All’indomani della scoperta del Pacifico, a Panama si realizzava un incontro fra tre figure che avrebbe modificato profondamente il destino di un grande impero, ignaro della sua imminente distruzione. Nel 1524, galvanizzati dalle notizie che giungevano riguardo una ricca popolazione del sud e delle recenti conquiste di Hernan Cortes, il soldato di fortuna Diego de Almagro, il veterano Francisco Pizarro e l’ecclesiastico Hernando de Luque si associarono, intenzionati a replicare l’impresa affrontata dal loro connazionale nel Messico, volgendo però le loro mire a meridione, in una terra situata a sud del fiume Virù (o Birù).

Ritratto di Francisco Pizarro:

I tre contribuirono come poterono all’allestimento della spedizione: de Luque mise a disposizione gran parte del capitale; Almagro si occupò dell’armamento delle due navi che erano riusciti a ottenere; Pizarro avrebbe comandato la spedizione. Ottenuto il consenso del governatore d’Avila, restava solo il problema del reclutamento dell’equipaggio, rallentato dal generale senso di sfiducia che aleggiava nella colonia.

Molti inoccupati bazzicavano tra le vie della città, oziando in attesa di ricevere un impiego, magari di partecipare a un’impresa che li avrebbe condotti nelle terre in cui gli uomini utilizzavano vasellame e utensili d’oro, di cui ebbe notizia Balboa e che già Andagoya aveva tentato di raggiungere: un numero compreso tra ottanta e centotrenta uomini fu ingaggiato da Almagro.

Il tempo di partire era finalmente giunto. Nell’autunno del 1524 la compagnia levò l’ancora dal porticciolo di Panama. Pizarro era in testa a bordo di una nave; Almagro avrebbe seguito successivamente. Il viaggio fu decisamente carico di rischi: l’approvvigionamento inadeguato, i pericoli di una navigazione in piena stagione delle piogge, venti contrari, onde capaci di affondare una nave e forti tempeste.

Il vascello toccò dapprima l’Isola delle Perle, poi, attraversato il Golfo di San Miguel, lambì Puerto Piña, il limite, pare, guadagnato dalla spedizione Andagoya (non è da escludere che sia arrivato poco più a sud). Doppiato Puerto Piña il brigantino si avvicinò alla foce di un piccolo fiume attualmente non ben identificato, il Birù (termine forse derivato dal nome del capo e della provincia Biruquete), che percorse per un paio di leghe, fino a quando non si decise ad attraccare.

La terra su cui misero piede quegli avventurieri era malsana e paludosa, un acquitrino rifornito dalle piogge incessanti, con un intricato labirinto boschivo e un fitto sottobosco che rendevano difficile avanzare. Emergendo da quell’area paludosa si ritrovarono in una superficie collinare, rocciosa e accidentata, che unita al caldo rendeva la marcia un supplizio.

Gli occhi rimanevano a ogni modo puntati verso il metallo che guidava la loro cupidigia

Dopo aver esplorato quella fascia inospitale senza aver trovato nulla, tornarono alla nave, intenzionati a proseguire verso sud costeggiando il continente. La crociera era sempre più sconfortante. Affrontavano tempeste, sferzanti burrasche, fermandosi di tanto in tanto a far scorta di legna e acqua. I viveri, tuttavia, continuavano a scarseggiare, tanto che dovettero razionarli.

La situazione era drastica, e Pizarro lo sapeva bene; il malumore aleggiava tra un equipaggio sempre più affaticato. Si prese, allora, l’unica decisione che forse in quel momento pareva abbastanza assennata:

Sbarcare e mandare la nave, con un piccolo gruppo di uomini, indietro verso Panama a cercare aiuti

Pizarro restò a terra, deciso a esplorare quella densa giungla apparentemente inospitale persino per gli animali, intervallata da insalubri paludi, abitate da folti nugoli di zanzare, che ben si erano ambientate a quel clima tanto umido da debilitare pesantemente gli sventurati esploratori appesantiti dall’opprimente equipaggiamento. La perlustrazione di quel torrido lembo di terra non andò a buon fine. Neppure il più piccolo villaggio pareva trovarsi in quella foresta incontaminata, e certo Pizarro non era così stolto da penetrare più in profondità, rischiando di perdere la strada.

Gli spagnoli cercavano di nutrirsi come potevano, con bacche, piante, pesci e frutti di mare, restando sovente intossicati. Le settimane passavano. Gli impavidi conquistatori non erano altro che una debole marmaglia ambulante, la quale scrutava l’orizzonte nell’attesa di veder tornare la nave inviata verso l’istmo. Passavano il tempo nei rifugi di fortuna allestiti alla bell’e meglio, occupandosi dei malati e cercando di risparmiare le forze.

Poco tempo dopo, finalmente, delle luci furono avvistate in lontananza: segno della presenza umana. Difatti trovarono un piccolo villaggio, situato in una radura. I nativi si fecero prendere dal panico e fuggirono, lasciando le capanne in balia della voracità degli spagnoli, che non persero l’occasione per razziare quel campo. Gli occhi degli avventurieri, tuttavia, presto furono attirati dal luccichio dorato degli ornamenti di alcuni indigeni. Questi intrattenevano rapporti con un ricco paese del sud, che in quel momento era alle prese con una guerra civile. Nel frattempo la nave era tornata.

 
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Gli spagnoli si imbarcarono e battezzarono quel luogo Puerto de la Hambre. Finalmente poterono godere dei miseri comfort di cui erano privi a terra. Il viaggio procedeva nell’incertezza. Avanzavano nell’ignoto, in acque e terre inesplorate, seguendo gli unici tre riferimenti che possedevano: il sud, la costa e i racconti degli indios, i quali si ergevano come il miraggio di un dorato faro monolitico, che attirava a sé le brame più corrotte dei poveri conquistatori.

Era una vera e propria impresa, fondata sull’incertezza e sul rischio. Nessun europeo prima di loro si era avventurato in quei luoghi, nessuno sapeva con certezza cosa aspettarsi, cosa avrebbero trovato. Si spingevano avanti traendo forza da un’insaziabile cupidigia, a sua volta alimentata dai racconti di un regno ricco d’oro e dalle notizie giunte dal Messico, senza dubbio difficilmente trascurabili.

Procedendo nella navigazione intravidero uno spazio aperto sulla costa, ove giaceva un villaggio da poco abbandonato. Come da protocollo Pizarro sbarcò con un pugno di uomini; irruppero nelle case e saccheggiarono i depositi di mais, gli oggetti rudimentali e i rozzi ornamenti in oro, comunque più raffinati di quelli trovati in precedenza. Si stavano avvicinando alla meta, lo sentivano. Erano colmi di gioia, sentimento che presto si trasformò in orrore, quando notarono dei cadaveri arsi sul fuoco, pronti a essere mangiati.

Erano finiti in un villaggio di cannibali

Il piccolo contingente non si trattenne oltre e risalì sulla nave, riprendendo la rotta. Lo sbarco successivo avverrà a Punta Quemada.

La riva era ricoperta di mangrovie, le cui radici andavano a formare un reticolo che rendeva difficile l’approdo. Diversi sentieri erano stati aperti in precedenza nella foresta, cosa che indusse Pizarro a pensare che quel territorio doveva essere abitato. Il comandante raccolse un gran numero di uomini e si avviò verso l’interno. Dopo aver marciato per una lega si imbatterono in un grande villaggio fortificato con una palizzata. Come da prassi i nativi erano fuggiti terrorizzati alla vista dei nuovi arrivati; gli spagnoli entrarono nelle case e raccolsero i gioielli d’oro. Intanto Pizarro, valutando gravi le condizioni della nave, decise di rimandare indietro l’imbarcazione per farla riparare a Panama; prima però bisognava aprire un canale di comunicazione con gli indigeni.

Questi si erano rintanati nella foresta e nelle alture della regione, aspettando il momento più propizio per scacciare gli invasori. Il momento non si fece attendere: Pizarro mandò un gruppo di uomini a trattare con i nativi, i quali li accolsero con un’ondata di frecce. Gli spagnoli armati di spada li scacciarono a costo di diversi feriti, ma i nativi non desistettero: precedendo il piccolo gruppo spagnolo guidato dal luogotenente Montenegro, i nativi attaccarono l’accampamento principale di Pizarro, scaricando sui suoi compagni un nugolo di dardi e frecce.

Un attacco inaspettato, che mise subito in luce le qualità di leader e combattente del conquistatore, il quale con grande freddezza chiamò a sé i compagni d’avventura, improvvisando una tenace resistenza, di cui saranno testimoni le profonde cicatrici ottenute durante la feroce battaglia.

Questa proseguiva nell’incertezza: i nativi incalzavano gli spagnoli; questi indietreggiavano mostrando allo stesso tempo notevoli capacità difensive. La svolta giungerà con la provvidenziale carica di Montenegro, che raggiunse il suo comandante, attaccando i nativi dalle retrovie e dando il decisivo contributo alla vittoria. Alcuni spagnoli perirono nella battaglia, molti rimasero feriti, ma quel giorno avevano vinto loro. I nativi avevano subito numerose perdite; non rimaneva altro da fare che rifugiarsi nelle montagne.

La battaglia era finalmente conclusa. Ora ci si doveva occupare dei feriti e fare il punto della situazione. Venne convocato un consiglio, ove si decise di tornare a Panama e fare rapporto al governatore. Terminati gli ultimi preparativi la nave prese il largo, stavolta diretta verso il nord.

Alessandro Licheri
Alessandro Licheri

Studente di Storia, natio dell'isola più bella del mondo viaggio da un libro all'altro, traversando cronache e romanzi, dedicandomi particolarmente alla storia delle esplorazioni e spaziando sugli innumerevoli campi che questa lambisce, cercando di ripercorrere attraverso racconti d'ogni epoca quei sentieri avventurosi tracciati dall'audacia degli uomini.