Quando nel XIII secolo i mongoli, guidati da Kublai Khan (nipote di Genghis Khan), tentarono per due volte l’invasione del Giappone (prima nel 1274, poi nel 1281) con le loro flotte, vennero colpiti da due imponenti tifoni, i quali decretarono la loro sconfitta.

I Giapponesi, grati alla natura per aver scongiurato l’invasione straniera, chiamarono i tifoni “Kamikaze”, ovvero “venti divini”, credendo fossero stati gli dei a intervenire in loro favore.

Secondo la leggenda giapponese, i Kamikaze furono creati dal dio della luce, del tuono e delle tempeste Raijin, uno degli dei shintoisti più antichi; veniva spesso raffigurato con le sembianze di un demone, il quale batteva su grandi tamburi, generando i tuoni. (Altre versioni del mito vedevano fautore dei Kamikaze il dio del vento Fujin.)

Per comprendere quanto questi fenomeni divennero importanti per la cultura del Giappone, occorre ripercorrere la storia delle due grandi invasioni tentate della Mongolia.

Dopo aver sconfitto e stabilito il suo dominio su Cina (1230) e Corea (1231), Kublai Khan, primo imperatore mongolo della dinastia Yuan, decise di conquistare anche il Giappone. Kublai Khan incaricò i suoi messaggeri di riferire all’imperatore giapponese le proprie intenzioni:

se il Giappone non avesse accettato la sottomissione alla Mongolia, il paese ne avrebbe subito l’invasione

Tuttavia, i messi mongoli vennero bloccati dagli Shogun (comandanti degli eserciti giapponesi, veri detentori del potere imperiale), impedendo all’imperatore giapponese di sapere alcunché delle intenzioni del suo rivale.

7 ° disegno dal primo rotolo del resoconto illustrato dell’invasione mongola del Giappone, che mostra il Samurai Takezaki Suenaga che combatte i guerrieri mongoli, durante la battaglia di Bun’ei, nel 1274:

Kublai Khan, furioso e sdegnato per la mancata risposta, organizzò le sue truppe; venne costruita un’imponente flotta di navi da guerra, e guerrieri provenienti da Cina e Corea si unirono all’esercito mongolo. Nell’Autunno del 1274, vi fu il primo attacco: oltre 4.000 soldati e tra le 500 e 900 navi mongole vi presero parte. La battaglia si svolse presso la baia di Hakata. Dopo un imperioso combattimento, gli invasori sovrastarono i giapponesi, che batterono in ritirata.

Nonostante la vittoria sembrasse ormai palese, i mongoli tornarono alle loro navi, impauriti per la possibile comparsa di rinforzi delle truppe giapponesi

Senza lasciare scampo né ai soldati, né alle flotta, un’imponente tifone si abbatté al largo della baia di Hakata, colpendo e affondando più di metà delle navi da guerra mongole. Quando la tempesta si placò, al sorgere del sole, la flotta era devastata e i soldati mongoli decimati.

Sebbene l’esercito di Kublai Khan fosse ormai l’ombra di sé stesso, non lo era affatto il suo spirito. Riacquistate le forze e ricostruita la flotta, i mongoli ritentarono l’attacco.

Memori del pericolo che i mongoli costituivano, i giapponesi costruirono un muro di cinta alto quasi due metri che percorresse buona parte della costa dell’isola, in modo da scongiurare una nuova invasione straniera.

Resti della muraglia difensiva costruita per cercare di bloccare l’invasione mongola a Sawara-ku, Fukuoka:

Nel 1281, stavolta con circa 4.400 navi e dai 70.000 ai 140.000 soldati, i mongoli tornarono all’attacco; gli eserciti, che avrebbero converso nuovamente presso la baia di Hakata, provenivano non solo dalla Mongolia, ma anche dal sud della Cina e dalla Corea.

Al loro arrivo, trovarono l’imponente muraglia ad attenderli; impreparati, decisero di navigarle attorno, sperando in un punto debole da cui far breccia. Ma col passare dei giorni, i rifornimenti a bordo iniziarono a scarseggiare, lasciando i soldati in preda alla fame e alla sete.

Quando, il 15 Agosto 1281, decisero di tentare l’attacco, vennero ancora una volta colpiti da un tifone di ragguardevoli dimensioni, il quale distrusse senza pietà la flotta mongola, che batté in ritirata con appena la metà degli uomini sopravvissuti.

Sotto, illustrazione della seconda invasione mongola del Giappone – i mongoli sopravvissuti al tifone vennero massacrati dai guerrieri samurai giapponesi in riva al mare:

Dopo quello che divenne il più grande tentativo di invasione della storia del Giappone, i mongoli non fecero mai più ritorno.

Favoriti per due volte dai Kamikaze, i giapponesi li glorificarono a lungo, sicuri fossero stati davvero gli dei ad accorrere in loro aiuto. Considerando il perfetto tempismo degli eventi atmosferici, entrambi coincidenti con le due battaglie, non è difficile immaginare la connotazione divina che i giapponesi decisero di attribuirgli.

Entrato a far parte della cultura e della storia del Giappone, tuttavia, col passare dei secoli, il termine Kamikaze tornò alla ribalta per motivi ben più desolanti; difatti esso venne utilizzato, durante la Seconda Guerra Mondiale, per indicare i piloti giapponesi suicidi, i quali si schiantavano deliberatamente sugli obiettivi nemici, quasi sempre navi. Grazie a loro, la flotta Statunitense venne decisamente indebolita e messa alla prova, al prezzo di quasi duemila giovani giapponesi.

Sotto, Yukio Araki, un pilota diciassettenne giapponese che si schiantò, il 27 maggio 1945, contro il cacciatorpediniere Braine della flotta degli Stati Uniti, fra le 5 persone che risero in faccia alla morte nel nostro articolo dedicato:

Yukio-Araki

Gli sventurati piloti vennero chiamati “kamikaze”, poiché spostandosi in cielo e scagliandosi contro i nemici, sembravano davvero come i venti divini, tornati a aiutare il Giappone contro gli invasori stranieri.

Cecilia Fiorentini
Cecilia Fiorentini

Ho studiato lingue e sono una studentessa di Conservazione dei Beni Culturali, ho 24 anni e una grande passione per l'editoria e la scrittura. Mi diletto nella lettura di saggi sull'archeologia misterica, sulla spiritualità e sulle credenze di antichi popoli come Egizi, Vichinghi o Nativi Americani.