Manca pochissimo al tramonto, in quel 19 giugno del 1953, quando il rabbino intona il salmo funebre nella prigione di Sing Sing. La sua è l’ultima voce udita da Julius ed Ethel Rosenberg, appena prima che inizi il Sabbath ebraico. Dopo qualche minuto i due coniugi sono morti, giustiziati sulla sedia elettrica: lui muore subito, per lei ci vorranno tre scosse prima che il cuore smetta di battere, mentre la sua testa va, letteralmente, in fumo.

Julius ed Ethel Rosenberg

Un caso controverso quello dei coniugi Rosenberg, figlio di quegli anni di guerra fredda e di “paura rossa”, connotati da quella caccia alle streghe promossa dal senatore repubblicano Joseph McCarthy.

In verità loro, Julius Rosenberg ed Ethel Greenglass non nascondono affatto la loro adesione all’ideologia comunista: lui, nato nel 1918, aderisce alla Young Communist League durante gli anni dell’università, ai tempi difficili della Grande Depressione. Lei, nata nel 1915, si iscrive alla stessa associazione nel 1936, dove conosce Julius. I due poi si sposeranno nel 1939.

I coniugi Rosenberg sono condannati alla pena di morte nel 1951, con l’accusa di essere spie al servizio dell’Unione Sovietica, e giustiziati nel 1953, nonostante le proteste di molti personaggi di spicco dell’epoca, non tutti intellettuali di fede marxista.

Ci sono sì Jean-Paul Sartre (che definisce la condanna “un linciaggio legale che imbratta di sangue un’intera nazione”) e Bertold Brecht, Frida Khalo e Diego Rivera, ma anche Albert Einstein, Jean Cocteau e Fritz Lang. Si muove persino Papa Pio XII, che si rivolge direttamente al presidente degli Stati Uniti Eisenhower per chiedere la commutazione della condanna a morte. Tutto inutile, il presidente non ascolta nessuno, e i ricorsi presentati dagli avvocati della coppia, fino a un paio di giorni prima dell’esecuzione, vengono rigettati.

Nei decenni che seguono, il caso Rosenberg assume i contorni di un grande errore giudiziario, ma la divulgazione dei dati del “Progetto Venona”, nel 1995, induce a una lettura diversa della vicenda.

Il Progetto Venona, iniziato nel 1943 e concluso nel 1980, è un’operazione di controspionaggio che si occupa di decifrare i messaggi in codice trasmessi dai servizi segreti sovietici in stati esteri. Il progetto è talmente segreto, considerato così cruciale per la sicurezza del paese, che le informazioni raccolte non vengono rivelate nemmeno ai presidenti Roosevelt e Truman, se non per quanto è strettamente necessario.

La storia inizia nel 1949, quando gli Stati Uniti apprendono che l’Unione Sovietica ha effettuato dei test nucleari. Il giornalista americano Alvin Goldstein, in un documentario sui Rosenberg, dice:

Il fungo radioattivo in Siberia indicava che il segreto [sulla bomba atomica] era stato rubato sotto il naso dell’FBI

I piani per realizzare l’ordigno nucleare potevano essere arrivati all’URSS solo attraverso qualche spia infiltrata nei Los Alamos Laboratory, dove si studiavano, fin dal 1942, le armi nucleari.

Salta fuori che Julius Rosenberg ha fornito ai sovietici informazioni su progetti aeronautici statunitensi, ma soprattutto è strettamente legato a David Greenglass, convintissimo filo-comunista e fratello della moglie, che lavora proprio al progetto segreto Manhattan ai Los Alamos Laboratory.

David Greenglass

David Greenglass, arrestato il 15 giugno 1950, collabora con gli investigatori, ed è proprio lui ad accusare il cognato, e molti altri, mentre addossa alla sorella solo un ruolo minore, di semplice “conoscenza” delle attività del marito.

Il 17 luglio viene arrestato Julius Rosenberg. Intanto, in un successivo interrogatorio Greenglass afferma che Ethel è in realtà una parte attiva nella rete di spionaggio. Grazie a questa testimonianza la donna viene arrestata l’11 agosto 1950, mentre Greenglass ottiene che sua moglie Ruth non venga indagata, e per sé una condanna a quindici anni di reclusione.

Ruth Greenglass

L’arresto di Ethel, nell’ottica degli inquirenti, doveva servire a convincere il marito a collaborare. Invece, durante il processo i Rosenberg si appellano al quinto emendamento della Costituzione degli Stati Uniti, e non rispondono a nessuna domanda. Soprattutto non fanno nomi. Il 29 marzo 1951 Julius ed Ethel Rosenberg sono dichiarati colpevoli di spionaggio:

La pena può essere il carcere a vita o la condanna a morte

Il giudice Irving Kaufman decide per la pena capitale. Una decisione controversa, osteggiata persino dal potentissimo direttore dell’FBI, John Edgar Hoover, che spera prima o poi di ricavare qualche notizia utile dai Rosenberg.

Schizzo di un’arma nucleare, esempio di un documento fornito da Greenglass e trasmesso da Rosenberg all’URSS:

Kaufman motiva la sentenza tirando in ballo addirittura i soldati caduti nella guerra di Corea: “Considero il vostro crimine peggiore dell’omicidio … Credo che la vostra condotta, nel mettere in mano ai Russi la bomba atomica, anni prima che i nostri migliori scienziati prevedessero che la Russia avrebbe perfezionato la bomba, ha già causato, a mio avviso, l’aggressione comunista in Corea, con le risultanti vittime che superano i 50.000 (morti)…”

Negli Stati Uniti nessuna voce, se non quella del settimanale National Guardian, si leva a difesa dei Rosenberg, né dall’Unione Americana per la libertà civile, né da alcuna organizzazione ebraica (i Rosenberg sono entrambi di origine ebraica): la Paura Rossa ha impregnato ogni aspetto della vita civile, tanto che nessuno dei parenti della coppia si offre di accogliere i loro due figli, ancora piccoli, rimasti praticamente soli. Li adotterà un estraneo, Abel Meeropol, insegnante di liceo e autore di poesie e canzoni, impegnato nella difesa dei diritti civili. Da adulti i fratelli si batteranno per riabilitare la figura dei genitori, in particolare quella della madre.

Nel 1995, quando i documenti del progetto Venona vengono resi noti, quello che risulta è un coinvolgimento sicuro di Julius Rosenberg nella rete di spionaggio a favore dell’URSS, e la limitata partecipazione di Ethel. Altrettanto certo è il ruolo rilevante di David Greenglass, che nel 2001 ha ritrattato parte di quanto affermato nel corso del processo. L’uomo ha passato giusto una decina d’anni in carcere, poi è stato rilasciato e ha condotto una vita normale con un nuovo nome (ma un giornalista lo ha poi rintracciato).

In sostanza ha ammesso di aver esagerato il ruolo della sorella, incoraggiato dalla pubblica accusa, per proteggere la moglie che rischiava di essere arrestata. Nonostante la morte di Ethel e Julius, l’uomo non si è detto pentito delle sue bugie:  “Mia moglie è più importante per me di mia sorella. O mia madre o mio padre, ok? Ed era la madre dei miei figli.”

Alla fine della storia si può dire e pensare di tutto, purché non abbia a che fare con il concetto di giustizia.

Annalisa Lo Monaco
Annalisa Lo Monaco

Lettrice compulsiva e blogger “per caso”: ho iniziato a scrivere di fatti che da sempre mi appassionano quasi per scommessa, per trasmettere una sana curiosità verso tempi, luoghi, persone e vicende lontane (e non) che possono avere molto da insegnare.