Il Werwolf: i “lupi mannari nazisti” e l’ultima disperata resistenza del Reich

23 marzo 1945: il potente ministro della propaganda del Terzo Reich, Joseph Goebbels, nonostante sia ormai evidente che la Germania sta andando incontro a una disfatta, tiene uno dei suoi accesi e fanatici discorsi, poi conosciuto come “discorso werwolf”, (discorso del lupo mannaro), con il quale esorta ogni tedesco – uomini e donne, vecchi e bambini – alla guerra a oltranza, che prevedeva la morte piuttosto che la resa:

“I raids terroristici hanno distrutto le nostre città. Le donne ed i bambini che muoiono lungo il Reno ci hanno insegnato ad odiare. Il sangue e le lacrime dei nostri uomini massacrati, delle spose oltraggiate, dei bambini uccisi nelle aree occupate dai rossi gridano vendetta.

Coloro che sono nel Werwolf dichiarano in questo proclama la loro ferma e risoluta decisione di restare fedeli al loro giuramento, di non arrendersi mai al nemico anche se stiamo soffrendo in condizioni spaventose e possediamo solo risorse limitate. Disprezziamo i confort borghesi, resistiamo, lottiamo, facciamo fronte con onore alla possibile morte, torneremo a vincere uccidendo chi avrà attentato alla nostra stirpe. Ogni mezzo è giustificato se apporta danni al nemico.

Il Werwolf ha le sue corti di giustizia che decidono la vita o la morte del nemico come quella dei traditori del nostro popolo. Il nostro movimento scaturisce dal desiderio di libertà del popolo ed è votato all’onore della Nazione tedesca di cui ci consideriamo i guardiani. Se il nemico ci ritiene deboli crederà di poter ridurre in schiavitù il popolo tedesco come ha fatto con i popoli rumeni, bulgari, finlandesi deportati ai lavori forzati nelle tundre russe o nelle miniere inglesi o francesi, fategli allora sapere che nelle zone della Germania da cui si è ritirato l’esercito è sorto un nemico che non aveva previsto e che sarà per lui più pericoloso, che combatterà senza tener conto del vecchio concetto borghese di Guerra. […] Odio è la nostra preghiera. Rivincita è il nostro grido di battaglia.”

Joseph Goebbels – Immagine di pubblico dominio

Dal 1° aprile, sempre per volontà di Goebbels, inizia a trasmettere Radio Werwolf, che tanto per non smentire il nome, ha come sigla d’inizio l’ululato di un lupo a cui segue una canzoncina: “Sono così selvaggia, sono piena di rabbia, Lily Werewolf è il mio nome. Mordo, mangio, non sono addomesticata. I miei denti da lupo mannaro mordono il nemico“.

Stendardo dell’organizzazione dei lupi mannari nazisti – Immagine di pubblico dominio

Goebbels fa dunque riferimento a delle unità combattenti, chiamate appunto werwolf, che in realtà non hanno niente a che fare con lui. La propaganda che diffonde il ministro, con la sua notevole capacità di alterare la realtà, riesce a trasformare i werwolf, soprattutto nella percezione che ne hanno le truppe nemiche, in qualcosa che non sono, ovvero un’organizzazione clandestina irriducibile, che avrebbe continuato a combattere anche a sconfitta avvenuta.

La prima pagina del numero di aprile 1945 di Front und Heimat (Fronte e casa: il giornale del soldato tedesco), con il titolo “Il lupo mannaro sta attaccando!”

In realtà è Heinrich Himmler, Reichführer delle SS, che dà vita all’Operazione Werwolf, verso settembre/ottobre del 1944. L’alto ufficiale delle SS Hans-Adolf Prützmann, responsabile della lotta ai partigiani nei territori occupati di Unione Sovietica, Ucraina e Paesi Baltici, riceve l’incarico di organizzare delle truppe scelte, su base volontaria, che avrebbero agito clandestinamente dietro le linee nemiche, quando ormai sovietici e anglo-americani erano penetrati nei territori tedeschi. Si tratta quindi di formazioni militari, divise in piccoli gruppi, che agiscono sotto l’Alto Comando Tedesco.

Non si tratta quindi, in alcun modo, di civili che imbracciano le armi.

Hans-Adolf Prützmann (a destra) incontra il Reichsführer-SS Heinrich Himmler – Ucraina 1942 – Immagine di pubblico dominio

Perché Himmler sceglie il termine Werwolf, lupo mannaro?

Probabilmente per un motivo molto semplice: i nazisti – Himmler in particolare, affascinato da sempre da occultismo ed esoterismo – sapevano bene che non c’è niente di meglio delle leggende e dei miti di un popolo – il folklore – per inculcare il concetto di esasperato nazionalismo e superiorità di razza.

Quella del lupo mannaro d’altronde, o del wehrwolf, armata del lupo o difesa del lupo, non è un’idea nuova e si rifà alle lotte contadine avvenute in Germania durante la Guerra dei trent’anni (1618-1648). Ne aveva parlato, qualche decennio prima, lo scrittore Hermann Löns, in un romanzo intitolato appunto Der Wehrwolf, dove si racconta di un contadino che, dopo lo sterminio della sua famiglia, organizza i suoi vicini per combattere e uccidere – divertendosi – tutti i soldati che invadono le loro terre.

Der Wehrwolf, di Hermann Löns (1866–1914). Prima stampa. Immagine di pubblico dominio

Pubblicato nel 1910, Der Wehrwolf diventa uno dei testi preferiti dai nazionalsocialisti (l’autore muore nel 1914 e non è quindi un nazista), che si riconoscono nell’appassionata celebrazione del popolo tedesco, indomito di fronte a chi invade il sacro suolo della patria, e apprezzano anche la romantica e quasi magica descrizione del mondo naturale, in particolare delle brughiere, descritte con accenti poetici.

Distintivo dei lupi mannari nazisti – Immagine di Wolfmann via Wikimedia Commons – licenza CC BY-SA 4.0

Alla formazione dei werwolf contribuisce massicciamente la Hitler-Jugend, la Gioventù Hitleriana, anche perché ormai tutti gli uomini abili sono al fronte. Ad addestrare le squadre ci pensa Otto Skorzeny, più noto per essere stato l’artefice della liberazione di Benito Mussolini dalla sua prigione nel Gran Sasso, nel settembre 1943.

Otto Skorzeny, in cella, durante il processo di Norimberga, 24 novembre 1945 – Immagine di pubblico dominio

Questi ragazzi, quasi tutti giovanissimi, devono prendere parte ad azioni di guerriglia, sabotaggio e ricognizione. I russi e gli anglo-americani li temono perché sono addestrati anche come cecchini, che si appostano pronti “ad abbattere il soldato isolato nella sua jeep, il poliziotto militare di pattuglia, lo sciocco che va a corteggiare [ragazze] dopo il tramonto, lo spaccone yankee che prende una strada secondaria”, scriverà a guerra finita un ufficiale statunitense. I werwolf si occupano anche di omicidi mirati, come quello del nuovo sindaco di Aquisgrana, Franz Oppenhoff, nominato dagli Alleati dopo la conquista della città. Oltre a lui, altri sei sindaci vengono fatti fuori, e molti altri cittadini tedeschi accusati di collaborare con il nemico.

Marzo 1945, Goebbels si congratula con un sedicenne per l’impiego al fronte – Immagine di Bundesarchiv Bild via Wikipedia – licenza CC BY-SA 3.0

Quando Goebbels pronuncia il suo discorso del lupo, lo fa per esortare i tedeschi ad unirsi alle unità dei werwolf, nel vano tentativo di una resistenza a oltranza.

Il risultato che ottiene, diffondere paura e demoralizzare i soldati nemici, ha come conseguenza una feroce repressione da parte di russi e anglo-americani, che si attua anche con la fucilazione sul posto di qualsiasi appartenente (presunto o meno) ai werwolf, per quanto giovane potesse essere, e poi con la deportazione di migliaia di ragazzi nei  campi d’internamento sovietici.

Un messaggio diffuso dalla radio delle forze armate alleate mette in guardia i militari:
“Ogni amichevole civile tedesco è un soldato dell’odio travestito. Armati dell’intima convinzione che i tedeschi siano ancora superiori… [credono] che un giorno sarà loro destino distruggerti. Il loro odio e la loro rabbia… sono profondamente sepolti nel loro sangue. Un sorriso è la loro arma con cui disarmarti… Nel cuore, nel corpo e nello spirito ogni tedesco è Hitler”

Carri JS II della 2ª Armata corazzata delle guardie (Armata Rossa) davanti alla Porta di Brandeburgo, al termine della battaglia di Berlino – Immagine di pubblico dominio

I werwolf, nelle ultime settimane di guerra si trasformano in un’organizzazione di guerriglia clandestina, brigate di partigiani simili a quelle con le quali avevano dovuto fare i conti i nazisti nei paesi che avevano occupato. Questo almeno è quello che vuol far credere Goebbels con le sue trasmissioni da Radio Werwolf. Intanto, tra le truppe di occupazione, si diffonde la paura che queste unità avrebbero continuato a resistere anche a guerra finita.

In realtà nessuno dei gerarchi nazisti, né tantomeno Hitler, aveva mai preso in considerazione l’idea di un’organizzazione che continuasse a combattere dopo la caduta del regime, perché l’ipotesi non era nemmeno contemplata e il solo parlarne significava tradimento.

In ogni caso, a parere di quasi tutti gli storici, i werwolf hanno avuto scarse possibilità di trovare un seguito tra la popolazione civile, ormai stremata dalla guerra, perché le unità erano mal guidate e mal organizzate.

Nonostante qualche atto di resistenza sia proseguito anche a guerra finita, dei lupi mannari nazisti non rimane che uno sfocato ricordo.

Alfred Czech, decorato personalmente da Hitler con la Croce di Ferro il 20 marzo 1945, per aver salvato dei soldati tedeschi, non era un lupo mannaro nazista, ma dopo la cerimonia viene mandato a combattere, a soli 12 anni, in prima linea – Immagine di Bundesarchiv Bild via Wikipedia – licenza CC BY-SA 3.0

Eppure oggi, a molti decenni di distanza e con uno sguardo più equilibrato, non si può fare a meno di provare pietà per quei bambini, anche di 10/12 anni, che istigati dalla propaganda hanno continuato a combattere per le strade di Berlino quando già si sapeva che la guerra era persa. Adolf Hitler non affronta il nemico e si spara un colpo in testa, mentre quei piccoli, inconsapevoli, lupi mannari vanno incontro al loro destino di morte.

Quattro lupi mannari nazisti, arrestati a dicembre del 1944. Il più grande di loro ha 14 anni, gli altri solo 10. Non si conosce il loro destino

Per dovere di cronaca: Goebbels, Himmler e Hans-Adolf Prützmann si suicidano. Otto Skorzeny invece, processato per crimini di guerra e assolto da tutte le accuse, sarà a capo di un’organizzazione – Il Ragno – che aiuterà i nazisti a scappare dalla Germania; morirà di cancro a 75 anni, da uomo libero. Il piccolo Alfred Czech, ferito al fronte e preso prigioniero, torna a casa nel 1947.


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