Nel 1941, il genio di Walt Disney riuscì a far entrare nei cuori di milioni di spettatori la commovente storia dell’“elefantino volante”, Dumbo. Nel 2019, il visionario Tim Burton tenta di ricreare la magia, riportando nelle sale l’indimenticabile classico degli anni 40 dando forma a un remake caleidoscopico.

Ma la magia del cinema spesso cela una cruda realtà. In questo caso il protagonista si chiama Jumbo (come la madre di Dumbo), il “più grande elefante del mondo” non è un disegno animato, e la sua storia è tanto vera quanto triste.

Il primo ciak di questo racconto è ambientato in Eritrea, dove, durante una battuta di caccia, una elefantessa, vittima della sanguinaria mano umana, morì sotto gli occhi del proprio piccolo. Erano gli anni ’50 dell’Ottocento, e l’elefantino iniziò a muovere i primi passi di un pellegrinaggio segnato dalla sofferenza, dallo sfruttamento e dagli abusi.

Londra fu la tappa iniziale del suo calvario

Qui verrà detenuto in una gabbia troppo piccola per la sua mole e, a causa dello stress, iniziò a consumare le proprie zanne sfregandole ripetutamente contro le sbarre. Era il 1865 e crescendo Jumbo divenne l’attrazione principale dello zoo richiamando flotte di curiosi che si radunavano per vedere “il più grande elefante esistente”.

Ma il triste, mite pachiderma soffriva di terribili “attacchi di rabbia” che costrinsero i responsabili dello zoo a riparare le recinzioni in numerose occasioni. Il suo fedele custode, Matthew Scott, era solito utilizzare whisky nel tentativo di lenirne le sofferenze e calmarlo. A causa “dell’instabilità emotiva” dimostrata, Jumbo sarebbe potuto divenire una minaccia per il pubblico e fu venduto, nel 1881, al circo più famoso di tutti i tempi:

Il Barnum & Bailey Circus

Il povero animale, al suo trasferimento, rifiutò di collaborare ed entrare nel recinto costruito all’interno della nave che lo avrebbe condotto in America, e sembrò accettare la propria sorte soltanto quando i proprietari del circo gli affiancarono Matthew Scott, l’unica persona che Jumbo conobbe come amica.

Approdato nel Nuovo Mondo e al servizio del circo, il 30 maggio del 1884 Jumbo, insieme ad altri 20 elefanti, attraversò il ponte di Brooklyn per dimostrarne la sicurezza. Costantemente in catene, sotto gli occhi dei curiosi, costretto a subire il peso di interi gruppi di clienti del circo per il loro divertimento, la vita di Jumbo non conobbe “umanità”.

Diventato un’ attrazione da “freak show”, perennemente trasportato da una città all’altra, durante uno dei numerosi trasferimenti il povero animale, anche a causa della sua enorme mole, inciampò sulle rotaie di una ferrovia. Nei brevi momenti di panico che seguirono, nel timore che l’animale si imbizzarrisse, i responsabili tentarono di tenerlo a bada nel tentativo di riuscire a farlo rialzare, ma le catene con cui per tutta la vita Jumbo aveva dovuto convivere non facilitarono l’operazione e la povera bestia venne inevitabilmente travolta da un treno in corsa che segnò la fine alla sua tragica  esistenza.

Nella foto scattata dopo la morte di Jumbo si vede accanto al suo corpo il fedele custode Matthew Scott che, secondo quanto raccontato dai testimoni, pianse la morte del suo inseparabile amico. L’empatia e l’affetto di Scott furono l’unica briciola di umanità che Jumbo incontrò in una vita segnata dallo sfruttamento. Morì a 24 anni (gli elefanti vivono in media 60 anni), ma la sua dolorosa vicenda sopravvive ancora nelle menti di chi è venuto a conoscenza del “più grande elefante del mondo”.

Il povero Jumbo non verrà risparmiato e non troverà pace nemmeno dopo la morte, e il suo scheletro continuerà a viaggiare al seguito del circo per anni. Ad oggi, quel che ne rimane è conservato all’American Museum of Natural History di New York.

Per capire l’impatto che la figura de “l’elefante più grande del mondo” ebbe sulla cultura americana, basta pensare che la parola Jumbo viene tuttora utilizzata per indicare qualcosa di enorme. In un’intervista rilasciata da P.T. Barnum (proprietario del circo) al Philadelphia Press il 22 aprile 1882 si legge: “Io vi dico in coscienza che nessuna idea dell’immensità dell’animale può essere data. È semplicemente al di là di ogni confronto. I più grandi elefanti che io abbia mai visto sono solo nani, a fianco di Jumbo“.

Sotto, un’illustrazione fatta realizzare da P.T. Barnum che inventò la storia che Jumbo avesse salvato un elefantino dal treno in corsa:

Analizzando le ossa dell’animale, gli scienziati hanno stabilito che Jumbo aveva raggiunto un’altezza di 3,45 metri alla sua morte. Un elefante africano selvaggio della stessa età misura in media 2,84 metri. La BBC gli dedicò un documentario coinvolgendo numerosi studiosi tra cui Richard Thomas, un archeologo dell’Università di Leicester. Thomas osservò che Jumbo aveva un’insolita sovrapposizione di strati di ossa nuove e vecchie sui fianchi.

Secondo l’esperto la causa furono le lesioni che il corpo tentava costantemente di riparare. “Queste ferite devono essere state incredibilmente dolorose e sono il risultato del peso che Jumbo era costretto a trasportare quando, divenuto un fenomeno per la sua mole, venivano fatti salire sulla sua groppa interi gruppi di visitatori. Vediamo vari strati di calcificazione ossea che non ci si aspetterebbe di vedere in un elefante di quell’età. Non dimenticate che Jumbo aveva solo 24 anni ed era ancora in crescita. Le sue ossa assomigliano più a quelle di un elefante di 40 o 50 anni“.

Se pensavate che la storia del piccolo Dumbo, l’elefantino volante, fosse toccante, certamente pensare che un vero essere vivente abbia ispirato la narrazione e abbia subito sulla propria delle sorti peggiori farà certamente riflettere tutti noi ancor di più sul destino di tutte quelle creature vittime dell’egoismo umano.

Sotto, un interessante video della Tufts University racconta la storia di Jumbo nel dettaglio:

Roberta Nigido
Roberta Nigido

Nata nella terra delle arance e degli arancini, cresciuta nella piccola città della ceramica e delle maioliche (Caltagirone), coccolata dal caldo sole della Trinacria, tento di tracciare il mio nuovo percorso. Dopo aver conseguito la Laurea Magistrale in Media, Comunicazione Digitale e Giornalismo, tra curricula e proposte di impiego, spero di trovare il mio posto nel mondo del lavoro. Nel frattempo, disseto la mia curiosità con ricerche, hobbies e interessi.