La tradizione cinematografica di Hollywood ha trasmesso a tutto il mondo un’immagine fortemente idealizzata del “vecchio West” (o “selvaggio West” o qualsiasi “West” accompagnato da un aggettivo che lo rendesse automaticamente esotico e suggestivo nella percezione di qualunque spettatore), spesso in modo involontariamente caricaturale e parodistico, come avviene ad esempio in molti musical, ad esempio quello in cui Doris Day interpreta un’improbabilissima Calamity Jane (quella vera si rivolterà migliaia di volte nella tomba ogni volta che il film viene trasmesso ancora in tv).

Ciò non toglie, tuttavia, che l’epopea del West, anche considerata dal mero e asettico punto di vista storico, presenta una quantità di tipi umani estremamente originali ed eccentrici. E il fatto che la corsa al West abbia attirato, durante tutte le sue fasi, un vero esercito di intellettuali di mezza tacca attirati dai più svariati miti (quello della conquista della terra vergine, quello del buon selvaggio da civilizzare, quello del colpo di fortuna che cambia la vita e qualsiasi altra fantasia possa sorgere nella mente di una persona facile a suggestionarsi) ci ha lasciato una enorme varietà di testimonianze in tal senso.

Diligenza attiva nel West nel 1880 circa

Infatti, i vari aspiranti scrittori e le varie aspiranti scrittrici non hanno quasi mai redatto romanzi o poemi memorabili, ma hanno lasciato migliaia di documenti in forma di lettere, di diari e di articoli giornalistici. Questo anche perché il grosso della “conquista del West” si è consumato soprattutto nel XX secolo, un periodo in cui tra le persone alfabetizzate andava particolarmente di moda essere dei grafomani (un po’ come oggi va di moda inondare i social network di selfie e di meme con frasi motivazionali).

Dunque, spulciando le tante testimonianze che ci sono rimaste da allora, possiamo facilmente imbatterci in personaggi cui Hollywood avrebbe potuto dedicare qualche film di cassetta senza che i critici più esigenti li stroncassero successivamente parlando di parodie involontarie. Per qualche inspiegabile ragione, forse legata alla scarsa cultura di base di chi scrive i film, la gran parte di queste storie non sono mai state trasposte in film, ed è un vero peccato.

Oggi ne raccontiamo due delle più singolari, riguardanti due figure femminili particolarmente originali e indipendenti.

Stiamo parlando di Julia Bulette e di Kitty Leroy.

Julia Bulette, inglese di Londra, nata nel 1832, arriva da emigrante a New Orleans nell’infanzia, con la sua famiglia. Intorno al 1850 riparte per conto proprio e raggiunge la California, all’epoca in preda alla “febbre dell’oro”. Non fa particolarmente fortuna e finisce per spostarsi di nuovo, stavolta a Virginia City, Nevada, dove approda nel 1859. A spingerla è sempre la ricerca di qualche metallo prezioso: lì vicino, infatti, è stata appena scoperta la Comstock Lode, ossia quella che sarà poi ricordata come la più importante miniera d’argento nella storia degli Usa.

Julia Bulette

A questo punto, in qualche lettore, sarà nata spontanea la domanda: ma, dunque, Julia Bulette è una minatrice? Non proprio.

Diciamo che una ragazza di bell’aspetto (alta, mora, snella e di modi raffinati) e scarsa cultura, ma grande intraprendenza, in una realtà del genere, può fare fortuna anche in altri modi. Julia Bulette, di fatto, è una prostituta. Arguta come una manager moderna, si è scelta un luogo di lavoro in cui fosse l’unica donna in mezzo a una popolazione di soli uomini. In pratica, dal primo giorno, quanto a clienti, ha letteralmente la coda davanti alla sua porta.

La sua abilità manageriale non si ferma qui. Con i primi soldi guadagnati, si fa costruire una bella casa, che diventa l’edificio più elegante di Virginia City. Poiché il business non solo continua ad andare bene ma va sempre meglio, a un certo punto decide di fare il salto di qualità. Offre paghe e condizioni di lavoro migliori alle ragazze che lavorano nei bordelli di San Francisco e ingaggia le più ambite tra loro.

La sua casa di tolleranza diventa presto leggendaria. Dei vigorosi guardiani provvedono a cacciare via chiunque non si comporti da perfetto gentiluomo. Gli arredi copiano la moda parigina, che Julia segue anche nell’abbigliamento. Gli ospiti possono anche restare a pranzo e a cena, se vogliono; va da sé che si serve in tavola solo cucina francese. Ci sono uomini che fanno decine di chilometri pur di trascorrere una serata proprio lì.

Ma Julia sa che per restare da protagonista in un mercato del genere bisogna curare al meglio la propria immagine. E, probabilmente, lo fa anche volentieri, perché tutti testimoniano che è di indole generosa. Uno dei suoi clienti scriverà di lei: “La sua anima, che avrebbe dovuto essere nera, in realtà era la più candida che abbia mai conosciuto”.

I suoi primi clienti sono stati i rozzissimi minatori, con i quali però si è sempre trovata bene. Con loro conserva ottimi rapporti. Il giorno che alcuni di loro si ammalano per aver bevuto l’acqua di un pozzo inquinata dall’arsenico, trasforma il suo palazzo in un ospedale, dove li fa curare dalle ragazze in veste di infermiere, con una dieta a base di zuppa calda e riso bollito che li porta rapidamente a guarigione.

Accade anche che i nativi della tribù dei Piute, infuriati per alcuni atti di gratuita violenza compiuti da alcuni avventurieri bianchi contro le loro donne, attacchino la stazione di posta di Williams Station e la distruggano uccidendo tutti i suoi occupanti. Il loro attacco procede poi con un’imboscata a una spedizione improvvisata partita da Virginia City, per intercettarli e compiono una nuova strage di bianchi. Calano poi direttamente sulla città e, mentre la popolazione sarebbe sul punto di squagliarsela prima che sia troppo tardi, Julia non ne vuole sapere e si barrica nel suo palazzo, dove organizza un ospedale e una mensa.

La popolazione di Virginia City si stringe intorno a lei ed è pronta a resistere a un assedio. Prima dei nativi arriva però un contingente di 750 soldati inviato apposta per risolvere la situazione, prima che peggiori ulteriormente. Questi sconfiggeranno i Piute ai piedi del monte Pinnacle e li metteranno in fuga.

Sostenitrice dell’Unione e ammiratrice di Abraham Lincoln, all’inizio della Guerra di Secessione, si darà alle raccolte di fondi, cui contribuisce personalmente senza risparmio.
Un’altra categoria per la quale Julia nutre una particolare predilezione è quella dei pompieri. In quel clima e con gli immobili prevalentemente di legno, gli incendi sono frequentissimi e i vigili dei fuoco hanno sempre il loro daffare. A forza di finanziarli con la consueta generosità, Julia si guadagna il titolo onorifico di “regina dei pompieri” e, in questa veste, con tanto di elmetto e divisa, sfila sul carro alla parata del 4 luglio 1861. Il suo contributo allo spegnimento degli incendi non si ferma lì: ogni volta che può, partecipa attivamente alle operazioni, ad esempio stando alle pompe.

Paradossalmente, la crescita di Virginia City (che, nel 1863, tocca i 30.000 abitanti ed è la seconda città più popolosa del West) finisce per penalizzarla. Il numero di bordelli si moltiplica e i suoi affari peggiorano. Ha sempre il suo palco in teatro, ma non è più quello maggiormente ambito dai notabili del posto. Quando, nel 1864, arriva a Virginia City la celebre danzatrice Adah Menken, Julia assisterà allo spettacolo seduta da sola al suo posto.

Probabilmente, nel tempo, sarà destinata a scivolare gradualmente nella miseria. I suoi investimenti per elevare il bordello al di sopra della concorrenza non danno gli effetti sperati e si ritrova piena di debiti. Il mestiere praticato le ha lasciato dei problemi di salute che si aggravano lentamente.

Il suo destino però non è quello di un inesorabile tramonto. La stella di Julia Bulette si spegne all’improvviso, mentre brilla ancora fulgida. La mattina del 20 gennaio 1867, la sua cameriera francese la trova nel letto, mezza nuda sulle lenzuola scomposte.

È stata picchiata a sangue e poi strangolata.

Il giorno del suo funerale, mentre i notabili sbarrano le finestre e si voltano dall’altra parte, le fabbriche e le miniere chiudono in segno di lutto, gli operai e i minatori seguono il feretro a capo chino. Chiudono anche i saloon. Dietro il feretro c’è il carro dei pompieri, listato a lutto. Non si trova un pezzo di terra consacrata disposto ad accoglierla, ma non fa niente. Viene interrata mentre la banda della Guardia Nazionale del Nevada suona “The Girl I Left Behind Me”, il pezzo con cui si celebrano i soldati caduti nell’adempimento del proprio dovere.

La polizia non si impegna molto a trovare l’assassino, ma sono i suoi ex clienti a ingaggiare i migliori detective sulla piazza. Circa un anno dopo, un vagabondo di origine francese, John Millain, viene accusato di averla uccisa dopo che lei lo ha sorpreso a rubare i suoi gioielli, dei quali viene trovato in possesso. Viene processato in una città divisa in due: da un lato, minatori e pompieri che vogliono giustizia, dall’altro, le varie “leghe per la temperanza” per le quali andrebbe invece premiato per aver liberato la città da una vergogna. Da notare come queste “leghe” siano animate quasi esclusivamente da donne.
Poiché non sa spiegare come i gioielli di Julia siano capitati nelle sue mani, viene condannato alla forca e impiccato il 24 aprile 1868. Muore con una certa dignità, ma senza smettere di protestarsi innocente.

Poco dopo, un’importante compagnia ferroviaria attribuisce il nome di Julia Bulette a un lussuoso vagone che, dopo una lunga carriera sui binari, sarà successivamente comprato da un produttore cinematografica, restaurato e utilizzato come set per i film western. Molti narratori del West scriveranno di lei ma, a parte un episodio della serie di telefilm “Bonanza”, girato nel 1959, cinema e tv la ignoreranno.

Kitty Leroy

Kitty Leroy, nata nel 1850 in Michigan, è una ragazza ancora più intraprendente di Julia Bulette, se possibile. A 10 anni esordisce come danzatrice di giga e nel giro di 4 anni diventa ballerina professionista. Ma sa anche maneggiare molto bene la pistola e il suo spettacolo più richiesto è quello in cui fa saltare una mela dalla testa di temerari volontari, a revolverate, in una riedizione moderna della storia di Guglielmo Tell. A 15 anni si sposa e insieme al marito tenta la via del West.

A 19 anni è a Dallas, dove pianta il marito e fa la giocatrice d’azzardo. Però se la cava meglio come danzatrice e presto i suoi spettacoli attirano un folto pubblico. Si sposa per la seconda volta e cerca, con scarso successo, di entrare in affari. La sua fama cresce comunque, non solo per l’abilità con le armi, ma anche per l’abitudine di vestire da uomo o, in alternativa, di indossare vistosi completi da zingara.

Quando Dallas comincia a starle stretta, punta sulla California, con l’idea di aprire un saloon con i soldi messi da parte. Strada facendo, pianta anche il secondo marito e sposa il terzo. Le fonti relative a questo matrimonio non sono concordi ma pare che sia stato brevissimo e, soprattutto, originalissimo.

Tutto nasce quando si ritrova coinvolta in un’accesa discussione con uno sconosciuto. A un certo punto, essendo insanabile il contrasto, lei lo sfida a duello. Lui risponde che non può sparare a una donna. Lei va a cambiarsi e torna vestita da uomo, puntandogli contro la pistola. Lui risponde ancora una volta che non sparerà mai a una donna. Lei fa partire un colpo che lo ferisce gravemente ma poi, presa dal senso di colpa e dall’ammirazione per la galanteria mostrata, oltre a soccorrerlo, chiama un predicatore che li sposa seduta stante. Lui muore lo stesso, dopo pochi giorni.

Intanto i soldi stanno finendo, in California non ci è arrivata e deve ripiegare sul South Dakota, dove arriva nel 1876 dopo aver viaggiato nella stessa carovana di Calamity Jane e di Wild Bill Hickock. Potrebbe rilevare un saloon a Deadwood, ma le servono altri soldi e se li guadagna lavorando come prostituta nel più rinomato postribolo della zona, quello gestito dalla celebre maitresse Mollie Johnson. Una volta acquistato il saloon (“Mint Gabling Saloon”) sembra aver messo la testa a posto. Si sposa per la quarta volta e ha una figlia con un immigrato tedesco che ha fatto fortuna scoprendo una vena d’oro in una miniera. Però il marito è un ubriacone e un prepotente e, una sera, dopo avergli spaccato una bottiglia di liquore in testa, lei lo caccia di casa.

Una fotografia di Deadwood nel 1876

Gli affari vanno bene: Kitty gestisce una squadra di professioniste e una sala da gioco sempre affollata. Se non fosse per quella sua fissazione per i matrimoni, potrebbe andare avanti a lungo. Invece, l’11 giugno 1877 si sposa per la quinta volta, con il giocatore d’azzardo Samuel Curley. Stavolta se lo è scelto troppo svelto di mano. Il matrimonio è instabile come gli altri, perché Curley è gelosissimo e a lei piace prendersi ogni tanto qualche distrazione, ad esempio con l’ex marito tedesco o con Wild Bill Hickock.

La sera del 6 dicembre 1877, mentre si trovano nel “Lone Star Saloon”, Curley la fa una scenata e lei fa per prendere una delle sue sette pistole (gira sempre armata, ha anche 12 coltelli affilatissimi) e chiudergli la bocca, ma il marito è più svelto e la fa secca. Poi rivolge l’arma contro sé stesso e si spara un colpo in bocca.

Il giorno dopo, i cittadini di Deadwood, che evidentemente trovano queste circostanze molto romantiche, li seppelliscono fianco a fianco.

Alla figlia di Kitty, che porta il suo stesso nome, resterà un’eredità pari a circa 650 dollari (una somma non esagerata ma di tutto rispetto per il periodo) che, fino alla maggiore età, sarà amministrata da un tutore.

Dalla storia di Kitty non sono mai stati ricavati né film né telefilm.

Tutte le immagini sono di pubblico dominio

Roberto Cocchis
Roberto Cocchis

Barese di nascita, napoletano di adozione, 54 anni tutti in giro per l'Italia inseguendo le occasioni di lavoro, oggi vivo in provincia di Caserta e insegno Scienze nei licei. Nel frattempo, ho avuto un figlio, raccolto una biblioteca di oltre 10.000 volumi e coltivato due passioni, per la musica e per la fotografia. Nei miei primi 40 anni ho letto molto e scritto poco, ma adesso sto scoprendo il gusto di scrivere. Fino ad oggi ho pubblicato un'antologia di racconti (“Il giardino sommerso”) e un romanzo (“A qualunque costo”), entrambi con Lettere Animate.