Personaggio poliedrico – viaggiatore instancabile, uomo d’affari di successo, ma anche filantropo e scrittore – Jonas Hanway rappresenterebbe, per molti versi, il prototipo del gentiluomo del Secolo dei Lumi in Inghilterra, se la sua fama non fosse invece legata ad una delle storie più curiose dell’era georgiana.

Intorno al 1750, di ritorno da un viaggio in Francia, Hanway decise infatti di passeggiare sotto il cielo piovoso di Londra al riparo di un ombrello.

Tutto qui, chiederete?

Il problema era che l’uso dell’ombrello in madrepatria veniva considerato con disprezzo, come un vezzo francese da effeminati, segno di un’intollerabile affettazione ben lontana dal virile spirito inglese e nessun gentiluomo londinese avrebbe mai osato uscire in pubblico con un oggetto del genere.

Non stupisce, pertanto, che le uscite di Hanway con il fedele ombrello furono salutate dall’indignazione popolare londinese, che poteva declinarsi nel migliore dei casi in occhiate di biasimo o di sdegno, nel peggiore in insulti e lanci di ortaggi.

Ben presto Hanway si guadagnò l’attenzione dei quotidiani londinesi che gli dedicarono ironiche vignette, che ne fecero rapidamente l’uomo più ridicolizzato della capitale.

Eppure Hanway era un personaggio di grande spessore culturale ed umano: compose numerosi saggi, tra cui uno davvero curioso dal titolo “Essay Upon Tea and Its Pernicious Consequences” (“Saggio sul tè e sulle sue perniciose conseguenze”), in cui si schierava contro l’introduzione del tè nel suo paese ma, soprattutto, si adoperò incessantemente per Londra.

Nel 1756 fondò la “Società del Mare”, un’associazione caritatevole che offriva supporto ai marinai e alle loro famiglie in difficoltà. Nel 1772 divenne vicepresidente del Foundling Hospital, un ricovero per orfani, e sovvenzionò poi con altri benefattori il Magdalen Hospital.

Nel 1761 inventò un sistema più moderno ed efficiente per le registrazioni dei nuovi nati nei registri parrocchiali londinesi e fu infine nominato, dal 1762 al 1783, Commissario per gli Approvvigionamenti alla Royal Navy.

Uomo eccentrico, poco attento alle convenzioni sociali, Hanway non si scompose più di tanto per il pubblico ludibrio cui fu esposto per l’impopolare abitudine di usare l’ombrello durante le intemperie.

Imperterrito, continuò ad utilizzare, serafico, il suo inseparabile compagno nei giorni di pioggia per trent’anni, inseguito dai monelli della città e perseguitato dal dileggio della maggior parte dei passanti.

Se, nel corso del tempo, Hanway fu fatto oggetto di ogni sorta di maligno commento da parte degli scandalizzati britannici che gli passeggiavano accanto nella pioggia, i peggiori attacchi gli vennero dai cocchieri delle carrozze, che rappresentavano il mezzo di locomozione più in voga nel Settecento inglese, particolarmente nei giorni caratterizzati da condizioni atmosferiche inclementi.

Come intuibile, nei giorni piovosi gli affari dei cocchieri andavano particolarmente a gonfie vele a Londra e gli ombrelli, mantenendo all’asciutto il possessore, rappresentavano una vera e propria minaccia agli introiti della categoria.

Secondo la rivista londinese “Look and Learn”, quando i cocchieri avvistavano lo sventurato Hanway, spesso gli gettavano addosso la spazzatura. In un’occasione il conducente di una carrozza tentò addirittura di travolgerlo con il proprio veicolo, provocando la reazione irata di Hanway, che lo prese ad ombrellate.

I cocchieri avevano naturalmente ragione di temere la concorrenza di Hanway: seguendo il suo esempio, nel tempo sempre più persone iniziarono ad usare l’ombrello dapprima a Londra, poi nel resto d’ Inghilterra e quando egli morì, nel 1786, ormai quasi in tutte le città inglesi si potevano incontrare viandanti passeggiare orgogliosamente con il proprio ombrello sul capo nei giorni di pioggia.

In uso sin dall’antichità, ma concepito prevalentemente non per proteggere dalla pioggia, bensì dal sole, l’ombrello era rimasto per secoli un accessorio ad appannaggio solo dei nobili e delle classi abbienti, di norma trasportato da un servo anche come distintivo onorifico, mentre per ripararsi dalla pioggia si usavano esclusivamente mantelli e cappucci.

Fu nel 1710 che Jean Marius, un mercante parigino, traendo ispirazione dalle stampe orientali che circolavano in Europa, ideò una versione invernale, leggera e pieghevole del “parasole”, adatta a proteggere gli abitanti delle latitudini del nostro continente nelle giornate di intemperie.

Quando, un paio di anni dopo, la principessa Elisabetta Carlotta del Palatinato, moglie di Filippo I d’Orléans, fratello minore di Luigi XIV di Francia, ne acquistò uno, il successo della sua creazione fu assicurato, perché l’ombrello si diffuse immediatamente tra i nobili ed i borghesi.

Trovandosi spesso in Francia per affari, da uomo pratico qual era, Jonas Hanway intuì che l’oggetto avrebbe potuto avere straordinarie possibilità di successo in un paese dal clima piovoso, come quello dal quale proveniva, e ritornò a Londra esibendo orgoglioso l’ultima invenzione della moda francese.

Il suo ottimismo era però destinato a durare ben poco, come abbiamo visto

Tre mesi dopo la morte di Hanway la London Gazette pubblicizzò l’invenzione di un nuovo modello di ombrello più moderno, leggero ed efficiente, apribile grazie ad un meccanismo a molla.

Dal 1800 in poi l’ombrello inglese divenne molto sofisticato: la sua intelaiatura poteva essere in stecca di balena, oppure in legno leggero e le forme le più disparate, con decorazioni persino in avorio e argento.

La statua di Hanway a Nottingham:

Intorno al 1850 l’ombrello divenne infine un oggetto di uso popolare, esportato dagli inglesi sul continente a seguito della produzione industriale, produzione che cambiò non solo la fisionomia delle città britanniche durante le intemperie, ma l’abbigliamento stesso degli abitanti che, non temendo più la pioggia, non ebbero più la necessità di proteggersi dall’umidità costante del clima, ricorrendo a svariati strati di calzini o di flanella.

Una piccola soddisfazione postuma, per colui che era stato l’uomo più ridicolizzato del Settecento londinese.

Giovanna Potenza
Giovanna Potenza

Giovanna Potenza è una dottoressa di ricerca specializzata in Bioetica. Ha due lauree con lode, è autrice della monografia “Bioetica di inizio vita in Gran Bretagna” (Edizioni Accademiche Italiane, 2018) e ha vinto numerosi premi di narrativa. È uno spirito curioso del mondo che ama viaggiare e scrivere e che legge avidamente libri che riguardino il Rinascimento, l’Età Vittoriana, l’Arte e l’Antiquariato. Ha una casa ricca di oggetti antichi e di collezioni insolite, tra cui quella di fums up e di bambole d’epoca “Armand Marseille”.