Joseph Goebbels: Herr Doktor del Terzo Reich

Adolf Hitler lo chiama Herr Doktor, Signor Dottore, perché è l’unico laureato del suo entourage, oltre all’architetto Albert Speer. Lui è Paul Joseph Goebbels, l’uomo che alla morte del fuhrer prende il suo posto per due giorni, assumendo la carica di Cancelliere del Reich. Poi decide di farla finita, perché quel mondo che tanto ha contribuito a far nascere e crescere con la sua virulenta propaganda, menzognera e mistificatoria, non esiste più: la Germania nazista è sepolta sotto un cumulo di macerie, la città di Berlino è in mano agli odiati “bolscevichi”, tutto è ormai perduto.

La giovinezza: scrittore fallito e donnaiolo

Goebbels viene alla luce il 29 ottobre 1897 a Rheyd, in Renania, in una famiglia operaia, rigidamente cattolica. Ha la sfortuna di nascere con una malformazione congenita al piede destro, che lo costringe a zoppicare per tutta la vita. E comunque Joseph non rappresenta, a livello fisico, l’ideale ariano di bellezza: raggiunge a malapena i 165 centimetri d’altezza ed è quasi rachitico nella sua magrezza. I suoi problemi di salute gli impediscono di arruolarsi per combattere durante il primo conflitto mondiale, anche se poi dirà che la sua disabilità è dovuta a una ferita di guerra. In compenso porta avanti gli studi con grande profitto: si appassiona di filosofia e letteratura tedesca e mentre frequenta l’università ha i suoi primi approcci con le questioni politiche che agitano il paese in quegli anni, in particolare con la questione nazionalista ma anche con il pensiero socialista.

Il suo già convinto antisemitismo non gli impedisce di preparare la tesi, per il dottorato di ricerca in letteratura, sotto la supervisione di due professori ebrei. Nel 1921, a laurea ottenuta, mostra velleità da scrittore, che però non si concretizzano: nessuna delle sue fatiche – un romanzo e due opere teatrali – vengono pubblicate. Inizia allora a lavorare come giornalista, ma viene licenziato, e nel 1922 è costretto – per mantenersi – ad accettare un lavoro in banca, a Colonia, ottenuto grazie alle conoscenze della fidanzata dell’epoca, Else Janke. Quell’occupazione, che Goebbels detesta, dura appena nove mesi, e anche la relazione con Else naufraga quando lei gli confessa di essere per metà ebrea. In realtà, il futuro gerarca nazista continuerà a frequentarla sporadicamente fino al 1927, non perché innamorato di lei, ma per saziare i suoi appetiti sessuali, mai del tutto soddisfatti dalle numerose relazioni che intrattiene anche con più donne contemporaneamente. D’altronde l’intellettuale nazista, malgrado la poca prestanza fisica, è soprannominato “l’ariete”, a sottolineare la sua mai celata promiscuità sessuale. Questo aspetto della vita di Goebbels, svelato dai suoi diari tenuti in modo costante dal 1923 fino alla morte, rivela il suo narcisismo patologico, che lo porta a mettere se stesso al centro del mondo, cercando sempre l’approvazione degli altri. Ad affermarlo, nella biografia dedicata al gerarca, è lo storico tedesco Peter Longerich, considerato uno dei massimi esperti in materia di Olocausto.

L’adesione al nazionalsocialismo

Il desiderio di affermazione personale di Goebbels non si esaurisce nel suo rapporto con le donne, ma si sviluppa dedicandosi anima e corpo alla nuova ideologia che si sta diffondendo in Germania, il nazionalsocialismo. Nel 1925 legge il libro manifesto del nazismo, il Mein Kampf di Hitler, appena pubblicato. Per Goebbels si tratta di un’epifania, una vera e propria folgorazione, che lo porta a chiedersi: “Chi è quest’uomo? Mezzo plebeo e mezzo Dio! È davvero Cristo o Giovanni Battista?”. All’inizio Goebbels sarà un sostenitore dell’ala più socialista del partito che, ricordiamo, si chiama appunto Partito Nazionalsocialista Tedesco dei Lavoratori.

Nel 1925, il deputato nazista Gregor Strasser lo assume come suo segretario personale e lo nomina portavoce del partito per l’area della Renania-Vestfalia. Strasser è uno dei sostenitori della prima ora di Hitler e partecipa al fallito tentativo di colpo di stato del 1923, noto come putsch della birreria di Monaco, che costa a Hitler la condanna a cinque anni di prigione. In realtà Hitler torna in libertà dopo appena nove mesi di detenzione, durante i quali scrive il Mein Kampf, proprio su suggerimento di Strasser, che nel 1924 viene eletto deputato. L’uomo, colto e dotato di grandi capacità oratorie, è infaticabile nella sua propaganda politica, in particolare nelle regioni del nord dove il partito cresce sia in consensi sia come numero di sedi, che arrivano a quadruplicarsi nel giro di pochi mesi. Tuttavia non mancano le divergenze con Hitler.

Divergenze che sono sostanziali, perché Strasser vuole un partito socialista nel senso più stretto del termine e auspica una svolta anticapitalistica e persino una collaborazione con i marxisti, in particolare per quanto riguarda la proposta di esproprio dei terreni di proprietà dei nobili spodestati dopo la nascita della Repubblica di Weimar. Peccato che molti di quei nobili, insieme ad importanti industriali, siano nel frattempo diventati sostenitori e soprattutto finanziatori di Hitler, a patto che questi porti avanti una politica anticomunista e antisindacale.

Alla fine del 1925, Strasser e lo stesso Goebbels, che riveste un ruolo importante in questa fase, riescono a portare dalla loro parte i dirigenti nazisti dei distretti del nord, convincendoli della necessità di arrivare, tramite un referendum, agli espropri. Hitler non può tollerare quella che considera una vera e propria minaccia alla sua indiscussa e indiscutibile autorità di capo del partito, e il 14 febbraio del ’26 organizza la Conferenza di Bamberga, dove convoca una sessantina di dirigenti nazisti. Lo scopo è quello di contrastare il dissenso dei rappresentanti dell’area settentrionale, mettendo ben in chiaro che nel partito lui riveste una posizione di autorità assoluta, e che le sue decisioni sono inappellabili.

Hitler vuole che il suo “Piano in venticinque punti”, redatto in modo confuso e frettoloso nel 1920, diventi il programma “immutabile” del partito. Nel suo lungo monologo a Bamberga, Hitler boccia tutte le istanze dei dissidenti socialisti, asserendo che avrebbero portato alla “bolscevizzazione” della Germania”. Goebbels è sconvolto: Hitler non solo è contrario all’esproprio, ma arriva a definire il socialismo una “creazione ebraica”. Nei suoi diari scrive: “Non credo più pienamente in Hitler. Questa è la cosa terribile: mi è stato tolto il sostegno interiore”.

Ma la fase di scoramento dura poco. Ben presto il gerarca si convince che il Führer ha ragione quando afferma che “il movimento di operai è nato sotto la guida di ebrei”, con lo scopo nascosto di “renderli schiavi e distruggere tutti i popoli non semiti”. E comunque Hitler riesce a conquistare l’assoluta fedeltà di Goebbels durante una serie di incontri a Monaco, dove si mostra particolarmente amichevole e disposto a dimenticare le divergenze, tanto che il gerarca scrive nel suo diario: “Adolf Hitler, ti amo perché sei grande e semplice allo stesso tempo. Quello che si chiama un genio”.

Siamo ancora nel 1926, e la carriera di Goebbels è in rapida ascesa: Hitler lo invita a parlare nelle riunioni del partito a Monaco e anche al congresso annuale. Non solo: riceve l’incarico di organizzare l’evento dell’anno successivo. E già in questa occasione Goebbels mostra le sue doti di propagandista in grado di comprendere l’importanza dei nuovi mezzi di comunicazione: fa filmare la manifestazione e riceve gli elogi di Hitler in persona. L’approvazione del fuhrer alimenta la sua fede nel nazismo, che si trasforma in una vera e propria forma di idolatria nei confronti di Hitler. Alla fine del 1926 viene nominato gauleiter di Berlino, ovvero capo della sezione regionale del partito, e responsabile dei gruppi paramilitari nazisti locali, le famigerate SA e le ancor più famigerate SS. Quell’incarico non è facile: Goebbels deve conquistare voti e consensi in una città dove sono molto forti i partiti della sinistra, e, cosa ancor più difficile, tenere sotto controllo le intemperanze delle SA. L’organizzazione paramilitare nasce come servizio d’ordine per le riunioni naziste, ma anche per disturbare i raduni dei rivali politici, promuovere la causa nazista con manifestazioni e marce, oltre che provocare risse e disordini con i comunisti.

All’inizio Goebbels si avvale delle SA per scatenare, a Berlino, continue risse nelle birrerie e nelle strade, consapevole com’è che ogni forma di pubblicità, anche negativa, avrebbe contribuito a far conoscere il nazionalsocialismo. Questa tattica porta alla messa al bando del partito dalla città di Berlino, il 5 maggio 1927, oltre che il divieto di parlare intimato a Goebbels stesso. Il responsabile di queste misure è il vice-capo della polizia di Berlino, l’ebreo Bernhard Weiss, che il gerarca attacca violentemente dalle pagine del giornale che fonda in quel periodo e che si chiama proprio Der Angriff, ovvero L’attacco. È uno strumento di propaganda, in quei 12 mesi di bando del partito, che usa toni aggressivi contro ebrei, comunisti e il sistema parlamentare. Con grande disappunto di Goebbels, la tiratura del giornale è, nei primi tre anni, molto bassa, e non convoglia voti verso il partito: le elezioni del 1928 sono un fallimento – i nazionalsocialisti si attestano al 2,6% al livello nazionale – e tuttavia Goebbels è uno dei 12 membri del partito ad essere eletti al Reichstag, la camera bassa della Repubblica di Weimar.

L’ascesa di Hitler

La situazione socio-economica della Germania è difficile in quegli anni, aggravata dalla recessione a livello globale, nota come Grande Depressione. Il governo formato nel 1928 presenta le proprie dimissioni nel marzo 1930, e sono indette nuove elezioni per il 14 settembre 1930. È la grande occasione di Goebbels, incaricato di dirigere la campagna elettorale nazionale. E lui non si risparmia. Organizza migliaia di comizi in tutto il paese, durante i quali Hitler addossa la responsabilità dei problemi economici della Germania alla Repubblica di Weimar, colpevole di aver firmato il Trattato di Versailles che, con le clausole per le riparazioni di guerra, ha portato il paese alla rovina.

Si attenuano invece, proprio per volontà di Goebbels, i toni antisemiti, mentre la scissione del partito conservatore favorisce i nazionalsocialisti. Il risultato delle elezioni supera ogni aspettativa: il partito nazista ottiene 107 seggi, secondo solo al Partito Socialdemocratico. La stella di Hitler inizia a salire e Goebbels brilla di luce riflessa. Nei suoi diari scrive, in merito ai risulti elettorali: “Il palazzo dello sport è come un manicomio: le SA mi porteranno per la sala sulle spalle”. I nazisti iniziano a sentirsi padroni della situazione, tanto che i parlamentari eletti si presentano al Reichstag con le camicie brune – abbigliamento simbolo delle SA – incuranti della proibizione di indossare divise militari. È il 13 ottobre 1930, ricordato anche per il pogrom organizzato dalle SA a Berlino: è un assaggio di quello che avverrà otto anni dopo nella famigerata notte dei cristalli. In quel giorno di ottobre del ’30, i nazisti si limitano a insultare e picchiare gli ebrei di passaggio a Berlino, rompendo anche qualche vetrina dei loro negozi.

La ribellione delle SA

E tuttavia le SA, che tanto hanno contribuito all’ascesa del nazismo, rappresentano una spina nel fianco per Hitler e ancor più per Goebbels: loro si sentono una forza rivoluzionaria in grado di rovesciare la repubblica per instaurare finalmente l’ordine nazionalsocialista, e mal digeriscono la svolta “legalista” del Führer che, prima delle elezioni del 1930, proibisce di usare la violenza perché, come dichiara in pubblico, vuole “fare affidamento solo sulla legalità” .

Insomma, le SA si sentono una forza di serie B, ignorati politicamente e bistratti economicamente, tanto che arrivano a ribellarsi a Goebbels, occupando addirittura la sede del suo giornale berlinese e rifiutandosi di offrirgli protezione durante un comizio elettorale nella stessa Berlino. Le cose non si risolvono nemmeno dopo le elezioni, tanto che Hitler è costretto a cacciare il leader radicale delle SA, Walther Stennes.

Una mossa che giova a Hitler, perché la destra tedesca comincia a credere nella sua volontà di rispettare la legge. Alla fine, il turbolento rapporto tra il partito nazista e le SA, comunque fondamentali durante la successiva campagna elettorale del 1932, si conclude in una notte d’estate del 1934, quando Hitler è già cancelliere del Reich da un anno e mezzo. Il Führer, con Goebbels sempre al suo fianco nei vari spostamenti compiuti in quella lunghissima notte insonne, tra il 30 giugno e il 1° luglio, arriva alla resa dei conti con i capi delle SA e i dirigenti nazisti dissidenti, oltre che con oppositori politici del partito conservatore, tutti accusati di voler organizzare un colpo di stato. Passata alla storia come la notte dei lunghi coltelli, quell’epurazione conta ufficialmente 71 vittime, ma in realtà il numero si aggira tra le 150 e le 200.

Il matrimonio con Magda

Sempre nel 1930 avviene un incontro fondamentale nella vita di Goebbels, quello con la futura moglie Magda Quandt. Fondamentale perché la donna è, se possibile, un’accesa sostenitrice di Hitler, ancor più fanatica del marito. La donna, già divorziata e con un figlio, mentre svolge attività di volontariato per il partito rimane affascinate dalle capacità oratorie di Goebbels. I due iniziano una relazione nel febbraio del ’31, scambiandosi la promessa di sposarsi una volta conquistato il Reich. Convolano invece a nozze già a dicembre di quell’anno, per motivi sui quali gli storici non sono del tutto concordi. Forse Goebbels teme la rivalità di Hitler, evidentemente preda del fascino di Magda; oppure, la posizione sociale della donna e la sua innata classe la rendono adatta a rivestire il ruolo di futura first lady del Reich, come moglie di un alto gerarca nazista, a fronte della volontà di Hitler di non sposarsi. Comunque stessero le cose, è certo che Hitler trova rilassante frequentare la coppia, in quello che diventa una sorta di menage a trois. Il rapporto tra Magda e Hitler è, con tutta probabilità, solo platonico, mentre quello con il marito è burrascoso, cosa che non impedisce alla coppia di mettere al mondo sei figli nel giro di otto anni. Il matrimonio rischia di finire in un divorzio quando Goebbels, nel 1937, inizia una relazione con una bellissima attrice ceca, Lida Baarová. Deve addirittura intervenire Hitler, che intima al gerarca di interrompere la relazione, mentre la donna viene allontanata dal Terzo Reich. Goebbels tenta addirittura il suicidio, ma poi si riprende e continua a fare quello che ha sempre fatto: tradire la moglie e propagandare il nazismo.

Ministro della Propaganda

Nel gennaio del 1933, dopo altre turbolente elezioni, Hitler riceve l’incarico di Cancelliere del Reich. La sera stessa Goebbels organizza a Berlino un’imponente parata di festeggiamento, mentre una radio segue in diretta lo spettacolo. Nonostante l’impegno e la dedizione Goebbels non riceve alcun incarico nel governo appena formato, e deve aspettare il 14 marzo per essere nominato Ministro della Propaganda del Reich. Intanto Hitler ha già gettato le basi della sua dittatura.

Il 27 febbraio 1933 scoppia un  incendio, doloso, che distrugge la sede del Parlamento; di quell’azione sono incolpati i comunisti, e viene subito emanato un decreto che sospende i fondamentali diritti civili – mai ripristinati durante il nazismo – come la libertà di espressione, di stampa, il diritto di libera associazione e altri ancora. Inizia così uno dei periodi più bui della storia contemporanea, a cui Goebbels contribuisce con un fanatismo servile e una genialità tutta votata a compiacere il suo “padrone”.

Perché nel suo ruolo il gerarca è senza dubbio un genio, anche se le sue qualità sono state di recente ridimensionate. Comunque sia, Goebbels è uno dei protagonisti indiscussi del nazismo, con la sua capacità di far accettare l’inaccettabile: il 1° maggio non è più la festa dei lavoratori ma del partito nazista, cosa che ha come conseguenza lo scioglimento di tutti i sindacati. È solo il 3 maggio del 1933 e Goebbels può già scrivere nei suoi diari: “Noi siamo i padroni della Germania”. Il 10 maggio organizza a Berlino il rogo dei libri: tutti i testi considerati sovversivi, quelli di autori ebrei, ma anche i trattati di sessuologia, finiscono in un rogo cerimoniale, poi ripetuto in molte altre città. Anche i giornalisti devono adeguarsi al nuovo corso, scrivendo articoli “in conformità con il nazionalsocialismo come filosofia di vita e come concezione di governo”. Inoltre, i cittadini tedeschi, dopo l’entrata in guerra della Germania, non possono ascoltare né diffondere notizie provenienti da stazioni radio estere. La pena è la morte.

Le capacità di Goebbels, nel suo ruolo di ministro della Propaganda si manifestano con il grande uso dei nuovi mezzi di comunicazione, come la radio, rigorosamente controllata dal partito, e poi la fotografia e il cinema. Il 2 agosto del ’34, dopo la morte del presidente Hindenburg, Goebbels in persona annuncia, tramite la radio, che la carica di cancelliere e quella di presidente sono riunificate: Hitler diventa ufficialmente Führer e Cancelliere. La radio è proprio il mezzo preferito di Goebbels, che pretende la produzione di apparecchi poco costosi e quindi accessibili a tutti, mentre diversi altoparlanti vengono installati in luoghi pubblici come scuole, fabbriche e parchi. Insomma nessuno può sottrarsi alla propaganda nazista. Durante il processo di Norimberga Albert Speer, architetto e ministro degli armamenti, afferma: “La dittatura di Hitler ha differito in un punto fondamentale da tutti i suoi predecessori nella storia. È stata la prima dittatura […] che ha fatto un pieno uso dei mezzi tecnici per la dominazione del proprio popolo. Attraverso i mezzi della tecnica, come ad esempio la radio e gli altoparlanti, 80 milioni di persone sono state private del pensiero indipendente. È stato così possibile sottoporli alla volontà di un solo uomo.”

Goebbels si spende anche per la realizzazione di film di propaganda nazista, supportato dalla regista Leni Riefensthal, che nel 1935 vince una medaglia d’oro alla Biennale di Venezia con il lungometraggio Trionfo della Volontà, una fanatica esaltazione della figura di Adolf Hitler.

Nel 1939 Gobbels arriva a filmare di nascosto, durante le attività quotidiane, i suoi figli belli e sani (a dimostrazione che i moderni influencer non hanno inventato niente di nuovo), per dimostrare la validità del programma Aktion T4, volto a somministrare l’eutanasia ai bambini disabili e in generale ai portatori di handicap fisici o mentali. Ma l’uso dei suoi bambini non si ferma qui: nel 1942 sono protagonisti di 34 cinegiornali su 52. Verso la fine del 1944, Goebbels non si fa scrupolo di mandare la moglie e le figlie maggiori, di 12 e 10 anni, a farsi riprendere mentre sono in visita in un ospedale militare, dove si trovano i feriti di guerra. Le bambine ne escono talmente sconvolte che il padre è costretto ad abbandonare il progetto.

L’antisemitismo e la Notte dei Cristalli.

Goebbels è un convinto antisemita fin dalla giovinezza, e trova nell’ideologia nazista la giustificazione del suo odio verso gli ebrei. È famosissima la fotografia – chiamata appunto gli occhi dell’odio – nella quale il gerarca è ritratto con un’inequivocabile espressione di odio rivolta al fotografo, Alfred Eisenstaedt, perché ha appena scoperto che l’uomo ha origini ebraiche.

L’antisemitismo di Goebbels non si basa su teorie razziali o biologiche, che lui trova ridicole, ma piuttosto sulla considerazione che gli ebrei rappresentano un pericolo per la società tedesca e dunque devono essere sterminati. La sua propaganda è volta ad alimentare l’odio dei tedeschi verso gli ebrei, e non perde occasione per ottenere risultati eclatanti. A novembre del 1938 il giovane ebreo Herschel Grynszpan uccide a Parigi un diplomatico tedesco, e Goebbels sfrutta quell’omicidio per scatenare un pogrom, passato alla storia come Notte dei Cristalli, durante il quale vengono incendiate le sinagoghe e distrutti i negozi degli ebrei. Le vittime di quell’operazione sono, nell’immediato, almeno un centinaio, ma all’incirca 30.000 finiscono deportati nei campi di concentramento. Goebbels contribuisce anche a scrivere il famigerato discorso pronunciato da Hitler al Reichstag il 30 gennaio 1939: “Se gli ebrei della finanza internazionale dentro e fuori l’Europa riuscissero a far precipitare le nazioni ancora una volta in una guerra mondiale, allora il risultato non sarebbe la bolscevizzazione della terra e quindi la vittoria degli ebrei, ma l’annientamento della razza ebraica in Europa!”. I venti di guerra soffiano più forti che mai e il piano espansionistico della Germania, in cerca del celebre “spazio vitale”, si concretizza con l’invasione della Polonia, che inizia il 1° settembre 1939.

Lo sforzo bellico

Goebbels, che non viene coinvolto nelle decisioni di tipo militare o diplomatico, ha il compito di mostrare ai tedeschi la necessità della guerra e lo fa, come sempre, controllando tutti i mezzi d’informazione sia in Germania sia nei territori occupati. Durante il conflitto Hitler ha sempre meno tempo da dedicare a discorsi e comizi, e dunque Goebbels diventa la voce del regime, nonostante l’ostilità degli altri gerarchi, che lo detestano. Lui comunque si deve preoccupare di tenere alto il morale dei cittadini e minimizzare le sconfitte patite dall’esercito tedesco.

Sconfitte sempre più disastrose, come quella della battaglia di Stalingrado del febbraio 1943, che convincono Goebbels della necessità di introdurre le misure per la “guerra totale”,  in base alle quali tutte le risorse del paese dovessero essere destinate allo sforzo bellico, mettendo in secondo piano i bisogni dei civili. Nonostante la difficile situazione seguita allo sbarco in Sicilia delle forze alleate, all’armistizio dell’Italia, e ai continui bombardamenti subiti dalle città tedesche, Hitler si convince della necessità della guerra totale solo nel luglio del 1944, dopo lo sbarco in Normandia e dopo il complotto interno contro di lui, noto come Operazione Valchiria. Il 23 luglio nomina Goebbels plenipotenziario del Reich per la guerra totale, ma le misure adottate non servono a risollevare le sorti della Germania, che si avvia verso la catastrofe.

La fine

Quando è ormai evidente che tutto è perduto e Hitler è deciso a rimanere a Berlino fino alla fine, Goebbels, insieme alla famiglia, si trasferisce nel Führerbunker, mentre gli altri gerarchi – Göring, Himmler, Speer, Ribbentrop – decidono di abbandonare la nave che affonda. Con l’Armata Rossa ormai dentro Berlino, Goebbels non si fa scrupolo di fare un ultimo proclama. È il 23 aprile del 1945 quando il gerarca, contro ogni speranza, invita i berlinesi a difendere la città dai bolscevichi. Poi tutto precipita: Hitler si suicida il 30 aprile, insieme alla donna che ha appena sposato, Eva Braun. In quei giorni molte persone, compreso il fuhrer, avevano esortato Magda Goebbels a portare in salvo i bambini, ma sia lei sia il marito rifiutano. In una lettera inviata al figlio Harald, in quel momento prigioniero degli alleati, Magda scrive: “Il nostro glorioso ideale è andato in rovina e con esso tutto ciò che di bello e meraviglioso ho conosciuto nella mia vita. Il mondo che verrà dopo il Führer e il nazionalsocialismo non è più degno di essere vissuto e quindi porterò i bambini con me, perché sono troppo buoni per la vita che li attenderebbe.”

La sera del primo maggio i bambini vengono prima narcotizzati e poi uccisi con il cianuro. Subito dopo, Goebbels e la moglie escono nel giardino del bunker e si suicidano, forse con il veleno o forse con un colpo di pistola. L’aiutante del gerarca, secondo gli ordini ricevuti, aspetta sulle scale qualche minuto e poi esce per dare il colpo di grazia ai corpi ormai senza vita, che vengono immediatamente cremati.

Appena prima di morire Goebbels scrive: “Passeremo alla storia come i più grandi statisti di tutti i tempi, o come i più grandi criminali”.

Else Janke: il suo destino è sconosciuto.

Gregor Strasser: è una delle vittime della Notte dei lunghi coltelli, ucciso il 30 giugno 1934

Bernhard Weiss: fugge dalla Germania poco prima della nomina di Hitler a cancelliere, e muore a Londra nel 1951

Walther Stennes: nel 1933 gli è consentito di andare in esilio. Parte per la Cina e ci rimane fino al 1950, poi torna in Germania, dove muore nel 1983

Lida Baarová: l’attrice, dopo varie peregrinazione, viene estradata in Cecoslovacchia nel 1945, dove è condannata a morte per la sua presunta collaborazione con il nazismo. La pena viene commutata con il carcere, dove rimane fino alla fine del ’46. Muore a Salisburgo nel 2000.

Albert Speer: arrestato il 23 maggio 1945, è condannato a 20 anni di reclusione a conclusione del processo di Norimberga. Rilasciato nel 1966, muore nel 1981.

Leni Riefensthal: la regista viene processata 4 volte per i suoi legami con il nazismo, ma è sempre assolta. Dopo la guerra si afferma come fotografa e muore nel 2003, a 101 anni.

Alfred Eisenstaedt: il fotografo emigra negli Stati Uniti nel 1935, per sfuggire alle persecuzioni naziste, ed è ricordato per alcune foto-simbolo del ‘900. Oltre a “gli occhi dell’odio”, è famosissima quella del bacio a Times Square, tra un marinaio e una giovane donna, nel giorno della vittoria sul Giappone. Muore nel 1995.

Herschel Grynszpan: il ragazzo viene trasferito in Germania dopo l’occupazione tedesca della Francia. Non ci sono notizie certe sul suo destino: si sa per certo che nel settembre del ’42 viene traferito nel campo di concentramento di Sachsenhausen, poi di lui si perdono le tracce. Una fotografia del 1946, ritrovata nel 2016, sembra dimostrare la sua sopravvivenza al lager, ma non esistono certezze.


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