Anche se si tratta di avvenimenti relativamente recenti, quando si parla dell’epopea del Vecchio West degli Stati Uniti il confine tra storia e leggenda diventa labile. Sulla vita di John Johnson, o Johnston (1824-1900), chiamato mangia-fegato Johnson, non si riesce a tracciare una linea di confine tra fatti reali e racconti leggendari.

John Johnson nel 1864

Agricoltore, marinaio, cacciatore di cavalli e di animali da pelliccia, guida scout, commerciante e contrabbandiere: in breve, John Johnson era un uomo di frontiera, nato nel New Jersey, che si fece marinaio e poi andò a cercare l’oro in Montana, affrontando ogni genere di pericolo legato a una vita avventurosa.

Pare che il suo cognome di nascita fosse Garrison, ma poi assunse molti nomi diversi. Quel che è certo è che fosse un uomo forte e robusto, scontroso e solitario, violento e ubriacone, ma talmente coraggioso e impavido da far diventare la sua vita una vera e propria leggenda.

I maltrattamenti che subì dal padre durante l’infanzia influirono sicuramente sull’indole rissosa e violenta di John, che appena ne ebbe la possibilità, scappò di casa per andare a lavorare in mare, a caccia di balene. Poi, durante la guerra tra Messico e Stati Uniti, si arruolò nella Marina Militare, dove non rimase a lungo: dopo aver picchiato un ufficiale, appena sbarcato decise di disertare, e si avventurò verso l’Ovest selvaggio.

Fu allora che cambiò cognome, da Garrison a Johnson: come disertore rischiava l’impiccagione

Da questo punto in poi, la realtà e i racconti leggendari sulla vita di John iniziano a intrecciarsi. Probabilmente andò in California, come cercatore d’oro, poi si spostò in Montana, dove andava a caccia, vendeva whisky di contrabbando e faceva il taglialegna. Vivendo in un territorio ancora così selvaggio, John ebbe più volte a che fare con le tribù di nativi, finché accettò di sposare la figlia di un capo indiano, della tribù dei Flathead. Johnson e la giovane moglie indiana andarono nella capanna di legno che John aveva costruito sul fiume Little Snake. L’autunno era appena iniziato, e il cacciatore doveva avventurarsi nelle foreste per mettere trappole e catturare animali da pelliccia. La moglie lo avrebbe aspettato nella capanna sul fiume, armata di un fucile per procurarsi il cibo durante l’inverno.

Con l’arrivo della primavera, Johnson tornò alla capanna, forse ansioso di riabbracciare la moglie, ma non trovò altro che le sue ossa ad aspettarlo: il corpo della donna, ormai ridotto solo a uno scheletro, lo accolse sulla soglia di casa. Ad aggiungere dolore al dolore fu un piccolo teschio che giaceva tra le gambe della donna:

la moglie era incinta di circa sette mesi quando fu uccisa da un gruppo di indiani Crow

Indiani della tribù dei Crow

I successivi 25 anni furono quelli del terrore e della vendetta: John dedicò la sua vita a cercare guerrieri Crow, per ucciderli, prenderne lo scalpo e mangiargli il fegato. Questo era un insulto inconcepibile per i Crow, perché essi credevano che il fegato fosse di vitale importanza se si voleva raggiungere l’aldilà. Secondo la leggenda, Johnson uccise oltre 300 nativi Crow, tanto che solo pronunciare il suo nome suscitava il panico. Un altro racconto narra che Johnson riuscì a scappare, dopo che alcuni nativi Blackfoot lo avevano catturato, per rivenderlo ai Crow.

Pare che abbia tagliato le funi che lo legavano con i denti e ucciso l’uomo di guardia, al quale tagliò una gamba per avere cibo di scorta durante la fuga…

Dopo una fuga di 320 chilometri raggiunse l’accampamento del suo compagno di caccia, Del Gue, nutrendosi soltanto della gamba della guardia.


Dopo 25 anni di lotta solitaria, Johnson decise che era arrivato il momento di fare pace con i Crow, diventandone loro “Grande Fratello”. Johnson però non depose le armi: nel 1864 si unì all’esercito dell’Unione, dal quale fu congedato con onore dopo un anno. In seguito tornò a esercitare i mille mestieri di sempre, poi fece lo sceriffo in due diverse città del Montana, finché non si ritirò in una casa per veterani, in California, dove morì il 21 gennaio del 1900.

Johnson era già una figura leggendaria mentre era ancora in vita, l’incarnazione dell’uomo di montagna violento e alcolista, ma sembra che nella realtà non gradisse per niente mangiare fegati umani. Pare che la leggenda sia nata da un episodio che non ha nulla a che fare con il romantico racconto della moglie uccisa: durante una battaglia con i Sioux, nel 1868, Johnson pugnalò un indiano ad un fianco; quando estrasse il coltello, sulla lama c’era un pezzo di fegato, che scherzosamente l’uomo offrì ad un suo compagno, come “antipasto”. Dopo quel fatto, altri uomini di frontiera iniziarono a raccontare che Johnson prendeva i fegati degli indiani uccisi e se li mangiava. Probabilmente il cacciatore non fece nulla per contrastare quelle voci:

la fama di feroce mangia-fegato poteva tornargli utile

Solo a 76 anni, poco prima di morire, durante un’intervista con un giornalista, negò ogni addebito, come si direbbe oggi. Tuttavia è impossibile sapere chi dicesse la verità: forse Johnson non voleva andare al creatore con una fama così sinistra e mentì al giornalista, o forse le sue gesta furono ingigantite a dismisura nelle lunghe notti all’addiaccio, quando i pionieri si raccontavano storie attorno ai falò.

La tomba di John Johnson nel Wyoming

Fonte immagine: Billy Hathorn via Wikipedia – licenza CC BY-SA 3.0

Cosa ci sia di vero e di falso sulla vita di John Johnson è ormai impossibile da appurare: come molte storie sul selvaggio West la verità potrebbe superare l’immaginazione, oppure, al contrario, il racconto originario si è arricchito nel tempo soltanto di macabri particolari.

Il film del 1972 “Corvo Rosso non avrai il mio scalpo”, con Robert Redford, è una suggestiva versione romanzata della vita di Johnson.

Sotto, alcuni combattimenti con i Corvi nel film del ’72:

Le immagini d’epoca sono di pubblico dominio.

Annalisa Lo Monaco
Annalisa Lo Monaco

Lettrice compulsiva e blogger “per caso”: ho iniziato a scrivere di fatti che da sempre mi appassionano quasi per scommessa, per trasmettere una sana curiosità verso tempi, luoghi, persone e vicende lontane (e non) che possono avere molto da insegnare.