Un tema che la gente comune trova molto coinvolgente quando si discute di delitti e cronaca nera (nel senso che la gente comune spesso pretende di saperne di più degli specialisti che hanno dedicato decenni di studio all’argomento) è quello dell’infermità mentale, intesa ovviamente come ragione di non punibilità dell’autore di un delitto, considerato un malato e non un criminale.

Non è questa la sede per proporre qualcuno dei tantissimi esempi che si potrebbero trarre dalla cronaca recente per giustificare sia il ricorso all’infermità mentale per assolvere un assassino. Oggi, qui, parleremo delle origini di questo concetto, che sono molto recenti.

La prima volta che si parla di infermità mentale come causa di non punibilità di un reo risale al 1843, in Regno Unito. L’occasione è un processo clamoroso e spettacolare.

Un giovane scozzese, Daniel M’Naghten, convinto di essere vittima di un complotto orchestrato dal primo ministro inglese Sir Robert Peel (en passant, l’inventore della polizia moderna e di Scotland Yard, da cui il soprannome di “bobbies” per i poliziotti inglesi), il 20 gennaio di quell’anno si era appostato davanti alla residenza del premier a Downing Street, per uccidere Peel a colpi di pistola.

A quell’epoca, non esistendo la tv o i giornali illustrati, M’Naghten non aveva la minima idea di quale potesse essere l’aspetto di Peel. Appena un uomo di quella che sembrava l’età giusta (sulla cinquantina) si era avvicinato al portone, M’Naghten gli aveva sparato alla schiena. Non si trattava però di Peel ma di un importante banchiere che era uno degli uomini di maggior fiducia del premier, Edward Drummond. Cinque giorni dopo, Drummond era morto.

Al processo (che presenta anche dei lati oscuri: M’Naghten era un fallito ma si trovava in possesso di una notevole somma di denaro, di cui non fu mai spiegata la provenienza; Drummond era stato dato in un primo momento fuori pericolo, poi si era aggravato improvvisamente e alcuni medici avevano stigmatizzato l’imperizia dei colleghi che lo avevano curato), la difesa sottolineò in modo vibrante che M’Naghten non era capace di intendere e volere perché viveva in un mondo tutto suo, completamente disconnesso dalla realtà.

Sia i medici che lo esaminarono, sia i parenti, amici e conoscenti che furono chiamati alla sbarra, confermarono che l’uomo era tutto tranne che normale

Sotto, Daniel M’Naghten nel 1856 fotografato al Bethlem Bedlam:

La Corte decise allora di assolvere l’imputato e di disporne il ricovero in un ospedale psichiatrico, dove restò per quasi 22 anni senza dare particolari problemi, prima di morire di diabete.

La sentenza rappresentò un certo azzardo, non esistendo alcuna legislazione sull’argomento, ma costituì il precedente sul quale la Camera dei Lord elaborò una serie di norm per determinare se un imputato fosse infermo di mente o meno. Questo regolamento (le cosiddette “regole M’Maghten”) si estese rapidamente a tutti i Paesi anglofoni, incontrando delle resistenze solo negli Usa.

È peraltro possibile che i giudici del caso M’Naghten agissero con particolare scrupolo perché oppressi dal senso di colpa per le tante condanne capitali irrogate nei decenni precedenti per reati di minimo conto. Gli abolizionisti stigmatizzavano il ricorso al patibolo anche per un semplice furto, qualora il valore della refurtiva superasse i 40 pence, la mancanza del minimo riguardo verso i bambini (molti condannati impiccati per furto avevano meno di 10 anni), l’inutile crudeltà di certi supplizi (ancora ai primi del XIX secolo, una ragazza era stata bruciata sul rogo per la partecipazione come complice a un furto).

Tali orrori, anziché educare la gente al rispetto delle leggi, la facevano diventare ancora più violenta e dedita a ogni sorta di delitto

Ma anche nei Paesi in cui l’ordinamento giuridico si basa sulla “Civil law”, la questione era stata posta, in seguito a delitti destinati a rimanere memorabili.

Uno di questi delitti è stato oggetto di un lungo e approfondito studio da parte del più brillante e rivoluzionario storico del XX secolo, Michel Foucault, che gli ha dedicato un libro impressionante, in cui sono raccolti e commentati tutti i documenti originali del tempo. È un delitto particolarmente efferato che si consumò nel villaggio di La Faucterie, appartenente al comune di Aunay-sur-Odon, nel Calvados, in Normandia.

La storia di Pierre Magrin Rivière

Nella tarda mattinata di mercoledì 3 giugno 1835, in seguito a una serie di segnalazioni, il sindaco di Aunay, accompagnato dal giudice Badouin, dal cancelliere Langliney, dal medico Morin e dall’ufficiale sanitario Cordier, si reca a La Faucterie, dove risulta appena commesso un efferato delitto nella proprietà di un certo Pierre Magrin Rivière.

Sotto, Claude Hébert nel ruolo di Pierre Rivière nella pellicola di Renè Allio (1976):

Alle 13, Badouin e Langliney redigono un primo verbale, relativo al rinvenimento di tre corpi: una ragazza sgozzata all’ingresso di casa, una donna quasi decapitata e un bambino con il cranio sfondato in cucina.

Alle 14, Morin e Cordier redigono un secondo verbale, relativo all’esame dei corpi, sui quali viene effettuata anche un’autopsia estemporanea. La donna, identificata come la quarantenne Victoire Brion, mentre stava cuocendo della farinata sul focolare, è stata colpita ripetutamente alle spalle, al collo e al volto con un’arma da taglio. Era in stato interessante: l’esame dell’utero mostra la presenza di un feto di quasi sette mesi, di sesso femminile. Il bambino, identificato come Jules Rivière, di 8 anni, è stato ripetutamente colpito al cranio e al volto, sempre con un oggetto molto tagliente. La ragazza, identificata come Victoire Rivière, di 19 anni, ha ricevuto molti colpi alla gola e al volto e le sono stati strappati molti capelli.

Il giudice, intanto, interroga i testimoni. Ce ne sono almeno tre

Marie Rivière, di 74 anni, è la suocera della donna uccisa, nonché nonna del bambino e della ragazza. Abita di fronte, dall’altro lato del cortile. Poco prima delle 12, sentendo gridare, si è affacciata alla porta di casa e ha visto la nipote Victoire tentare la fuga dalla porta di casa, ma la ragazza è stata fermata da qualcuno che l’ha presa per i capelli. La nonna si è precipitata ad aiutarla e, mentre attraversava il cortile ha riconosciuto il nipote Pierre Rivière, di 20 anni, come l’uomo che stava aggredendo Victoire. Prima di poter essere fermato, Pierre ha inflitto diversi colpi alla sorella con una roncola, senza però colpire la nonna che gli aveva afferrato un braccio, poi si è divincolato ed è fuggito. La nonna ha guardato in casa e, visti gli altri due corpi riversi sul pavimento, si è messa a urlare dando l’allarme.

Un uomo, Jean Postel, che tornava dalla campagna, mentre accorreva sul posto, richiamato dalle urla di Marie Rivière, ha incontrato Pierre Rivière che si allontanava, con la roncola insanguinata in mano. Pierre sembrava calmo e gli ha rivolto la seguente frase:

State attento che non succeda nulla a mia madre

Una donna, Victoire Lerot, ha incontrato Pierre Rivière, diretto verso il borgo di Aunay, qualche minuto dopo, e il ragazzo le ha detto: “Ho appena liberato mio padre da tutte le sue sventure. So che morirò per questo ma non mi importa. Vi raccomando mia madre”.

Dopo questi incontri, Pierre Rivière è sparito. Comincia una caccia all’uomo nei folti boschi che circondano Aunay, che si protrarrà per diversi giorni.

Intanto, è arrivato in paese il procuratore del re, ossia il magistrato incaricato dell’inchiesta. Questo, interroga non solo i testimoni oculari ma anche parecchi altri e il 5 giugno redige a sua volta un verbale in cui riporta erroneamente i nomi delle due vittime donne ma, per la prima volta, parla di quella che oggi definiremmo la storia clinica di Pierre Rivière.

Pierre è sempre stato pieno di problemi, sin da bambino. Basso e di aspetto quasi scimmiesco, non ha mai avuto amici per via del suo carattere instabile e violento. Si è fatto conoscere sin dall’infanzia per la crudeltà con cui infieriva sugli animali, specie sugli uccellini, che era solito catturare e schiacciare lentamente tra due pietre, e sulle rane, che crocifiggeva. Entrambe le attività lo facevano ridere. Spesso parla da solo mentre va in giro. A volte sparisce e ritorna dopo qualche giorno. Ha una spiccata avversione per il sesso femminile. A scuola era insolitamente bravo grazie a un’eccellente memoria, ma la famiglia non gli ha permesso di continuare gli studi. Ha però letto molto per proprio conto e, da qualche tempo, è preda di una irrefrenabile mania religiosa.

Pierre, che ha vagabondato per i boschi fino alla costa della Bretagna, percorrendo centinaia di chilometri a piedi e nutrendosi soprattutto degli uccelli cacciati con una rudimentale balestra che si è fatto da solo, viene finalmente arrestato da due gendarmi di Langannerie che lo sorprendono in strada all’alba e lo riconoscono, il 2 luglio.

Il 9 luglio viene interrogato per la prima volta, nella pretura di Vire, dal giudice istruttore Legrain. Al magistrato dice di aver ucciso madre, sorella e fratello perché gliel’ha ordinato Dio: a tale proposito, corrobora questa dichiarazione con alcune citazioni dall’Antico Testamento.

Dio glielo avrebbe ordinato per liberare il padre dalle sue sventure

Dal racconto di Pierre, tra una citazione biblica e l’altra, emerge una realtà familiare molto conflittuale. Il padre, Pierre Magrin Rivière, che era al lavoro nelle sue proprietà agricole al momento del fatto, è un uomo pio e sensibile, che ricorre continuamente ai consigli del confessore, il quale gli ordina solo di pregare, davanti a qualsiasi tipo di problema. La madre, invece, era una tipa molto pratica e autoritaria, e si era messa a comandare in casa. Considerando il marito un perfetto buono a nulla, qualche settimana prima del delitto lo aveva addirittura cacciato via, costringendolo a stabilirsi dalla di lui madre. Non era la prima volta che questo succedeva e la situazione andava sempre peggio.

Legrain raccoglie anche altre deposizioni di conoscenti dei Rivière, che minimizzano i contrasti tra i due coniugi e sottolineano che il ragazzo è sempre stato un tipo piuttosto strano, per usare un eufemismo. Il parroco Suriray afferma che Pierre passava per lo scemo del villaggio, pur essendo una persona molto intelligente e che, rifiutato da tutti, si è chiuso in un suo mondo di fantasia. Alcuni amici del padre sottolineano che Pierre era abituato a sottoporre a ogni sorta di angherie altri due fratelli, Jean, morto di malattia a dieci anni undici mesi prima del delitto, e Prosper, di poco più grande (Prosper e un’altra sorella, Aimée, si salvano dalla strage perché, quando il padre si è trasferito dalla nonna, sono andati a stare con lui).

Nel secondo interrogatorio cui lo sottopone Legrain, il 18 luglio, davanti alla richiesta di spiegare alcuni suoi strampalati comportamenti, riferiti da amici del padre in circostanze specifiche, Pierre fornisce risposte senza capo né coda.

Il procuratore lo rinvia a giudizio il 20 luglio.

Intanto, mentre era detenuto, Pierre ha redatto una “Memoria” che è ancora oggi uno dei documenti più studiati dai criminologi, impressionante già a partire dall’incipit:

“Io, Pierre Rivière, avendo sgozzato mia madre, mia sorella e mio fratello…”

Si tratta di un documento scritto in un linguaggio ampolloso, come ci si può aspettare da uno che non ha compiuto studi regolari, ma preciso e ricchissimo di informazioni sulla percezione e sul mondo interiore di un criminale violento, autore di un delitto efferato. Fa spesso riferimento alle “voci” che gli dicono di fare questo o quello.

Nel narrare le ragioni delle sue azioni e la messa in atto del suo piano, Pierre esprime concetti di un’assurdità davvero delirante, come quando spiega la ragione per cui ha ucciso il fratello Jules. La madre e la sorella erano condannate in quanto coalizzate contro il padre, ma Jules era invece il figlio prediletto del padre stesso e l’unico fratello cui Pierre fosse affezionato. Pierre afferma:

L’ho ucciso perché mio padre mi odiasse e quindi non si sentisse in colpa per il mio delitto

Dice poi che, una volta compiuta la strage, aveva programmato di uccidersi ma, giunto nei boschi, le voci nella sua testa tacquero e pensò che sarebbe stato felice se avesse potuto vivere per sempre lì come un animale selvatico. Dichiara infine di accettare tutte le responsabilità dei suoi atti e la condanna che lo aspetta.

Due medici legali, Bouchard e Vastel, lo esaminano il 21 luglio e il 25 ottobre. Il primo lo trova sano ma soggetto a esaltazioni momentanee. Il secondo lo trova “affetto da alienazione mentale”.

Il processo si svolge a Caen il 12 novembre. L’avvocato Bardou, scelto da Pierre per la difesa, ha rifiutato l’incarico. Pierre non ne indica un altro e il presidente De Gounay incarica il giovane avvocato Berthauld come difensore d’ufficio. Berthaud prende molto coscienziosamente l’incarico e cita 9 testimoni a favore, contro i 10 dell’accusa. La scelta dei giurati comporta qualche complicazione, perché Pierre ne ricusa due, che devono essere sostituiti.

Sotto, il trailer della pellicola del 1976:

Il verdetto sembra scontato, vista la confessione, ma Berthauld riesce a insinuare in tutti i presenti il dubbio che Pierre possa essere pazzo davvero. Nonostante salga sul banco dei testimoni anche il dottor Bouchard ad affermare che non lo è, il suo collega Vastel appare molto più convincente. Infatti il pubblico resta sorpreso quando, dopo sole tre ore di camera di consiglio, all’1,45 di notte del 13 novembre, la giuria emette il verdetto di colpevolezza, in seguito al quale De Gounay condanna Pierre Rivière alla pena capitale, come “parricida”. Del resto, la legge non consente alternative: o si è colpevoli o si è innocenti, e se si è colpevoli la pena è quella.

E Pierre è colpevole, al di là di ogni ragionevole dubbio

Il clima generale, però, non è molto favorevole all’esecuzione. Perfino ai giornali che hanno seguito la vicenda arrivano lettere di lettori che si chiedono cosa c’entri con la giustizia l’esecuzione di un pazzo incapace di intendere e volere. Berthauld, con molta fatica, convince Pierre, che intanto è caduto in uno stato di apatia, a firmare il ricorso in Cassazione, che viene discusso il 16 gennaio 1836 e respinto.

Tuttavia, la corte precisa che si tratta di un atto dovuto, visto che il processo non presentava alcuna irregolarità, e ha permesso a Berthauld, in vista della presentazione della domanda di grazia al Re, di condurre il suo assistito a Parigi per essere visitato da un collegio composto da 7 diversi specialisti di alienazione mentale, scelti tra i più autorevoli del tempo (Esquirol, Orfila, Marc, Pariset, Rostan, Mitivié e Leuret).

La conclusione del collegio, datata 25 dicembre, è che Pierre è affetto da alienazione mentale sin dall’infanzia, che questo stato si è aggravato nel tempo e che il delitto è da attribuire unicamente allo stato di delirio in cui versa.

Il 18 febbraio 1836, il ministro della Giustizia inoltra la domanda di Grazie al re Luigi Filippo, raccomandandone l’accoglienza. Il 21 febbraio, Luigi Filippo firma la commutazione della pena capitale in detenzione a vita.

Il 9 marzo dello stesso anno, Pierre viene trasferito nella prigione di Beaulieu, vicino Caen, una delle più moderne e confortevoli (secondo gli standard del tempo), dove i detenuti sono incoraggiati a lavorare, a istruirsi e ad avere cura di se stessi.

Ma non esiste alcuna salvezza, alcuna grazia per chi è già stato condannato a essere vittima di se stesso.

Pierre collabora poco e, man mano che passa il tempo, si lascia andare sempre più. Non ha cura di sé e si giustifica dicendo che tanto è già morto e non serve a nulla avere cura di un cadavere. Chiede ripetutamente ai suoi compagni di prigionia di tagliargli il collo, affermando che non succederà nulla, visto che è già morto. Ovviamente i compagni rifiutano, allora diventa violento con loro e, dopo alcune aggressioni, il direttore è costretto a metterlo in cella di isolamento. Qui, la notte del 20 ottobre 1840, approfittando di un attimo di distrazione delle guardie, si impicca alle sbarre della finestra.

Dal caso è stato tratto un film, del 1976, intitolato: “Moi, Pierre Rivière, ayant égorgé ma mère, ma soeur et mon frère”, di cui sotto trovate un passaggio:

Roberto Cocchis
Roberto Cocchis

Barese di nascita, napoletano di adozione, 54 anni tutti in giro per l'Italia inseguendo le occasioni di lavoro, oggi vivo in provincia di Caserta e insegno Scienze nei licei. Nel frattempo, ho avuto un figlio, raccolto una biblioteca di oltre 10.000 volumi e coltivato due passioni, per la musica e per la fotografia. Nei miei primi 40 anni ho letto molto e scritto poco, ma adesso sto scoprendo il gusto di scrivere. Fino ad oggi ho pubblicato un'antologia di racconti (“Il giardino sommerso”) e un romanzo (“A qualunque costo”), entrambi con Lettere Animate.