Per tutti era solo Julia, ma il suo nome per esteso era Olga Julia Calzoni Sforza. Un nome altisonante, un nome da principessa. E, come le principesse delle fiabe, forse sognava di incontrare il principe azzurro. Con questa intenzione, uscì di casa nel primo pomeriggio di venerdì 26 marzo 1976.

Ma, invece del principe azzurro, incontrò due assassini

Gli uomini del Medioevo, con la loro religiosità incentrata sulla sofferenza fin quasi al masochismo (forse anche per l’abitudine a una vita quotidiana durissima, inimmaginabile per noi), desideravano morire lentamente, andarsene a poco a poco, offrendo il proprio dolore come forma di elementare espiazione dei peccati commessi in vita. Nulla faceva più orrore, a quel tempo, di una morte improvvisa, tanto più se violenta: la morte che, in termini cavallereschi, veniva definita “laide et vilaine”, brutta e volgare.

Se mai c’è stata, nel mondo degli anni più vicini a noi, una morte veramente “laide et vilaine”, è proprio quella di Julia, bastonata a morte, finita a revolverate e infine abbandonata in mezzo alle immondizie, all’ingresso di un bosco (il Carengione) nella zona dei Navigli di Milano. Pier Mario Fasanotti e Valeria Gandus, nel loro libro “Bang bang” che ricostruisce i più importanti fatti di cronaca nera in Italia dal 1970 al 1980, raccontano la sua storia nello stesso capitolo in cui trattano quella di Cristina Mazzotti (una diciottenne comasca sequestrata nell’estate del 1975 da una banda formata da esponenti della ‘ndrangheta e balordi lombardi, morta in seguito ai maltrattamenti subiti in prigionia nonostante il pagamento del riscatto e abbandonata anche lei in una discarica di rifiuti), intitolato, in modo dolorosamente significativo, “Donne da buttare”.

Un titolo che suona atrocemente attuale, in un Paese come il nostro, in cui di “donne da buttare” ce ne sono ancora troppe.

Eppure Julia, in origine, era distante anni luce da quelle donne che finiscono nelle pagine di cronaca nera per le conseguenze della scelta di un compagno sbagliato. Era veramente un’aristocratica, imparentata con gli Sforza che erano stati signori di Milano e nipote del conte Carlo Sforza ministro degli Esteri giolittiano nel 1919-20. Dopo il divorzio tra i suoi genitori (che erano comunque rimasti in buoni rapporti), la madre si era messa con un altro conte (Sanzio Andreoli Paglierano) e Julia era cresciuta in un palazzo gentilizio a corso Venezia, in centro città, tra tutti gli agi immaginabili.

Sotto, il Conte Carlo Sforza:

Julia nasce nel settembre del 1959 e, quindi, in quel marzo del 1976 ha solo sedici anni e mezzo. Frequenta il liceo scientifico presso il Volta, scuola di utenza alto-borghese in cui è difficile incontrare quelle che solitamente vengono definite cattive compagnie. Niente capelloni, niente contestatori, niente drogati. Lei poi è studiosa e riservata, una vera signorina d’altri tempi, che veste in modo piuttosto austero, non si interessa nemmeno di politica e, quando le compagne la coinvolgono in qualche iniziativa, tipo distribuire manifestini del Fuan (l’organizzazione giovanile del MSI) lo fa piuttosto di malavoglia, perché così toglie tempo alle cose importanti come lo studio o la danza classica, che pratica fin da bambina. Il padre, con cui a volte discute di fatti di attualità, ricorda che era vagamente orientata a destra, ma senza idee molto precise. Del resto, a quell’età, chi ha idee precise, in genere le ha perché è stato manipolato da qualcun altro. Uno zio, in un’intervista successiva, dichiarerà che per la famiglia è “un insulto” il solo sospetto di contiguità con l’estrema destra.

Il Liceo Volta a Milano durante gli anni ’70:

Ma anche le signorine di altri tempi si innamoravano al punto da perdere la testa, e lei non fa eccezione. La famiglia, nell’apprenderlo, tira un sospiro di sollievo. L’oggetto della passione di Julia non è un drogato o un capellone, ma un ragazzo di ottima famiglia, rampollo di un commercialista e di una professoressa.

Si chiama Giorgio Invernizzi e studia Medicina

Oddio, se i parenti di Julia non si fermassero alla superficie e scavassero un po’ più a fondo, forse capirebbero che, tutto sommato, se non un drogato, almeno un capellone sarebbe stato sicuramente preferibile a uno come Giorgio. Che fa Medicina, è vero, ma non si è diplomato in una scuola statale, bensì in un istituto di recupero anni scolastici, lo Studium, dove finiscono, prima o poi, tutti gli studenti falliti che appartengono a famiglie benestanti. Studenti falliti che sono quasi tutti militanti o simpatizzanti dell’estrema destra, appartengono o vorrebbero appartenere a quei “sanbabilini” cui prudono continuamente le mani dalla voglia di pestare e magari ammazzare qualche “rosso”.

Sotto, Milano, 1974, Sanbabilini per le vie del centro:

Neanche un anno prima, il 25 maggio 1975, cinque di questi “sanbabilini” hanno teso un agguato a uno studente lavoratore di 26 anni, Alberto Brasili, che non si occupava direttamente di politica ma ai loro occhi aveva commesso l’atroce delitto di portare la barba e di vestire alla moda dei “rossi” e lo hanno ammazzato a coltellate, ferendo gravemente anche la sua ragazza che stava passeggiando con lui (Il fatto è ricordato dal film “San Babila ore 20: un delitto inutile” di Carlo Lizzani).

Per descrivere l’ambiente: ogni mattina, allo Studium, si procede alla perquisizione degli studenti appena entrati, per accertarsi che non si siano portati a scuola pistole o coltelli

Ai parenti di Julia, però, Giorgio e il suo inseparabile amico Fabrizio Demichelis (che ha un curriculum identico e per molti versi peggiore) appaiono come due ragazzi perbene, che coltivano valori tradizionali come la patria e la famiglia e non si sono lasciati corrompere dai discutibili “ideali” del ’68. Del resto, basta vedere da quali famiglie vengono: di Giorgio abbiamo già detto, mentre Fabrizio è figlio di un manager farmaceutico e tutti sanno che ha una madre severissima. I due, poi, con i parenti di Julia si comportano sempre in modo impeccabile: nemmeno il padre, che pure non è che ami molto i fascisti, trova da ridire su di loro.

La storia d’amore tra Julia e Giorgio comincia nel 1974, quando lei è poco più che quattordicenne e lui di anni ne ha già 19. Va avanti tra alti e bassi ed è molto poco romantica. Giorgio è un tipo freddo e distante, che non vede l’ora di mollarla a casa per andare con Fabrizio a un poligono di tiro per esercitarsi con la pistola, o in una palestra di arti marziali, o in un bar di lusso, o in un ritrovo dell’estrema destra. Non fanno l’amore neanche una volta, perché lui sostiene che le donne devono arrivare vergini al matrimonio. A un certo punto la pianta, perché si è stufato pure di vederla per quel poco tempo che le concede. E Julia ci rimane molto, molto male. Tanto male da non arrivare a farsene una ragione. Riempie pagine di diario di ingenue fantasie romantiche, sogna prati immensi pieni di fiori, un mondo dove esiste solo l’amore e Giorgio sta sempre accanto a lei.

Poi succede che Giorgio la richiama improvvisamente, dopo alcune settimane di silenzio, proponendole un appuntamento. A patto, però, che lei non dica niente a nessuno del fatto che tornano a vedersi. Julia non sta più nella pelle e accetta entusiasticamente, ma non riesce a tenere il segreto. Lo racconta alla madre, Elena Sansoni, e alla domestica che l’aiuta a vestirsi e prepararsi per l’uscita. Stavolta fa le cose in grande, sistemando i capelli con i bigodini caldi, vestendosi con la massima eleganza, truccandosi con cura. La madre, quel giorno, deve andare a Lugano: restano d’accordo che si sentiranno per telefono in serata, alle 20.

Giorgio va a prenderla ma non sale, la aspetta vicino casa, perché le sue intenzioni prevedono che nessuno debba sapere che è con lui. Ovviamente c’è anche Fabrizio, e non sapremo mai quanto questa presenza dia fastidio a Julia, ma certamente lei non è felice di vederlo proprio adesso. Però li segue e sale in macchina con loro.

Per descrivere gli avvenimenti successivi, alcuni commentatori hanno tirato in ballo il paragone (ormai abusato, specie dopo il delitto della Sapienza del 1997) con il caso Leopold-Loeb, ossia quello dei due universitari americani, uniti da un rapporto morboso, che nel 1924 sequestrarono e uccisero uno studente di 14 anni, Bobby Franks, per riempire la noia e realizzare quello che consideravano il “delitto perfetto” (la vicenda, notoriamente, è alla base del film “Nodo alla gola” di Hitchcock e di parecchie altre opere di fiction). Anche Giorgio e Fabrizio hanno intenzione di “sequestrare” Julia, ma non per attuare un delitto perfetto, bensì per arricchirsi con il riscatto. Inizialmente hanno pensato di chiedere 1 miliardo e 200 milioni di lire, poi ci hanno ripensato e hanno abbassato la cifra alla quota più realistica di 400 milioni. Il dettaglio più agghiacciante del loro piano è che questo prevede, in ogni caso, indipendentemente dal pagamento del riscatto, l’eliminazione della ragazza, che sarà uccisa con un’iniezione di aria in vena, per provocarle un’embolia.

Ma, per andare fino in fondo, è necessaria la collaborazione di Julia stessa. Infatti, quando finalmente l’auto è giunta in una zona isolata nell’area dei Navigli, i due tirano fuori un registratore portatile e le chiedono di registrare un messaggio, quello che servirà per dimostrare alla famiglia che lei è viva.

Riguardo questo punto, la faccenda si fa delicata, perché per ricostruirla abbiamo solo le dichiarazioni rese al processo dai due, sicuramente animate dalla volontà di scagionarsi almeno in parte, mentre non possiamo conoscere la versione di Julia, che entrambi cercano di far apparire quale loro complice, almeno in parte consenziente. Sembra che Julia, tempo prima, avesse registrato (sempre su loro richiesta) un messaggio simile, facendosi passare per una sua amica fuggita dalla clinica svizzera in cui era stata ricoverata a forza dalla famiglia per disintossicarsi dalla droga. Adesso le chiedono di fare la stessa cosa, ma per far credere alla propria famiglia di essere stata rapita. Julia non ci sta, fa un sacco di storie, quando cercano di lusingarla dicendole che intascherà una bella fetta dei 400 milioni risponde ferma che la sua famiglia tutti quei soldi non li ha; allora i due cambiano registro e la buttano sul ridere, dicono che è solo uno scherzo, un gioco, niente di serio, e a forza di insistere la convincono a registrare il messaggio; però, subito dopo, lei chiede che sia cancellato.

O forse le cose non vanno proprio così. Le spiegano il piano del finto rapimento, mentendole sul suo destino (le dicono che dovrà restare solo qualche giorno nascosta in una casa di campagna, mentre hanno già deciso di ucciderla quel giorno stesso) e lei si oppone fermamente, chiedendo di essere riportata a casa. Allora i due le spianano le pistole davanti, perché sia chiaro che o ci sta o ci sta. Julia minaccia di denunciarli e loro la colpiscono ripetutamente con una pesante sbarra di plastica. Però, mentre giocano a fare i duri, hanno un attimo di distrazione e Julia, che è seduta da sola sul sedile posteriore, ne approfitta per spalancare la portiera e tentare la fuga. Ma i tacchi alti (che non è neanche abituata a portare) affondano nel terreno cedevole, prima perde una scarpa e poi cade, e a quel punto i due la raggiungono e le sparano addosso almeno 4 colpi: il corpo, al ritrovamento, presenta due ferite da arma da fuoco al collo, una al volto e una al fianco.

Le versioni dei due cambiano da un interrogatorio all’altro. Fabrizio arriva a dichiarare che Julia si è appartata con Giorgio, però poi i due hanno avuto una discussione e lei si è allontanata, cercando di salire su una collinetta. A quel punto, è scivolata ed è caduta, perdendo la scarpa. Giorgio si è rifiutato di aiutarla a rialzarsi, allora è stato Fabrizio stesso a farsi avanti, porgendole non la mano ma il bastone di plastica che teneva in mano, perché vi si aggrappasse. A quel punto lei gli ha chiesto se quel bastone “faceva male” e lui ha deciso di farglielo “assaggiare” dandole dei colpetti sulla testa e sul braccio. Ma in quel momento Julia si è messa ad urlare e, mentre lui cercava di scusarsi, Giorgio ha tirato fuori la pistola e le ha sparato, poi ha ordinato anche a lui di spararle, puntandogli la pistola addosso.

Giorgio invece dice che Julia la discussione l’ha avuta con Fabrizio e che Fabrizio, a un certo punto, ha cominciato a picchiarla con il bastone, mentre lei gridava come una pazza. Allora lui, per farli fermare, ha sparato, voleva sparare in aria, ma accidentalmente il colpo è partito nella loro direzione e del tutto casualmente ha colpito Julia.

Ci manca solo che raccontino che Julia in realtà si è suicidata, prendendosi da sola a bastonate e poi sparandosi, e che loro erano lì solo per dissuaderla dall’insano gesto, ma non ci sono riusciti

Più che “Nodo alla gola”, sembra “I ragazzi del massacro” di Scerbanenco (dal quale è stato tratto anche il film omonimo): ma lì gli assassini erano dei sottoproletari che trucidavano la maestra della scuola serale, mentre qui tutti i protagonisti della tragedia appartengono alla Milano bene. Al punto che, in seguito, qualche demente con improbabili velleità rivoluzionarie, esulterà alla notizia perché “finalmente hanno cominciato ad ammazzarsi tra di loro”.

Le dichiarazioni dei due contengono ogni tipo di invenzioni, al limite del delirio, forse cercano di farsi passare per malati di mente. Prima sostengono di non aver mai consumato droghe, poi affermano di esserne consumatori abituali, specie di marijuana, Lsd e anfetamine. Ma le analisi li smentiscono. Forse hanno preso qualche “pasta” e fumato qualche canna, ma non certo ai dosaggi che dichiarano, e l’Lsd non l’hanno mai vista neppure in cartolina.

Dopo aver ucciso Julia, i due se ne vanno tranquillamente a casa di Fabrizio, dove cenano. Ma, in serata si presenta la madre della ragazza, la signora Elena. Alle 20 ha chiamato casa per parlare con Julia e la domestica le ha risposto che non era tornata a casa. Allora Elena è rientrata precipitosamente da Lugano e, sapendo che Julia era uscita con Giorgio e Fabrizio, li ha cercati entrambi presso le loro case. I due le rispondono, spudoratamente, che loro, a Julia, quel giorno non l’hanno proprio vista. E, appena va via, cercano di disfarsi di tutti gli oggetti compromettenti, soprattutto delle pistole e del bastone, che gettano nel Naviglio (da cui poi saranno ripescati dai poliziotti). Decidono anche che il giorno dopo andranno a prendere il corpo di Julia, abbandonato in mezzo ai rifiuti all’ingresso del bosco, e lo faranno sparire gettandolo nel Ticino.

Non fanno in tempo. La mattina dopo, un uomo che porta a passeggio il cane nota una scarpa da donna, integra e di un modello elegante e costoso, in mezzo ai rifiuti, accanto a una roggia, in un viottolo di Mezzate, tra l’Idroscalo e Peschiera Borromeo, subito davanti al bosco del Carengione. Incuriosito, si avvicina per dare un’occhiata e nota, poco distante, quello che sembra un voluminoso fagotto di abiti abbandonato sul terreno e che, da vicino, si rivela essere il cadavere di una donna. Chiama immediatamente la polizia. Julia è pressoché irriconoscibile per tutte le bastonate che ha preso alla testa e al volto prima di essere finita a colpi di pistola. Più tardi si dirà che all’inizio la scambiarono per una donna di almeno 30-35 anni: così, infatti, è riportato nelle veline d’agenzia che danno la notizia. Un’altra versione però dice che fu quasi subito riconosciuta da un funzionario di polizia amico del padre, cui la famiglia si era rivolta dopo aver denunciato la scomparsa, che avrebbe dato ai cronisti una notizia falsa per evitare proprio che i genitori apprendessero dai mass media della fine della figlia.

Inizialmente convocati come testimoni, i due cadono in talmente tante contraddizioni che presto si ritrovano a diventare sospetti. E, a quel punto, cominciano ad accusarsi a vicenda e a rilasciare le strampalate dichiarazioni che abbiamo già visto.

Il processo ha ovviamente una vasta eco mediatica e si conclude con la condanna in primo grado all’ergastolo per entrambi gli imputati. In aula, alla lettura del verdetto, c’è solo Fabrizio, che guarda sprezzante le sei donne della giuria popolare e dichiara che “non gliene importa niente”. La condanna è confermata in Appello e diventa definitiva in Cassazione nel 1983.

In occasione della condanna in primo grado, lo scrittore milanese Giovanni Testori, uomo religiosissimo ma tutt’altro che bigotto (era dichiaratamente omosessuale), scrive ai due una profonda “lettera aperta” affidata alle colonne del “Corriere della Sera”, esortandoli a vivere la pena che stanno per scontare come una nuova, insperata occasione di dare un senso a una vita che finora non ne ha mai avuto uno.

Gli estremisti di destra milanesi, quei “sanbabilini” che non si facevano nessuno scrupolo ad accoltellare i passanti, hanno sempre preso le distanze da Giorgio Invernizzi e Fabrizio Demichelis. La parola d’ordine è: non li abbiamo mai conosciuti, non sappiamo neanche chi siano. Praticamente, la stessa cosa che hanno sempre detto i neofascisti romani di Izzo, Guido e Ghira dopo il delitto del Circeo.

Ancora nel 2015, i “sanbabilini” che trovano ancora spazio sui mass media (Cesare Ferri, Maurizio Murelli, Mario Galletti) continuano a dichiararsi orripilati da quel delitto e rimpiangono di non aver avuto la possibilità di “fare giustizia”, uccidendone personalmente i responsabili.

Non sappiamo se l’esortazione di Testori sia stata raccolta in qualche modo dai due, cui certo non è mancato il tempo per meditare. Dopo oltre 40 anni di detenzione, hanno avuto la possibilità di accedere a pene alternative, quali la semilibertà e la possibilità di svolgere un lavoro fuori del carcere almeno di giorno. Notizie confuse segnano le loro tracce nel corso degli anni. Forse Demichelis è uno dei detenuti che si dissociano apertamente dalla rivolta del carcere di Porto Azzurro dell’agosto 1987, capeggiata dal terrorista nero Mario Tuti (il suo nome è riportato come Fabrizio De Michelis nell’unico documento disponibile sul fatto). Forse Invernizzi si è ritrovato coinvolto in altri illeciti minori nei primi tempi in cui godeva della semilibertà, nel 2002. Ma in ambo i casi potrebbe trattarsi di semplici omonimi.

Categorie: Misteri

Roberto Cocchis

Roberto Cocchis

Barese di nascita, napoletano di adozione, 53 anni tutti in giro per l'Italia inseguendo le occasioni di lavoro, oggi vivo in provincia di Caserta e insegno Scienze nei licei. Nel frattempo, ho avuto un figlio, raccolto una biblioteca di oltre 10.000 volumi e coltivato due passioni, per la musica e per la fotografia. Nei miei primi 40 anni ho letto molto e scritto poco, ma adesso sto scoprendo il gusto di scrivere. Fino ad oggi ho pubblicato un'antologia di racconti (“Il giardino sommerso”) e un romanzo (“A qualunque costo”), entrambi con Lettere Animate.