non lo congeda e gli chiede – già che ci siamo – la prescrizione per dell’arsenico; la casa, spiega la donna, sarebbe piena di topi, e questi potrebbero arrecare danno al marito moribondo.

Il dottor Bardon prescrive l’arsenico

Le condizioni di Charles Lafarge peggiorano giorno dopo giorno: alle fitte allo stomaco ora si sono aggiunti crampi alle gambe, nausea e disidratazione della pelle. Un altro medico venuto a visitarlo, il Dottor Massénat, conferma la diagnosi del colera, e gli prescrive dello zabaione insieme ad altri medicinali.

Anna Brun, un’amica dei coniugi Lafarge, segue da vicino la malattia del signor Charles. È spesso al convento e un giorno nota Marie intenta a mescolare una polvere bianca insieme allo zabaione, da servire al marito come da prescrizione medica.

L’ingerimento dello zabaione provoca immediati e forti dolori all’allettato

Anna si insospettisce della curiosa circostanza e, osserva con cura le mosse dell’amica. Il giorno seguente Marie mescola nuovamente quella strana polvere bianca alla zuppa e, quando la mangia, il marito accusa immediatamente atroci dolori. Allarmata dalla situazione Anna decide di avvertire i familiari dell’uomo.

Sotto, della polvere d’Arsenico:

I sospetti si moltiplicano quando il giardiniere della residenza afferma che anche a lui la padrona ha chiesto di comperare dell’arsenico per i topi. I famigliari chiamano un nuovo medico, René de Lespinasse, ma questi fa appena in tempo a visitare Charles Lafarge e a notare degli strani puntini bianchi nel cibo che l’uomo muore.

È il 13 gennaio 1840

Dopo due giorni al monastero Le Glandier arriva il giudice Moran, interpellato dai familiari del defunto per far chiarezza sulla situazione. Il magistrato trova in casa la pasta per topi praticamente intatta e alcuni piatti di zuppa e zabaione che il Lafarge non ha fatto a tempo a consumare.

Sotto, una raffigurazione della scena della morte di Charles:

Moran si rivolge ai medici che avevano assistito il defunto e chiede loro di effettuare un esame sul cadavere con una nuova tecnica in voga a Parigi, il Marsh Test, che riesce a rilevare se nel corpo di una persona siano presenti tracce di quell’arsenico di cui i famigliari del morto non fanno altro che parlare.

Il tentativo è fruttuoso: seppur i medici locali non siano a conoscenza del nuovo tipo di esame, le loro analisi, in un modo o nell’altro, riescono a rinvenire nello stomaco di Charles Lafarge tracce del veleno. Allo stesso modo viene condotta un’analisi sulla pasta all’arsenico indirizzata ai topi e questa rivela invece che di veleno nella pasta non ce ne è neppure l’ombra, ma che si tratta soltanto di acqua e farina.

Chiede inoltre allo speziale che vendeva l’arsenico a Marie: la donna ha comprato l’arsenico “per i topi” da prima di mandare la torta a Parigi

A questo punto quelli che aleggiano sul capo di Marie Lafarge diventano più che voci di corridoio e sospetti di familiari. La donna viene arrestata e condotta al carcere di Brive. Marie è assistita da quattro legali, Charles Lachaud, Maîtres Théodore Bac, Paillet e Desmont quando il 3 settembre entra al tribunale di Tulle per l’inizio del processo.

Prima però la stampa riporta la notizia di un’ombra nel passato di Marie

Prima di incontrare Charles Lafarge, Marie si era recata in visita presso una delle sue compagne di scuola, la Viscontessa di Léautaud. Durante la permanenza, i gioielli della sua amica scomparvero, e il Sûreté fu chiamato a indagare sulla questione. Nonostante tutti i sospetti cadessero su Marie, il visconte ritenne l’accusa troppo improbabile, e le indagini non ebbero seguito.

Tuttavia, sulla scia delle storie dei giornali sull’omicidio, il visconte si ricordò del furto, e chiese una ricerca dei gioielli nella stanza di Marie a Le Glandier. I preziosi furono scoperti nella stanza della donna, alcuni giornali diedero seguito alla cosa e Marie fu indicata come colpevole. Quando tuttavia si svolse il processo, la corte non era del tutto convinta, ma la donna fu comunque condannata a due anni di prigione nella vicina città di Tulle.

Il processo per l’omicidio

Le sue vesti a lutto e lo sguardo addolorato per l’ingiusta accusa vengono raccontate dai giornali, che ormai riportano notizie quotidiane del caso. In Francia non si fa altro che parlare dell’Affaire Lafarge. L’opinione pubblica arde di una passione collettiva che, come spesso accade in questi casi, la divide in due fazioni: colpevolisti e innocentisti.

Uno degli avvocati della donna, il signor Paillet, attacca immediatamente gli esami tossicologici condotti sul corpo del Lafarge, etichettandoli come dilettantistici e quindi non affidabili sulla base di una lettera del tossicologo Mathieu Orfila, suo amico, che ritiene i test eseguiti svolti in modo tanto errato da esser considerati privi di alcun valore.

La richiesta di un riesame viene accolta. Gli incaricati di condurre di nuovo il test per accertare la presenza di arsenico sono due farmacisti di Tulle e un chimico di Limoges. La risposta è chiara:

Nonostante l’uso certosino del Marsh Test, i tre professionisti non riescono a trovare nessuna traccia di arsenico

L’accusa però non ci sta, e il pubblico ministero ordina una nuova autopsia sul corpo di Charles Lafarge, ma anche in questo caso non vengono trovate tracce del veleno. Marie può così sperare nella libertà.

Ma il giudice si ricorda di tutti i sospetti dei famigliari del morto circa le tracce bianche nei pasti che Marie amorevolmente preparava al marito, e così ordina nuove analisi sui cibi di casa Lafarge che erano stati sequestrati in precedenza. Incaricato dell’esame è il tossicologo della lettera precedente, Mathieu Orfila.

Sotto, una vignetta d’epoca mostra i chimici durante il processo:

Lo specialista trascorse un giorno intero a esaminare i resti del cibo e i campioni estratti dal corpo del Lafarge insieme ad altri chimici. Quando Orfila fa il suo ingresso nel tribunale tutti tengono il fiato sospeso.

Il tossicologo annuncia senza ragionevole dubbio che dai suoi esami sono state riscontrate tracce di arsenico “In grado di avvelenare 10 persone”

Il parere di Mathieu Orfila è assunto come definitivo, facendo esultare i colpevolisti e disperare tutti i sostenitori di Marie Lafarge. La donna viene condannata al carcere a vita e ai lavori forzati per l’omicidio del marito Charles Lafarge. Marie si trova nel carcere di Montpellier quando il re Luigi Filippo (come spiegato all’inizio un suo probabile parente alla lontana) la esclude dalla pena dei lavori forzati.

Sotto, Luigi Filippo, re dei Francesi:

In tanti, tra avvocati, medici e liberi cittadini, si espongono chiedendo una revisione del processo, ritenendo la nobildonna vittima di un errore giudiziario, ma i loro sforzi non saranno premiati. In carcere Marie scrive le sue memorie, Madame Lafarge – Dans le silence recueilli de ma prison, pubblicate nel 1841.

Sotto, Marie Lafarge in carcere:

Lascia la prigione nel giugno del 1852 grazie al presidente Napoleone III (Napoleone il piccolo, come veniva identificato da Victor Hugo). Malata di tubercolosi, Marie Lafarge muore il 7 settembre dello stesso anno. Il suo corpo viene sepolto al cimitero di Ornolac-Ussat-les-Bains.

Nel 1937 sul caso Lafarge esce un romanzo dal titolo The Lady and the Arsenic: The life and death of a romantic: Marie Cappelle, Madam Lafarge di Joseph Shearing, uno dei molteplici pseudonimi della scrittrice inglese Margaret Gabrielle Vere Long.

Esce l’anno seguente un film intitolato L’Affaire Lafarge, diretto da Pierre Chenal, con Marcelle Chantal nelle vesti di Marie e Pierre Renoir nei panni di Charles Lafarge.

Tutte le immagini sono di pubblico dominio.

Categorie: Misteri

Antonio Pagliuso

Antonio Pagliuso

Appassionato di viaggi, libri e cucina, si vede tra vent'anni come un moderno Mattia Pascal; mal che vada ripiegherà sul personaggio di Raskol'nikov. Autore del noir "Gli occhi neri che non guardo più" e ideatore della rassegna culturale "Suicidi letterari".