Conservazione è prima di tutto profonda conoscenza, e conoscenza richiama per forza di cose un interesse, un investimento. Esempi illustri, come spesso accade, ci pervengono da un’epoca in cui vi era un genuino contatto con la natura, l’osservazione e la scoperta erano prassi comune, e scienziati e artisti erano soliti intraprendere lunghi viaggi nella cosiddetta “Wilderness”, ovvero i territori selvaggi, come quelli che erano ancora i vergini e sconosciuti territori statunitensi alla fine dell’800, dove l’esplorazione delle meraviglie naturali si fondeva, forse, con l’esplorazione nel profondo di sé. In forte contrapposizione con quella che negli stessi anni, si perdeva nel selvaggio Ovest, o nel Freddo Nord dell’Alaska, per una sconsiderata corsa all’oro o semplice sete di conquista.

John Muir, giovane naturalista di origine scozzese, iniziò ad intraprendere i suoi viaggi esplorativi nel 1867, partendo dal Kentucky e attraversando 1.000 miglia (1.600 km) giunse nel Golfo del Messico in Florida. L’anno dopo arrivò in California, dove trascorse un’intera settimana immerso completamente in quella che sarebbe diventata la sua perla più preziosa, e per il quale il suo nome è maggiormente conosciuto oggi, lo Yosemite.

Di poco precedente è il lavoro di un altro personaggio che rimarrà indissolubilmente legato allo Yosemite. Nell 1861 infatti il fotografo Charleton Watkins intraprese qui un lungo e faticoso viaggio trasportando a dorso di mulo le pesanti attrezzature fotografiche dell’epoca, grazie alle quali fu in grado di riprendere alcune delle più celebri fotografie dell’epoca degli incontaminati paesaggi californiani.

Non di meno, il suo lavoro impressionò a tal punto il Presidente Abraham Lincoln, che nel 1864 dichiarò quella cosiddetta “Wilderness” patrimonio unico ed inviolato, al punto di volerne tutelare legislativamente la sua integrità, così che tutti ne potessero beneficiare e meravigliarsene.

John Muir stesso prese ispirazione dalle incredibili vedute delle fotografie di Watkins per fare prima esperienze di quegli stessi scenari sulla propria pelle, e poi sensibilizzare con i suoi scritti l’opinione pubblica sulla necessità di salvaguardare tali ambienti naturali anziché sfruttarli nel nome del progresso e perderli irrimediabilmente.

Ne scrisse limpidamente “Oggi, lo Yosemite è una delle più visitate mete turistiche negli USA. I visitatori si ammassano a vederne le famose attrattive, come le Vernal Falls, El Capitan, Cathedral Rock, l’Half Dome e Mirror Lake. Ma le immagini di Watkins rimarranno e ci daranno sempre indietro lo Yosemite Valley nella sua dimensione eterea, senza tempo, prima che qualunque attività umana possa comprometterlo“.

Tali personaggi si incamminavano per inoltrarsi in questi luoghi selvaggi con un approccio quindi molto diverso, ma accomunabile nei termini di una medesima curiosità e studio. Watkins e Muir sono due chiari esempi diametralmente opposti di come scienza e arte possono avere le stesse fonti d’ispirazione, al fine dell’elaborazione delle loro opere, letterarie, scientifiche e creative, avere processi mentali e pratici molto simili.

Così come Muir, riponeva nell’esplorazione scientifica una via diretta per interagire con la bellezza dell’incontaminato, un mezzo per una profonda comprensione della natura, la stessa che Watkins ricercava per la creazione delle sue opere, a partire dallo studio ambientale fino al processo tecnico da lui utilizzato per la realizzazione delle sue fotografie.

Ciò che li avvicinava era quindi una medesima visione, un interesse, uno sguardo attento che pose le fondamenta per un impegno ambientalista, riconoscendo già l’importanza della tutela e cura di quanto vi e di naturale, puro, inviolato.

Questa attenzione ci pone in evidenza come esso non sia un affare esclusivamente contemporaneo, dei nostri giorni, ma già da quando si iniziò ad averne coscienza, ai primordi cioè di quando i primi parchi naturali più famosi fossero istituiti.

Già si elaborava una potenzialità dannosa dell’uomo sul suo stesso ambiente per la corsa sfrenata al profitto, alla tecnica o al progresso, dimenticando per sempre così un legame imprenscindibile con una dimensione libera, una sua stessa naturalezza umana, una profondità in dialogo con la natura incontaminata che ci appartiene nella misura in cui ne facciamo parte noi stessi.

Ora siamo nelle montagne e le montagne sono dentro di noi – John Muir

Avatar
Emilio Barbaresi

Salve, sono Emilio Barbaresi, fotografo professionista, ma meglio dire che alla fotografia ho dedicato la mia vita. Appassionato alla sua storia, mi sento più vicino ai grandi fotografi esploratori di fine Ottocento, riconoscendone una tempra e un'umanità eccezionale, oltre che vedendo il fascino e la poeticità dei loro procedimenti. Specializzatomi all'Accademia di Belle Arti di Roma, ripercorro oggi le medesime antiche tecniche fotografiche , cercandone forse il medesimo fascino.