Katyn 1940: un massacro dimenticato

Il 10 aprile 2010 il presidente polacco Lech Kaczynski insieme alla moglie, ad alte cariche del governo e dell’esercito polacco e a rappresentanti dei parenti delle vittime, in totale 96 persone compreso l’equipaggio, morì nell’incidente aereo del Tupolev 154 precipitato in prossimità dell’aeroporto militare russo di Smolensk. Si stavano recando alla commemorazione del massacro di Katyn, alla quale dovevano partecipare anche rappresentanti russi per chiudere finalmente la triste vicenda, ma la cerimonia venne annullata a causa del disastro.

Il massacro di Katyn è una di quelle pagine di storia sporca, della quale si parla poco.

Tutto cominciò il 23 agosto 1939 quando Germania e Unione Sovietica firmarono il Patto di non aggressione, detto anche Molotov-Ribbentrop, e decisero di spartirsi la Polonia.
La Germania attaccò da ovest il 1° settembre 1939, l’Unione Sovietica da est il 17 settembre 1939.

La firma del trattato Ribbentrop – Molotov

Immagine di pubblico dominio

I prigionieri di guerra, avviati nei campi di detenzione, erano ufficiali e militari dell’esercito, poliziotti, guardie. Quelli catturati dai tedeschi furono poi fra gli organizzatori delle Olimpiadi del 1940 e 1944 nei campi.

Quelli catturati dai russi (230.000 uomini, tra i quali 8.000 ufficiali) vennero suddivisi in vari campi di concentramento a Kozielsk, Storobielsk, Ostachkov, ex monasteri ortodossi trasformati in gulag durante la rivoluzione e controllati dall’NKVD (Commissariato del popolo per gli affari interni, ovvero l’ex Ceka, nata nel 1917 per combattere i nemici del nuovo regime sovietico). Qui erano radunati prevalentemente gli ufficiali, mentre gli altri vennero trasferiti più lontano a Kharkov, Kiev e Minsk.

Sugli ufficiali prigionieri iniziò subito una forma di lavaggio del cervello, con interrogatori, documentari, lezioni, film: un martellamento di propaganda volto a spezzare le radici nazionali, la lingua, la religione, per cercare di sfruttare quelli ritenuti adatti a compiti di spionaggio. I polacchi però resistevano tenacemente e vennero giudicati impermeabili al processo di sovietizzzazione.

Il 5 marzo 1940, il capo dell’NKVD Lavrentij Berija inviò a Stalin il documento 794/B dove proponeva ”la pena di morte per fucilazione di 14.700 polacchi, ufficiali, funzionari, proprietari terrieri, agenti di polizia, detenuti nei tre monasteri, oltre a 11.000 polacchi membri di varie organizzazioni contro-rivoluzionarie di spie e di sabotatori detenuti in altri campi”.

Lo firmarono per approvazione Stalin, Boroscilov, Mikoian e Molotov.

Cominciò la mattanza dei polacchi: 6287 da Ostachkov, 3896 da Storobielsk, 4404 da Kozielsk e 7305 da Kharkov, Kiev e Minsk per un totale di 21882, ma i numeri potrebbero non essere precisi. Il totale dovrebbe aggirarsi intorno alle 25000 vittime. Vennero tutti uccisi con un colpo di pistola alla nuca, di notte nei gulag e di giorno direttamente sopra le fosse appositamente scavate.

Una delle fosse comuni di Katyn – 1943

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In 6 settimane erano tutti morti

La squadra incaricata del massacro era formata da 40 uomini fedelissimi al loro capo Vasily Blokhin, il più feroce addetto alle esecuzioni sommarie, che deteneva il record di uomini uccisi per ora, 2 al minuto.

I prigionieri dovevano credere di essere destinati alla liberazione, nessuno doveva comprendere cosa li aspettava. I polacchi quindi presero con loro tutti i documenti personali, le foto, i ricordi, cosa che si rivelerà molto importante in seguito.

I sovietici erano armati con pistole Nagant, ma per sostenere il ritmo delle esecuzioni – non solo dei polacchi ma anche quelle delle ‘purghe’ che fecero sparire una media di 750.000 persone l’anno – erano necessarie armi più precise e veloci. L’NKVD aveva negli anni ’30 acquistato grossi quantitativi di pistole tedesche Walther PPK e proiettili Geco 7,65 e con queste vennero uccisi i polacchi.

Per evitare imbarazzanti domande e interventi, vennero inoltre arrestati e deportati 65.000 familiari degli ufficiali vittime del massacro.

I corpi vennero sepolti nella foresta di Katyn in fosse comuni, sopra le quali vennero piantati alberi a crescita rapida.

Corpi riesumati dalle fosse nel 1943

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Il 23 giugno 1941 la Germania dichiarò guerra all’Unione Sovietica. Churchill si alleò a Stalin per combattere il nazismo, ma la Gran Bretagna era anche alleata del governo polacco in esilio guidato dal generale Wladyslaw Sikorski, che chiese immediatamente la liberazione dei prigionieri polacchi.

Si incontrarono Churchill, Stalin e Sikorski per mettere a punto la liberazione. Stalin accettò di amnistiare (non liberare… anche se venne frainteso) i prigionieri, e venne liberato il generale Wladyslaw Anders (da 2 anni in mano all’NKVD), autorizzato a formare il Secondo Corpo d’Armata polacco con 75000 soldati polacchi liberati. Questi, dopo esser stati trasferiti in Persia e ripresisi dalla lunga prigionia, combatteranno in Italia con il generale Anders. Il loro intervento a Montecassino e nella seguente liberazione è noto, ma forse dimenticato.

Sikorski e Anders vennero informati che 93.000 prigionieri erano morti durante l’inverno, ma i conti non tornavano, e dove erano gli ufficiali? I sovietici sostennero che forse erano stati catturati dai tedeschi ma tramite la Croce Rossa Internazionale, che controllava i campi di prigionia tedeschi, non risultavano prigionieri polacchi oltre a quelli già detenuti.

Nessuno seppe nulla di cosa poteva essere successo fino al 1943, quando i tedeschi trovarono le fosse comuni di Katyn. Goebbels sfruttò la notizia per la propaganda contro i sovietici, che negarono qualunque coinvolgimento, mentre Anders e Sikowski continuavano a fare pressioni su Churchill per avere chiarimenti.

Fu istituita una commissione di inchiesta di patologi forensi di diverse nazionalità. Se le morti risalivano al 1940 erano stati i russi, se invece risalivano al 1941 erano stati i tedeschi. Anche un patologo italiano, Vincenzo Palmieri, partecipò agli esami dei corpi.

I risultati furono indiscutibili: le morti risalivano a 3 anni prima. L’età degli alberi piantati sulle fosse, i corpi ben conservati grazie al terreno e ancora riconoscibili in quanto quasi mummificati, avevano addosso documenti datati non oltre il 20 aprile 1940. Sui cadaveri c’erano segni di baionette sovietiche molto diverse da quelle tedesche, come sovietiche erano le corde che legavano i prigionieri. Vincenzo Palmieri dichiarò che i risultati erano inconfutabili: le morti risalivano al 1940, ma in seguito, nel dopoguerra, sostenne di essere stato minacciato da esponenti del PCI per dissuaderlo dal diffondere ‘false informazioni’.  Andò peggio al rappresentate polacco della commissione, Roman Martini, che venne ucciso.

Immagine di Saper via Wikimedia Commons – licenza CC BY 3.0

L’unico particolare inspiegabile era rappresentato dai proiettili ritrovati nei corpi, che erano di fabbricazione tedesca. Goebbels, pur sapendo perfettamente che il massacro non era imputabile a loro, non riuscì mai a convincere la comunità internazionale, già largamente ostile alla Germania, e in molti considerarono quella carneficina opera dei nazisti.

I sovietici ne approfittarono e cercarono di dimostrarlo con falsi documenti datati 1941, dichiarando che le uccisioni risalivano al mese di agosto, ma era già stato notato dalla commissione che i prigionieri indossavano abiti invernali e la mancanza di insetti smentiva un’uccisione estiva.

Non c’erano dubbi che fosse opera dei sovietici, lo sapevano anche Churchill e Roosevelt, ma tutto venne messo a tacere. I risultati delle Commissioni di Inchiesta del 1943 vennero secretati. Churchill, in una lettera al ministro degli esteri Anthony Eden scrisse che ”la vicenda non è di importanza pratica e non si deve continuare patologicamente a girare intorno alle tombe vecchie di tre anni presso Smolensk’.

Immagine di Andrzej Sołyga via Wikimedia Commons – licenza CC BY-SA 4.0

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Roosevelt invece proibì al responsabile degli affari balcanici, George Earle, di rendere noti i risultati, dichiarando che si trattava di propaganda nazista e che i responsabili non erano i russi. Per sicurezza lo fece trasferire a Samoa.

L’Unione sovietica aveva sconfitto la Germania e questo bastava.

Al processo di Norimberga la questione di Katyn, sollevata dai tedeschi, venne ignorata: non si poteva trasformare gli accusatori in accusati e sul massacro cadde l’oblio.

Nei paesi oltrecortina anche solo nominare Katyn significava essere passibile di arresto.

Il muro con i nomi delle vittime conosciute – Memoriale di Katyn

Immagine di Dennis Jarvis via Wikimedia Commons – licenza CC BY-SA 2.0

Nel 1959 il capo del KGB Alexandre Chelepine scrisse a Krusciov, congratulandosi per l’operazione ma raccomandandogli di distruggere l’archivio relativo a Katyn.

Per fortuna non venne ascoltato.

Nel 1989 le cose cominciavano a cambiare in Unione Sovietica e Radio Mosca ammise per la prima volta il coinvolgimento dell’NKVD nella strage di Katyn, scaricando tutta la responsabilità su Berija, che era stato accusato di tradimento da Kruscev dopo la morte di Stalin, e ucciso nel 1953.

Nel 1990, il segretario del Partito Comunista dell’Unione Sovietica, Mikhail Gorbachev, chiese ufficialmente scusa al governo polacco ma bisognò aspettare la caduta dell’URSS perché venissero aperti e resi pubblici gli archivi segreti. Nel 1992, finalmente, il Plico segreto no. 1, relativo a Katyn, con tutta la corrispondenza fra Stalin e Berija, nonché tutti i documenti e la descrizione esatta di quanto successo, compresi i nomi degli esecutori materiali, fu consegnato da Eltsin, Presidente della Federazione Russa, a Lech Walesa, allora Presidente della Polonia.

I responsabili ancora in vita non vennero mai perseguiti.

Giovanna Francesconi

Amo la storia, e le storie dietro ad ogni persona o oggetto. Amo le cose antiche e non solo perché ormai ne faccio parte pure io, ma perché la verità è la figlia del tempo.