Che siano state di frustrazione, ira o al fine di impartire una forzata educazione, le botte in casa Stalin rappresentavano una costante. O meglio, in casa Džugašvili, cognome paterno di uno dei dittatori più sanguinari del XX secolo e della storia tutta.

Eppure la nascita del piccolo Iosif Vissarionovič Džugašvili (იოსებ ბესარიონის ძე ჯუღაშვილი in georgiano) era stata accolta alla stregua di un miracolo sceso dal cielo dopo che i coniugi Vissarion Džugašvili (1853-1909) e Ekaterina Geladze (1858-1937) avevano perduto due figli poco più che neonati (Michail morirà dopo una settimana, Giorgi sei mesi dopo la nascita).

È il 6 dicembre 1878 (calendario giuliano) e, con l’incredulità di tutti, nel villaggio di Gori, nell’attuale Georgia, Ekaterina Geladze in Džugašvili dà alla luce un nuovo pargolo: il suo nome è Iosif.

Iosif Stalin nel 1894:

La notizia si sparge immediatamente per tutta Gori dove Vissarion Džugašvili, detto Beso, è molto conosciuto: è il calzolaio del paese, un uomo forte, instancabile lavoratore, che ha superato il dolore della morte di due figli, ma che negli ultimi tempi ha preso a frequentare con troppa regolarità le osterie del villaggio.

Sua moglie è una donna ancora giovane e bella nonostante le gravidanze che ha dovuto affrontare. Fresca, affascinante e pure chiacchierata perché già dalle prime settimane di vita del bambino, nelle strade sterrate di Gori cominciano a circolare insistenti voci che il neonato non sia frutto del suo amore con il marito Vissarion (visto irrimediabilmente poco capace dopo la morte dei due precedenti eredi), ma di una relazione che Ekaterina, soprannominata Keke, ha avuto con qualcun altro. Un qualcun altro generico, che la giovane donna – lo sanno tutti nel villaggio – tiene in piedi molteplici rapporti extraconiugali degni di una commediola di terz’ordine: un amico del marito, un importante poliziotto locale, addirittura un prete.

Di queste tremende voci Vissarion Džugašvili non se ne cura particolarmente, troppo distratto dalla sua crescente passione per l’alcol. Di riflesso, la calzoleria inizia così a vivere fortune alterne e quando le cose in bottega cominciano ad andare davvero male l’uomo fugge a consolarsi abbracciato a una bottiglia – tante bottiglie – di vino georgiano.

Beso torna a casa solo per dormire, non prima di aver vomitato, sempre più aggressivo e insoddisfatto, la sua frustrazione sulla moglie Keke e sul piccolo Iosif che vengono regolarmente malmenati. Iosif, già cagionevole di costituzione (in casa è chiamato Soso, gracile), ricorderà sempre le botte prese dal padre – una sera gli darà così tanti calci allo stomaco che per giorni urinerà sangue – e anche quelle ricevute dalla madre – malamente giustificate con fini educativi –, continue violenze che lo induriranno e lo porteranno a maturare prima del tempo.

Nel frattempo l’economia famigliare non cessa di languire e la mamma Ekaterina deve inventarsene ogni dì una per sbarcare il lunario e mantenere pure il marito dal quale ormai vive separata: si sposta con il suo bimbo da un tugurio all’altro, fa la sarta per i vicini e le amiche e arrotonda concedendosi agli uomini che le mostrano anche il più minimo interesse.

Il piccolo Soso intanto cresce: riesce a superare le violenze domestiche, l’instabilità famigliare e una pervicace epidemia di varicella, dimostrando un’insospettabile tempra, e quando ha circa dieci anni, la madre riesce – grazie all’intercessione decisiva di un amico prete – a iscriverlo all’istituto parrocchiale.

Il futuro Uomo d’acciaio è un bambino forte, audace, che non si lascia intimidire neppure dai ragazzini più grandi. Per le strade di Gori comincia presto a risolvere le questioni a cazzotti e tutti iniziano a provare per lui un rispettoso timore. Anomalia, nonostante il carattere irrequieto, Iosif non è però un asino a scuola, anzi è il più curioso e bravo della classe, ama leggere, disegnare e gli insegnanti stravedono per lui.

Frattanto dalle risse per le stradine del villaggio passa ai primi furtarelli e al vandalismo e un giorno, durante una delle sue scorribande, finisce con una gamba sotto una carrozza: l’arto resterà offeso per il resto della sua esistenza.

Stalin a ventiquattro anni nel 1902:

La vita spericolata, le violenze quotidiane e gli incidenti non placano la vena artistica del giovane: il piccolo Stalin legge continuamente e durante la messa scopre anche di essere portato al canto. Diventa presto il corista principale della parrocchia e l’orgoglio di mamma Keke, fervida religiosa, che per lui vede già un fulgido avvenire come prete…

Intanto il padre Vissarion, ora totalmente dissoluto e trasferitosi a Tiflis (odierna Tbilisi), prova con poche fortune a portarlo nella sua calzoleria ormai allo sfacelo, ma la signora Ekaterina riesce a salvare il figliolo dalla sicura miseria inviando presso il marito un contingente di amici e protettori che con qualche buona parola – e probabilmente qualche rublo sonante – convincono l’uomo a lasciar perdere Iosif.

Soso torna così dalla mamma a Gori e, mentre l’adolescenza avanza, nel suo cuore comincia a prendere spazio una nuova grande passione: la politica.

Il futuro segretario generale del Partito Comunista dell’Unione Sovietica (lo sarà dal 1924 fino alla morte avvenuta nel 1953) entra in contatto con gli ambienti rivoluzionari del paese e inizia ad aprire gli occhi sulle prevaricazioni, le violenze e le sofferenze che si spandono a macchia d’olio sull’impero russo. Allo stesso tempo la sua fede comincia a vacillare e dopo aver assistito a una cruenta esecuzione capitale – due contadini vengono impiccati nella piazza di Gori, sotto i suoi occhi e nel tripudio generale – ha una illuminazione che gli cambierà la vita (e susseguentemente quella di milioni di persone): se succedono queste bestialità significa che Dio non esiste, perciò bisogna agire e non perdere tempo ad affidare alla preghiera le proprie speranze e volontà.

Disturbato da questo conflitto interiore, a quindici anni entra comunque nel prestigioso seminario teologico di Tiflis.

In seminario l’aria non è serafica come avrebbe potuto immaginare: si susseguono le penitenze, la scrupolosa moderazione nel cibo, gli isolamenti nelle celle buie e putride, le violenze degli studenti più grandi nei confronti dei novellini, le repressioni dei responsabili del seminario verso i più scapestrati.

Un programma da gulag siberiani ovattato dai ricchi paramenti che sicuramente ispirerà il giovane Stalin.

Stalin nel 1943 alla conferenza di Teheran:

In questo periodo nascerà anche la grande passione per il poeta americano Walt Whitman. Le sue rime lo sproneranno nella composizione di alcune poesie che Soso vedrà addirittura pubblicate su riviste e antologie grazie all’entusiasmo del noto poeta georgiano Ilia Chavchavadze che ne era restato felicemente impressionato.

Quando ormai la tonaca e la penna sono a portata di mano, però, Iosif riprende le idee rivoluzionarie, adesso sempre più massicce e concrete. Il giovane le fa sue giorno dopo giorno fino a trovarsi dinanzi a un bivio a tre strade. Siamo alle soglie del nuovo secolo, Iosif è ormai un ragazzo di vent’anni e deve scegliere quale carriera intraprendere: quella religiosa, letteraria o politica?

Iosif Vissarionovič Džugašvili, il bambino percosso, il giovane ardimentoso e offeso a una gamba, l’eccellente corista e l’appassionato lettore sceglie la politica e sarà l’inizio di un cambiamento per la Russia e il mondo intero.

Dopo nuovi anni di delinquenza alternati all’attività rivoluzionaria, nel 1924 verrà la conquista del potere dopo la morte di Lenin, la repressione di ogni libertà, le guerre di confine sovietico-giapponesi, i piani quinquennali, la collettivizzazione forzata, lo stakanovismo, le carestie, la paranoia e l’ossessione di essere tradito, le Grandi Purghe, le deportazioni nei gulag, la farsa del patto Molotov-Ribbentrop e la Seconda guerra mondiale.

Con Lenin nel 1919:

Il tiranno – che paradossalmente per ben due volte, nel ’45 e ’48, sarà candidato al Nobel per la Pace – avrà sulla coscienza un numero imprecisato di morti. Studi successivi al crollo dell’Unione Sovietica stimano che durante la dittatura staliniana avrebbero perso la vita tra i 4 e i 10 milioni di uomini, un numero che in taluni casi sale vertiginosamente fino a 20 milioni di anime.

Quando nel 1937 muore mamma Keke – il padre era già morto in solitudine di cirrosi epatica nel 1909 –, Iosif, impegnatissimo con le sue Purghe, non potrà prendere parte ai funerali e invierà un sintetico ma affettuoso messaggio in russo e georgiano con su scritto: “Alla mia cara e amata mamma, da tuo figlio Iosif Džugašvili”. Non presente all’ultimo saluto, Stalin darà alla madre una sepoltura a cinque stelle, tumulandola nel Pantheon di Mtatsminda, a Tbilisi, dove riposano le più importanti personalità della Georgia.

Con la figlia Svetlana. Il figlio maschio, Jakov, fu praticamente rinnegato dal padre:

Ritorniamo a Gori, il villaggio (all’epoca contava tra i 7000-8000 abitanti) dove è nato l’Uomo d’acciaio. La cittadina ricorda il controverso concittadino con il museo Iosif Stalin – i cui lavori sono cominciati con il dittatore ancora in vita –, situato sull’omonimo viale e nelle vicinanze della casa natale del tiranno e della carrozza del treno col quale Stalin si è recato alle famose conferenze di Teheran (1943) e di Jalta (1945). Nell’ultima sala del museo è inoltre esposta la sua maschera mortuaria. Gori ospita anche una grande statua della Guida che, dopo essere stata rimossa per un breve periodo tra il 2010 e il 2013, è tuttora collocata di fronte al municipio della città e rappresenta uno dei rari monumenti sopravvissuti al processo di destalinizzazione che ha caratterizzato gli ultimi decenni di vita dell’URSS.

Lettura essenziale per conoscere la giovinezza di Stalin è il volume Stalin (Garzanti), del rivoluzionario e biografo ufficiale Lev Trockij (che lo stesso dittatore farà poi eliminare). Da quest’opera prendono spunto altri volumi: Il giovane Stalin (Longanesi) di Simon Sebag Montefiore, Stalin. Biografia di un dittatore (Mondadori) Oleg V. Chlevnjuk e L’infanzia dei dittatori (Baldini&Castoldi) di Véronique Chalmet.

Antonio Pagliuso
Antonio Pagliuso

Appassionato di viaggi, libri e cucina, si vede tra vent'anni come un moderno Mattia Pascal; mal che vada ripiegherà sul personaggio di Raskol'nikov. Autore del noir "Gli occhi neri che non guardo più" e ideatore della rassegna culturale "Suicidi letterari".