Ellis Island (New York) è ormai un luogo storico, la concreta memoria di milioni di emigranti che cercarono, tra la fine del 1800 e gli inizi del 1900, una vita migliore negli Stati Uniti. Fino al 1954, anno in cui fu trasferito in un’altra sede, l’ufficio immigrazione degli Stati Uniti vide transitare attraverso Ellis Island 12 milioni di persone, che arrivavano da ogni parte del mondo, ma soprattutto dall’Europa.

Un soldato albanese

Gli immigrati di Ellis Island 01

Alcuni migranti potevano rimanere a Ellis Island per giorni, o settimane, prima di conoscere il loro destino.

Fratellini olandesi

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Tutti gli emigranti dovevano sottoporsi ad un controllo medico, per accertare che non appartenessero a determinate categorie: “I vecchi, i deformi, i ciechi, i sordomuti e tutti coloro che soffrono di malattie contagiose, aberrazioni mentali, e qualsiasi altra infermità sono inesorabilmente esclusi dal suolo americano.”

Ragazza dalla regione di Kochersberg – Alsazia

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Wilhelm Schleich, minatore bavarese

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Coloro che erano ritenuti idonei venivano portati nella Sala Registri, dove erano loro richieste tutte le informazioni necessarie a stabilire se potessero essere accettati negli Stati Uniti, e infine accompagnati al traghetto che li avrebbe finalmente fatti arrivare alla tanto agognata Manhattan.

Cosacco Russo

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Peter Meyer, danese di 57 anni – 30 aprile 1909

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Dal 1917 gli Stati Uniti iniziarono a limitare i flussi migratori, introducendo anche il test sull’analfabetismo, mentre dal 1924 furono applicate le quote d’ingresso: dall’Irlanda potevano arrivare 17.000 persone, mentre dall’Italia ne venivano accettate 7.400, e solo 2.700 dalla Russia.

Madre e le sue due figlie, dai Paesi Bassi

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Un clandestino tedesco, presumibilmente rimpatriato nel 1911

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Dal 1929, anno d’inizio della grande depressione, gli ingressi si ridussero drasticamente, mentre aumentò enormemente il numero degli espulsi. Furono rimpatriati, transitando sempre da Ellis Island, i dissidenti politici, gli anarchici, e tutti coloro che non avevano né lavoro né denaro.

Joseph Vasilon, prete greco-ortodosso

Gli immigrati di Ellis Island 12

Un soldato della fanteria leggera dell’esercito greco

Gli immigrati di Ellis Island 13

Augustus Sherman lavorò come impiegato a Ellis Island tra il 1892 e il 1925, situazione privilegiata per documentare gli innumerevoli migranti che tentavano di entrare negli Stati Uniti.

Donna greca nel giugno 1909

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Una famiglia rom

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Malgrado fosse un fotografo inesperto, era dotato di un’innegabile talento naturale: nonostante le macchine fotografiche ingombranti e il lungo tempo di esposizione necessario, Sherman riuscì a scattare oltre 200 foto, tra il 1905 e il 1914, principalmente a persone che aspettavano di essere registrate, immortalando il timore nello sguardo di queste persone, arrivate ormai ad un passo dal loro sogno, ma ancora lontane dalla sua realizzazione.

Giovane donna italiana

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Un’altra italiana

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Il record d’ingressi ad Ellis Island fu registrato il 17 aprile 1907, quando arrivarono 11.747 persone. Tutti ricevevano dei pasti gratuiti, e nel 1911 fu allestita una cucina kosher, per le persone di religione ebraica.

Bambini svedesi

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Donna norvegese

Gli immigrati di Ellis Island 21

Si stima che circa il 40 per cento degli statunitensi di oggi abbia almeno un antenato transitato da Ellis Island.

Bambina svedese

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Un uomo romeno

Gli immigrati di Ellis Island 23

Pastore romeno

Gli immigrati di Ellis Island 24

Due donne romene

Gli immigrati di Ellis Island 25

Cosacchi russi

Gli immigrati di Ellis Island 26

Donna ucraina

Gli immigrati di Ellis Island 27

Donna lappone proveniente dalla Finlandia

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Bambini scozzesi

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Zingari ungheresi che furono rimpatriati

Gli immigrati di Ellis Island 30

La foto fu pubblicata dal New York Times il 12 febbraio 1905

Pastori romeni

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Donna slovacca con i suoi figli

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Donne slovacche

Gli immigrati di Ellis Island 33

Una guardia turca – febbraio 1912

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Annalisa Lo Monaco
Annalisa Lo Monaco

Lettrice compulsiva e blogger “per caso”: ho iniziato a scrivere di fatti che da sempre mi appassionano quasi per scommessa, per trasmettere una sana curiosità verso tempi, luoghi, persone e vicende lontane (e non) che possono avere molto da insegnare.