Talvolta le circostanze della morte possono apparire quasi una sorta di inquietante contrappasso, di ironico contrappunto, rispetto alla vita che si è condotta. È questo il caso di una delle più straordinarie danzatrici del primo Novecento, ricordata oggi non soltanto per l’indiscutibile talento, ma anche per le intemperanze e per l’incredibile fine, Angela Isadora Duncan.

Era l’imbrunire del 14 settembre del 1927 quando, sulla Promenade des Anglais a Nizza, Benoît Falchetto, un pilota automobilistico italo-francese, offrì il posto del passeggero sulla sua Bugatti alla celebre ballerina. Nel salire sulla potente vettura, prima che la lunga sciarpa che le avvolgeva il collo si impigliasse nelle ruote dell’auto strangolandola, Isadora prese commiato dai suoi amici pronunciando una frase fatale, destinata a restare tristemente famosa:

Adieu, mes amis. Je vais à la gloire!

Ovvero “Addio, amici miei, vado verso la gloria!”. Le parole vennero riportate da Mary Desti, che in seguito disse a Glenway Wescott, scrittore e amico di entrambe, che erano state un’esagerazione per rendere la morte dell’artista ancor più spettacolare. Le sue ultime parole sarebbero state, in realtà:

Je vais à l’amour

Una frase che suona come “vado all’amore” o “sono innamorata”, riferendosi al pilota della Bugatti con cui si accompagnava all’albergo. Aveva sempre amato i veli e le sciarpe, Isadora, al punto che erano diventati i suoi costumi di scena preferiti.

Una parabola artistica, la sua, iniziata nel 1898 a Londra, per sfuggire alle ristrettezze economiche della nativa San Francisco. Nella capitale inglese Isadora trascorreva lunghe giornate al British Museum, contemplando le opere greche. Studiava con passione i miti che le ispiravano e i movimenti delle sculture, leggeva testi sull’influsso dell’arte classica sulla musica e sulla danza. Era destinata a diventare colei che avrebbe inventato la danza moderna e un nuovo stile espressivo che abbandonava il classicismo delle convenzioni e delle posizioni artificiali in voga alla fine dell’Ottocento, a favore di una danza dai movimenti fluidi e spontanei.

L’immagine emblematica di questo movimento, che Isadora cercava di riprodurre nelle sue danze, era l’onda, un’elegante fusione di luce, suono e passi di danza, che simboleggiavano la ciclicità e l’energia della natura, che continuamente si rigenera. Le sue idee, per molti aspetti rivoluzionarie ed in anticipo sui tempi, furono influenzate da una rielaborazione molto personale dei classici e delle opere di Nietzsche. I suoi spettacoli ispirati all’antichità greca e al periodo rinascimentale, in cui esordiva scalza, a chiome sciolte ed avvolta in pepli e veli fluttuanti, ebbero ben presto grande successo in tutta Europa.

In un’epoca in cui il balletto classico era prevalentemente dominato da etoile maschili, la Duncan dei virtuosismi e delle danze anticonvenzionali, che sembravano celebrare l’indipendenza e l’espressione di sé, era adorata dal pubblico femminile.

La sua fine, tragica e spettacolare com’era stata la sua vita, suscitò grandissima impressione in tutto il mondo. Nel corso della sua esistenza aveva ottenuto successi ovunque, amori fatali, denaro, fama, ma aveva anche pagato a caro prezzo il successo, perdendo fra l’altro i suoi due figli, avuto da due uomini diversi, a soli 7 e 3 anni, annegati nella Senna insieme alla governante.

La scomparsa dei figli aveva spento nella grande artista la voglia di vivere. Amici rivelarono che solo un’ora prima di morire Isadora avrebbe confessato: “Sto cercando la morte. Ma non trovo i mezzi per morire. Non so morire”.

Gertrude Stein, scrittrice americana che ben conosceva la Duncan, alla notizia della sua morte, commentò cinicamente: “Affectation can be dangerous” ossia “Certi vezzi possono risultare pericolosi”, a riprova di quanto la danzatrice dal talento straordinario ed innovativo potesse anche risultare un personaggio scomodo e controverso. Di lei oggi resta l’impronta indelebile sulla storia della danza, che non fu mai più la stessa dopo che Isadora ebbe calcato i palcoscenici.

Sotto, un filmato in cui si osserva la Duncan che danza:

Della vita di Isadora Duncan venne girato un film, nel 1968, dal titolo “Isadora”, diretto da  Karel Reisz ed interpretato da Vanessa Redgrave:

Giovanna Potenza
Giovanna Potenza

Giovanna Potenza è una dottoressa di ricerca specializzata in Bioetica. Ha due lauree con lode, è autrice della monografia “Bioetica di inizio vita in Gran Bretagna” (Edizioni Accademiche Italiane, 2018) e ha vinto numerosi premi di narrativa. È uno spirito curioso del mondo che ama viaggiare e scrivere e che legge avidamente libri che riguardino il Rinascimento, l’Età Vittoriana, l’Arte e l’Antiquariato. Ha una casa ricca di oggetti antichi e di collezioni insolite, tra cui quella di fums up e di bambole d’epoca “Armand Marseille”.