Il fondo dell’orrore, fu appena intravisto, per la prima volta, da Anton Cechov, il grande scrittore russo. Era il 1890 e Cechov si trovava alla colonia penale di Sachalin, un’isola del Pacifico settentrionale, dove si era recato per scrivere un reportage sulle condizioni dei prigionieri. Tali condizioni, come si può immaginare, erano terrificanti, e il lavoro di Cechov ebbe una tale risonanza da indurre il governo russo a ordinare una serie di ispezioni ed emanare una serie di regolamenti per limitare e sanzionare gli abusi dei sorveglianti sui prigionieri.

Un giorno, Cechov assisté a una fustigazione pubblica e, da medico quale era, intuì che la violenza del supplizio, sicuramente spropositato rispetto a qualsiasi violazione potesse essere stata attribuita al condannato, avrebbe facilmente condotto quest’ultimo alla morte. Ma, a colpirlo, più ancora dell’assurdità del sistema sanzionatorio, fu il compiaciuto sadismo con cui il sorvegliante incaricato di frustare il condannato continuava a menare colpi, certo provando una perversa soddisfazione al pensiero di uccidere l’uomo che aveva davanti. Cechov, a un certo punto, dovette andarsene, disgustato oltre ogni limite; ma registrò nei suoi appunti una considerazione che è rimasta celebre. Scrisse infatti che, se fosse mai stato costretto a scegliere se essere il condannato o il carnefice, avrebbe preferito mille volte essere il condannato, che era senz’altro l’ultimo degli uomini, ma almeno un uomo; mentre il carnefice, per lui, non era degno neppure di essere considerato un essere umano.

Davanti a quello che pare un orrore senza fine, l’istinto e l’emozione ci portano a dimenticare che l’orrore non ha fine, che ce ne può sempre essere uno ancora peggiore.

I criminali che, ebbri di un fanatismo accecante, scagliarono le loro bottiglie Molotov contro il bar “L’Angelo azzurro” a Torino il 1° ottobre 1977 erano convinti, nella loro perversa idiozia, di colpire davvero qualcuno che rappresentava un “nemico” per la loro causa. Era la mentalità della faida, quell’idea tribale di giustizia che caratterizzava le società in cui l’arbitrio si faceva legge, legittimato dalla prepotenza. Un atto barbaro, sanguinario, pre-civile, eppure sgradevolmente umano, tipico del peggio dell’umanità.

Invece i criminali che, ebbri di un fanatismo analogo, scagliarono le loro bottiglie Molotov in mezzo alle auto che attraversavano via Foria a Napoli il 17 giugno 1975, sapevano perfettamente che tra la gente che avrebbero colpito c’erano persone ignare ed estranee a ogni logica di “lotta”.

Eppure le lanciarono lo stesso

Con questo, si posero letteralmente al di fuori del genere umano. Un atto ferino, bestiale, pre-umano, capace di provocare orrore perfino al peggio dell’umanità. E’ sempre doloroso parlarne, anche se si vorrebbe cancellare ogni loro ricordo dalla memoria individuale e collettiva, si deve parlare ancora di loro. Sia perché è Storia e chi non conosce la Storia è condannato a ripeterla; sia perché è doveroso dare voce alle esistenze spezzate delle vittime, vittime completamente innocenti cui spetta ogni diritto di continuare a esistere nella memoria di chi sa.

Di Roberto Crescenzio, ucciso nel rogo dell’Angelo Azzurro, abbiamo già scritto in un precedente articolo. Nelle righe seguenti si parla invece di Iolanda Palladino, morta a 21 anni il 21 giugno 1975 per opera di quelle che possiamo definire mani disumanamente criminali.

Iolanda Palladino è una studentessa di Legge, ultima dei 4 figli del cuoco di un celebre ristorante, “Mimì alla Ferrovia”. Diplomata geometra all’istituto tecnico “Della Porta”, guadagna qualcosa lavorando come generica in teatro, soprattutto nelle “sceneggiate”, che in quel periodo richiamano folle di spettatori. È una ragazza bellissima, che ricorda (in meglio) Ornella Muti, diva emergente del periodo. Una scherzosa leggenda del tempo racconta che, quando esce in strada insieme alla sorella maggiore Nilde (che l’attrice la fa sul serio), non si ferma solo il traffico, si fermano pure gli orologi.

Ha passato il pomeriggio di martedì 17 giugno a studiare per un esame. In serata, le viene in mente all’improvviso qualcosa che deve dire al suo ragazzo, il figlio del proprietario del cinema “2000” di piazza Carlo III. Cerca di telefonargli, ma la linea di casa è isolata. Allora raccoglie un po’ di gettoni, scende in strada e va a chiamarlo da una cabina telefonica, proprio di fronte. Ma è isolata anche questa, c’è un guasto e non c’è linea in tutta la zona intorno alla chiesa del Carmine, dove abita. Allora decide di andare a parlargli personalmente, al cinema, dove lui adesso sta lavorando. È una passeggiata che a piedi durerebbe una ventina di minuti, ma lei ha la macchina (la Fiat 500 che le hanno regalato i genitori per la maturità) e prende quella. Conta di metterci molto poco, e infatti non sale neppure a cambiarsi, si tiene addosso il largo abito estivo e gli zoccoli che porta normalmente in casa.

Al cinema “2000” si trattiene un po’, forse le viene voglia di vedere un po’ del film in proiezione, forse lei e il fidanzato si mettono a chiacchierare e non si rendono conto del passare del tempo. Quando si rimette in moto verso casa, è ormai notte: deve avviarsi per via Foria, svoltare per via Carbonara e tagliare il Rettifilo. Non ci vuole molto, in assenza di traffico.

Ma stasera, nonostante l’orario, le strade sono piene di gente. Nei due giorni precedenti, 15 e 16 giugno, si sono tenute le elezioni amministrative e oggi è stato completato lo spoglio. Per la prima volta nella storia di Napoli, la corsa a sindaco è stata vinta da un candidato del PCI, Maurizio Valenzi, un pittore di non trascurabile rilievo nel panorama dell’arte italiana del ‘900 (alcune sue opere sono visibili nel museo “Napoli Novecento” a Castel Sant’Elmo), rompendo l’egemonia della DC che durava dalla caduta di Achille Lauro, il celebre sindaco monarchico che aveva dominato la scena politica degli anni ’50 (e fatto la fortuna della più selvaggia speculazione edilizia, innescando vorticosi giri di mazzette, così come raccontato dal film “Le mani sulla città” di Francesco Rosi).

Il PCI, in realtà, ha vinto sul filo di lana: ha ottenuto poco più del 32% dei voti e, anche se resta il partito più votato, per mettere in piedi una giunta e avere la maggioranza in Consiglio Comunale, dovrà comunque ricorrere a delle alleanze con democristiani e socialisti. Fatto che sarà, alla lunga, la fortuna di Valenzi, che resterà alla guida della città per 8 anni, cercando inutilmente di cooptare le migliori intelligenze cittadine alla causa del bene comune.

Ma tutto questo è molto di là da venire e a molti napoletani sembra davvero che la sua elezione metta la parola “fine” a una interminabile stagione di clientele e bustarelle. Perciò, all’annuncio del risultato elettorale, sono scesi in strada a festeggiare, e via Foria è piena di caroselli di auto che suonano il clacson. Anche Iolanda lo ha votato e, forse, nonostante la seccatura delle code, questa situazione le mette pure allegria. Però a stare chiusa nel piccolo abitacolo fa caldo, e quindi spalanca il tettuccio apribile dell’auto.

Ma c’è anche chi non è per nulla contento dell’elezione di Valenzi. Via Foria ospita una sezione del MSI che ha già avuto problemi con la polizia per via delle intemperanze di alcuni suoi iscritti. Il nome è già tutto un programma: “Giovanni Berta”. Giovanni Berta, fiorentino, classe 1894, è stato un reduce della Libia e della Grande Guerra, e soprattutto uno squadrista della prima ora. Fu ucciso in circostanze mai del tutto chiarite (forse in uno scontro tra fascisti e comunisti, forse aggredito da un gruppo di comunisti che lo aveva riconosciuto mentre era in strada, forse anche in altri modi: l’unica cosa certa è che fu gettato nell’Arno dal Ponte Sospeso e vi annegò) nel febbraio del 1921.

La propaganda fascista ne fece un vero martire, superando ogni limite di decenza (esiste anche una celebre canzone, diffusissima nel Ventennio, in cui Berta viene addirittura spacciato per uno studentello quattordicenne) e il suo “culto” è tuttora vivo nelle file dell’estrema destra. A dirigerla è Michele Florino, un giovane molto ambizioso che, in queste amministrative coglie il suo primo importante successo, venendo eletto al Consiglio Comunale (del resto, il MSI in città va benissimo, supera il 18% dei consensi). L’esperienza municipale sarà solo il primo passo della carriera fortunata politica di Florino, che negli anni successivi diventerà una presenza abbastanza assidua sulle tv private partenopee (tutte in mano a imprenditori simpatizzanti del MSI) anche se non arriva alla popolarità di qualche suo collega di partito, come i pittoreschi neoborbonici Angelo Manna e Ugo Fedi, che pure vivranno carriere politiche di tutto rispetto.

I personaggi che frequentano la “Giovanni Berta” sono spesso soggetti molto pericolosi. A Napoli, come in tutte le città italiane, è rimasta una certa quota di popolazione che rimpiange gli anni del fascismo come l’età d’oro della propria vita. Il regime, che prima ancora di abolire le libertà abolì le coscienze, viene rimpianto per la sua fin troppo esagerata generosità verso i sostenitori (nei primi anni da Duce, Mussolini decuplicò gli organici della pubblica amministrazione per sistemarne quanti più possibile) e perché, essendo già corrottissimo di suo, chiudeva facilmente tutti e due gli occhi su ogni genere di traffico e contrabbando, purché ognuno ricevesse la propria parte.

La caduta del fascismo, per tutta questa fauna, ha rappresentato soltanto la fine della pacchia, e l’impossibilità a partecipare alla successiva spartizione dei favori regalati per ragioni clientelari dai nuovi padroni, in quanto segnati a vita da un marchio d’infamia. Per questo, non poche famiglie hanno cresciuto letteralmente i propri figli a pane e odio, coltivando sistematicamente un rancore sempre più cupo e feroce, ossessivo, paranoico, verso tutti i non fascisti. Ad alimentarlo, si sono aggiunti i profughi istriani che, arrivati in gran numero alla fine degli anni ’40, hanno raccontato delle nefandezze che gli slavi hanno riservato agli italiani di quell’area, guardandosi bene però dal precisare che in precedenza i fascisti avevano riservato lo stesso trattamento agli slavi; ci sono perfino famiglie che il 25 aprile si chiudono in casa e tengono spente radio e televisione perché per loro quello della Liberazione è un giorno di lutto, anche se non hanno perso nessuno.

Il giorno che Valenzi vince le elezioni amministrative, ai neofascisti della “Giovanni Berta” (ma non solo a loro) viene letteralmente un travaso di bile.

Valenzi non è solo comunista, è pure ebreo

Qualcosa che a loro suona veramente intollerabile. Di ciò che avviene dopo, abbiamo le risultanze processuali, che hanno sempre lasciato molti dubbi aperti ma sono l’unica testimonianza che ha valore ufficiale.

Sono circa le 23:15 quando la 500 di Iolanda Palladino passa davanti alla scalinata di via Michele Tenore, di lato all’Orto Botanico, che conduce alla Facoltà di Veterinaria. Da lì, ancora pochi metri, poi svolterebbe a sinistra per via Carbonara e lascerebbe via Foria. Proprio in quel momento, però, l’abitacolo dell’auto esplode in una improvvisa fiammata. Iolanda quasi non capisce cosa stia accadendo, ma ha la presenza di spirito di spalancare lo sportello e gettarsi fuori dall’auto. La gente intorno sta fuggendo in tutte le direzioni, ma alcuni si precipitano a soccorrere quella ragazza che corre per strada con i capelli e gli abiti in fiamme.

Un giovane, Orlando Giannuzzi Savelli, spegne le fiamme che la avvolgono soffocandole con la propria camicia. Poi, facendosi aiutare da un altro passante, Vincenzo Giacco, la carica sulla propria auto e la porta all’ospedale più vicino, quello degli Incurabili. Iolanda è talmente sotto choc che non sembra rendersi conto delle sue condizioni: chiede da fumare, si preoccupa dell’auto e dei capelli, dice che forse avrebbe fatto meglio a non uscire.

All’ospedale, trovano che è coperta di ustioni per oltre il 60% del corpo. Agli Incurabili non sono attrezzati per curarla: la portano al maggiore ospedale napoletano, il Cardarelli. Passato lo choc, la sofferenza si fa terribile: i familiari, appena accorsi, la sentono gridare di dolore dall’interno del reparto. I medici dicono che ci sono meno del 10% di probabilità di salvarla, ma le tentano tutte. Le trovano anche un posto al centro grandi ustionati dell’ospedale Sant’Eugenio di Roma, in quel momento il più importante d’Italia. Viene trasferita qui il 19, ma non serve a nulla. Il 21 giugno, Iolanda Palladino, dopo essersi confessata con il cappellano, perde definitivamente conoscenza e in poche ore l’elettroencefalogramma diventa piatto.

Non ha ancora compiuto 21 anni

La polizia, compiendo i primi rilievi, scopre subito cosa è successo. La 500 di Iolanda è stata colpita da una bottiglia Molotov, che è penetrata nel tettuccio aperto prima di esplodere. Sui gradini di via Tenore sono rimaste altre quattro bottiglie incendiarie pronte a essere lanciate, una tanica contenente ancora mezzo litro di benzina e altro materiale che serve a preparare gli inneschi.

Qualcuno racconta che qualche giorno prima un netturbino aveva trovato nello stesso punto altre 4 bottiglie incendiarie e che pure si era pensato che fossero roba dei tipi della “Giovanni Berta”, ma nessuno ha fatto nulla. Ora però non si può più far finta di niente. Tutti gli iscritti alla sezione missina finiscono fermati e interrogati in questura.

Due sono arrestati subito: i fratelli Giuseppe e Bruno Torsi, operai, di 19 e 16 anni

Qualche giorno dopo viene arrestato anche un cameriere di 20 anni, Umberto Fiore, che ha tentato inutilmente di fuggire e di nascondersi a Ischia. Finiscono processati con l’accusa di omicidio volontario, insieme a Florino accusato di favoreggiamento. L’esito del processo è a dir poco ridicolo, per un delitto di tale gravità.

I funerali di Iolanda Palladino:

Umberto Fiore si becca sei anni e otto mesi, i due Torsi pene minori (al punto che il maggiore, Giuseppe, già nel 1979 sarà libero di farsi arrestare di nuovo, in quanto appartenente a un altro gruppo di terroristi di destra, quella di Paolo Bianchi, noto sia per le rapine sia per le soffiate alla polizia, grazie alle quali sono stati arrestati personaggi come Vallanzasca e Concutelli). In Appello le pene vengono ridotte e poi perfino in parte condonate. Florino è assolto per insufficienza di prove: tutti i “camerati” affermano che i tre si allontanarono spontaneamente dalla sezione mentre lui era andato a prendere delle pizze con cui festeggiare l’avvenuta elezione al Consiglio Comunale.

Al funerale di Iolanda, il 24 giugno, i neofascisti arrivano addirittura alla spudoratezza di provocare la folla dei partecipanti, appendendo lungo il tratto che il corteo doveva percorrere uno striscione con su scritto “Né Dio né gli uomini fermeranno la violenza fascista” (altri riportano: “Solo Iddio può piegare la volontà fascista, gli uomini e le cose mai”). Alcuni dei presenti lo strappano via, altri si scagliano contro la sede della “Giovanni Berta”, ma la polizia la sta presidiando e non esita a caricare un corteo funebre, mentre i neofascisti ne approfittano per far esplodere bombe carta. Il giorno dopo la stampa di sinistra tuonerà pesantemente contro il questore di Napoli, Zamparelli, di cui sono note le simpatie fasciste, ma nessuno prenderà mai il minimo provvedimento.

La famiglia Palladino non ha mai ricevuto alcun risarcimento, ma forse sarebbe il caso di dire alcuna attenzione dallo Stato Italiano. Il sindaco Valenzi regala loro una piccola cappella nel cimitero di Poggioreale, dove oggi Iolanda riposa accanto ai genitori e alle sorelle Teresa e Nilde, anch’esse morte giovani, ma per cause naturali. L’unico superstite della famiglia, il fratello Ciro, se n’è andato a lavorare in Veneto, ha una figlia che si chiama Iolanda ed è un convinto attivista dell’Associazione Italiana Vittime del Terrorismo e dell’Odio Politico, presieduta da Marco Falvella, fratello di Carlo, uno studente missino di Salerno che fu ucciso durante una rissa con degli anarchici nell’estate del 1972.

La carriera politica di Michele Florino, per molto tempo, non ha conosciuto pause. Dal Comune di Napoli è finito in Parlamento, prima tra le file del MSI (1984), poi di AN (fino al 2006), per poi seguire Francesco Storace in La Destra, poi Fiamma Tricolore e infine approdare a Casapound, con cui non è sceso direttamente in campo, preferendo candidare sua figlia Emanuela. Nel trentennale della scomparsa di Iolanda, fa scalpore (ma solo per un breve periodo) la sua decisione di tappezzare l’area del centro di Napoli, soprattutto a via Foria, con una serie di manifesti che stigmatizzavano la pena troppo lieve (15 anni) inflitta all’assassino di Fabio Nunneri, un ragazzo accoltellato mentre cercava di sedare una rissa. Ma nessuno va a chiedergli conto delle pene ricevute trent’anni prima dai suoi “camerati”.

Nel quarantennale, un’associazione culturale della zona ottiene dal Comune il permesso di porre una targa in memoria di Iolanda nel luogo in cui fu uccisa. Dopo pochi giorni, la targa sparisce. Ne viene posta un’altra identica e sparisce pure questa. Poco distante, nella ex sede della “Giovanni Berta”, c’è una sezione di Casapound. Ma forse è solo un caso.

Finalmente, nel dicembre del 2016, con una cerimonia accompagnata da grande partecipazione popolare, il sindaco De Magistris intitola alla memoria di Iolanda la scalinata da cui i suoi assassini lanciarono la bottiglia incendiaria. Almeno, questa volta, nessuno potrà far sparire più niente.

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Roberto Cocchis

Roberto Cocchis

Barese di nascita, napoletano di adozione, 53 anni tutti in giro per l'Italia inseguendo le occasioni di lavoro, oggi vivo in provincia di Caserta e insegno Scienze nei licei. Nel frattempo, ho avuto un figlio, raccolto una biblioteca di oltre 10.000 volumi e coltivato due passioni, per la musica e per la fotografia. Nei miei primi 40 anni ho letto molto e scritto poco, ma adesso sto scoprendo il gusto di scrivere. Fino ad oggi ho pubblicato un'antologia di racconti (“Il giardino sommerso”) e un romanzo (“A qualunque costo”), entrambi con Lettere Animate.