Uno dei grandi temi affrontati normalmente durante gli studi di filosofia è il concetto di destino, quindi dell’andamento degli eventi della vita. Per gli antichi questo era indissolubilmente legato alla volontà divina, e il cristianesimo ha fatto proprio questo concetto legandolo in toto alla volontà di Dio.

Ma nel 1485 un grande filosofo italiano, Pico della Mirandola, scrisse alcune parole in grado di cambiare radicalmente questo pensiero:

Non ti ho fatto né celeste né terreno, né mortale né immortale, perché di te stesso quasi libero e sovrano artefice ti plasmassi e ti scolpissi nella forma che avresti prescelto. Tu potrai degenerare nelle cose inferiori che sono i bruti; tu potrai, secondo il tuo volere, rigenerarti nelle cose superiori che sono divine

L’estratto fa parte di una più ampia serie di dissertazioni che renderanno cruciale il concetto di antropocentrismo, e interpretano un sentimento di centralità dell’uomo che era già nell’aria da tempo. Ne aveva già parlato, nel 1451, Giannozzo Manetti, che spiegava come il corpo umano non fosse il rifugio dei peggiori istinti e prigione dell’anima ma un mezzo attraverso il quale provare i più piaceri della carne, non bassi e disdicevoli ma magnifici e nobili.

A noi moderni queste affermazioni sembrano del tutto scontate, ma in quell’eccezionale momento storico in cui si sviluppò l’umanesimo italiano fummo in grado di esportare in tutto il mondo occidentale questi assunti, che cambiarono radicalmente il pensiero riguardo l’uomo e il suo rapporto con la religione.

Facendo un salto in avanti di qualche secolo, quattro per la precisione, uno scrittore inglese, William Ernest Henley, combatte da quando è bambino con tutta una serie di malesseri fisici che non gli danno tregua.

Nato il 23 agosto del 1849, William è un giovane brillante, ma all’età di 12 anni si ammala di tubercolosi ossea. Questa malattia e gli provoca l’amputazione della gamba sinistra sotto il ginocchio nel 1868-69, ma già dai primi anni di vita le sue giornate sono caratterizzate da periodi di dolore estremo a causa del drenaggio degli ascessi conseguenti alla sua tubercolosi.

Il fratello minore di Henley, Joseph, scrisse come, dopo aver drenato il pus dalle sue articolazioni, il giovane Henley

Saltava per la stanza, ridendo rumorosamente e giocando con entusiasmo per fingere di essere immune al suo dolore

Gli stati di frequente malattia impediscono a William di frequentare con continuità la scuola, ma nel 1867 supera l’esame della Oxford Local Schools. Subito dopo aver passato l’esame Henley si trasferisce a Londra, dove tenta di intraprendere la professione di giornalista.

Ma la salute non gli dà tregua

Negli otto anni successivi il suo lavoro viene interrotto da continui ricoveri in ospedale perché anche il piede destro è ormai ammalato. Henley contesta la diagnosi che gli era stata fatta a Londra, secondo la quale una seconda amputazione era l’unico mezzo per salvargli la vita, e tenta di curarsi con il dottor Joseph Lister presso il Royal Infirmary di Edimburgo a partire dall’Agosto del 1873.

Nel nosocomio scozzese trascorre tre anni, provato nel fisico ma non nell’anima, e su quel letto d’ospedale scrive una poesia dal titolo latino, Invictus – Invincibile:

Dal profondo della notte che mi avvolge,

Nera come un pozzo che va da un polo all’altro,

Ringrazio gli dei qualunque essi siano

Per la mia indomabile anima.

Nella stretta morsa delle avversità

Non mi sono tirato indietro né ho gridato.

Sotto i colpi d’ascia della sorte

Il mio capo è sanguinante, ma indomito.

Oltre questo luogo di collera e lacrime

Incombe solo l’orrore delle ombre.

Eppure la minaccia degli anni

Mi trova, e mi troverà, senza paura.

Non importa quanto stretto sia il passaggio,

Quanto piena di castighi la vita,

Io sono il padrone del mio destino:

Io sono il capitano della mia anima.

Durante quel periodo William riceve le visite di scrittori come Leslie Stephen e Robert Louis Stevenson, con il quale inizia un’amicizia che lo accompagnerà per 15 anni a venire. Uscito dall’ospedale scozzese in condizioni molto migliori rispetto a tre anni prima, si sposa con Hannah Johnson Boyle il 22 Gennaio del 1878, quando lui aveva 29 anni e lei 23.

Volto di Henley realizzato dallo scultore francese Rodin. Fotografia di Stephencdickson condivisa con licenza Creative Commons via Wikipedia:

Dall’unione nasce una bambina, Margaret Emma Henley, che è a sua volta flagellata da problemi di salute e muore all’età di cinque anni, non prima di aver ispirato il personaggio di Wendy Darling nel capolavoro di James Matthew Barrie “Peter Pan”. Incapace di parlare chiaramente, la giovane Margaret chiamava il suo amico Barrie “fwendy-wendy”, dal quale viene appunto il nome “Wendy” per il personaggio femminile del libro.

Ma Barrie non è l’unico autore che immortala la famiglia Henley in un romanzo di grandissimo successo. Robert Louis Stevenson si ispira interamente a William per definire Long John Silver, il pirata cattivo senza una gamba del capolavoro “L’isola del Tesoro”, che Stevenson spiega in una lettera al suo amico:

Ora farò una confessione: è stata la vista della tua forza mutilata e grande abilità che ha generato Long John Silver … l’idea dell’uomo mutilato , dominatore e temuto, viene completamente da te“. Il figliastro di Stevenson, Lloyd Osbourne, descrisse Henley come”... un individuo grande, luminoso, dalle spalle massicce con una grande barba rossa e una stampella; gioviale, sorprendentemente intelligente, e con una risata che si ascoltava come musica; aveva un fuoco e una vitalità inimmaginabili“.

Caricatura su Vanity Fair di William Henley:

Purtroppo l’amicizia con Stevenson termina dopo che il romanziere riceve una lettera di Henley con l’etichetta “Privato e riservato”, datata 9 marzo 1888. William accusa la nuova moglie di Stevenson, Fanny, di aver plagiato uno scritto di sua cugina Katherine de Mattos nella storia “The Nixie”. La missiva mette fine alla loro amicizia, anche se più avanti ripresero a scriversi dopo un intervento di comuni amici.

La carriera di Henley, per un uomo nelle sue condizioni fisiche, è brillante e di altissima professionalità, giungendo a diventare l’editore di pubblicazioni come “The London Magazine”, lo “Scots Observer” o il “National Observer”, e attore protagonista di alcuni dei progetti editoriali più importanti dell’Inghilterra Vittoriana.

E proprio alla fine di quell’epoca, che con le sue poesie, i suoi scritti e il suo lavoro editoriale ha contribuito a plasmare, finisce anche la vita di William Henley. Nel 1902 cade da una carrozza del treno, e l’incidente fa riesplodere la sua tubercolosi latente, che lo porta alla morte l’11 luglio del 1903, all’età di 53 anni. Le sue ceneri vengono sepolte accanto a quelle della figlia, nel cimitero di Cockayne Hatley nel Bedfordshire.

Ricordando il suo vecchio amico, lo storico e giornalista Sidney Low scrisse: “…per me era l’immagine di Pan venuto sulla Terra – il grande dio Pan … con il piede fermo e i capelli arruffati fiammeggianti, e le braccia e le spalle enormi e minacciose, come quelli di qualche Fauno o Satiro degli antichi boschi, e la fronte e gli occhi degli dei dell’Olimpo“.

Fotografia di Smb1001 condivisa con licenza Creative Commons via Wikipedia:

La sua poesia, Invictus, dà il titolo a un film del 2009 diretto da Clint Eastwood, dove viene messa in mostra parte della storia di Nelson Mandela e della nazionale di Rugby Sudafricana campione del mondo del 1995. Sotto, la lettura del doppiatore Renato Mori che si può ascoltare nel film:

Matteo Rubboli
Matteo Rubboli

Sono un editore specializzato nella diffusione della cultura in formato digitale, fondatore di Vanilla Magazine. Non porto la cravatta o capi firmati, e tengo i capelli corti per non doverli pettinare. Non è colpa mia, mi hanno disegnato così...