Hugo Jaeger, il fotografo personale di Hitler che aveva accesso diretto agli eventi del leader del Terzo Reich, decise fra il 1939 e il 1940 di documentare la vita delle persone comuni a Kutno, una piccola cittadina della Polonia centrale a circa 70 chilometri da Varsavia. La scelta è insolita perché, come tutti gli altri fotografi, Jaeger era solito documentare eventi atti a glorificare la grandezza della Wehrmacht, della Germania Nazista e dei suoi capi politici.

Le fotografie fecero una tale impressione sul Führer che Hitler dichiarò, dopo aver visto per la prima volta il lavoro di Jaeger:

Il futuro appartiene alla fotografia a colori

Oltre la semplice cronaca degli incessanti viaggi di Hitler, Jaeger documentò anche la macchina brutale del Reich, inclusa l’invasione nazista della Polonia nel 1939. L’area di Kutno divenne amministrativamente parte del Reichsgau Wartheland del Terzo Reich, all’interno del distretto (kreis) omonimo. Nel dicembre 1939 iniziò il reinsediamento secondo le politiche razziali e di pulizia etnica naziste, che miravano a rendere la popolazione di pura razza tedesca. La gente del luogo venne costretta a lasciare le proprie case con 50 Kg di bagaglio e una piccola somma in denaro, venendo allontanati con la forza dalle proprie abitazioni.

Il 15 Giugno 1940 i tedeschi fondarono il Ghetto di Kutno, e l’area dell’ex-zuccherificio (“Hortensja” o “Konstancja”) venne circondata da filo spinato. Il primo giorno ai polacchi fu proibito di lasciare le proprie case, mentre gli ebrei furono costretti a prendere qualche loro oggetto e recarsi nei pressi della fabbrica. I soldati tedeschi, insieme ai membri delle SS, rastrellarono gli ebrei per strada, e 8 mila persone vennero trasferite nell’area produttiva.

Sin dal primo giorno gli ebrei iniziarono a morire, chi di fame chi di malattia. Le razioni di cibo erano assolutamente insufficienti, e il prezzo di un chilo di patate era di 40 fen contro i 5 del resto della città. L’incubo iniziò durante il freddo inverno polacco, quando non gli venne dato nulla per scaldarsi e gli internati iniziarono a bruciare mobili e altri oggetti per non morire assiderati.

Nel 1941, nonostante i già numerosi morti, il ghetto risultava sovraffollato perché venivano continuamente inviati nuovi prigionieri, e quindi fu fondato un nuovo campo di concentramento.

Ogni giorno morivano 10 persone di dissenteria

Il 9 giugno 1941, nell’odierna piazza Wolności, tre uomini polacchi, Kalikst Perkowski, Wilhelm Czernecki e Piotr Sanda, furono giustiziati pubblicamente per aver contrabbandato del cibo da Varsavia. La loro morte doveva servire da lezione, e durante l’esecuzione la presenza di abitanti locali era obbligatoria, inclusa la famiglia dei giustiziati.

Il 19 marzo 1942 il ghetto fu chiuso. Tutti gli ebrei, in ordine alfabetico, furono trasportati a Koło e poi al campo di sterminio di Chełmno, insieme agli ebrei del Ghetto di Łódź. Seimila abitanti di Kutno vennero assassinati nel campo mentre gli anziani amministratori del ghetto furono uccisi direttamente in città. Sterminati gli ebrei, le attività produttive non si fermarono, e fu mantenuto in funzione un campo di lavoro forzato dal gennaio 1942 al gennaio 1945.

 
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Le persone ritratte in questa galleria morirono perlopiù assassinate a Chełmno o per malattia e fame nei mesi successivi alla realizzazione delle immagini. Il 19 gennaio 1945 l’Armata Rossa arrivò a Kutno, ponendo fine all’occupazione tedesca.

Varsavia, Polonia occupata dai nazisti, 1940. I cartelli recitavano: “Area di infezione del Tifo, passaggio consentito solo per il transito” (i tedeschi erano terrorizzati dal Tifo, come spiegato nell’articolo dedicato):

Varsavia, Polonia occupata dai nazisti, nel 1940. Il cartello avverte: “Zona pericolosa, non procedere”:

Sotto, un decano ebreo parla con gli ufficiali tedeschi che stanno radunando gli ebrei di Kutno, 1939:

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Le fotografie sono di pubblico dominio. Fonte: Wikipedia.

Matteo Rubboli
Matteo Rubboli

Sono un editore specializzato nella diffusione della cultura in formato digitale, fondatore di Vanilla Magazine. Non porto la cravatta o capi firmati, e tengo i capelli corti per non doverli pettinare. Non è colpa mia, mi hanno disegnato così...