di Matteo Forlani

Nell’inverno del 1886-1887, in una tomba dell’Alto Egitto, gli archeologi francesi trovarono nove pagine del testo che oggi chiamiamo Vangelo di Pietro. Raccontavano una resurrezione che nessuno dei quattro Vangeli canonici aveva mai descritto: Gesù usciva dal sepolcro alto fino al cielo, seguito da una croce capace di camminare e parlare.

Il ritrovamento avvenne nell’antico cimitero di Akhmim, la Panopoli dei Greci. La sepoltura fu attribuita, forse troppo in fretta, a un monaco. Al suo interno c’era un piccolo codice di pergamena che raccoglieva testi ebraici e cristiani. Fra quelle pagine, alcune guardie assistevano a una scena impossibile da dimenticare.

Il cielo si apriva e due figure luminose scendevano accanto alla tomba di Gesù. La pietra posta davanti all’ingresso si spostava da sola. Poco dopo ne uscivano tre uomini dalle proporzioni gigantesche: le teste dei primi due raggiungevano il cielo, quella del terzo lo superava. Dietro di loro avanzava la croce.

Una voce proveniente dall’alto domandava se il messaggio fosse stato annunciato a coloro che dormivano. La croce rispondeva: «Sì».

Il manoscritto non aveva titolo. Il racconto cominciava quando il processo contro Gesù era già in corso e terminava mentre Pietro, Andrea e Levi prendevano le reti e si dirigevano verso il mare. Nelle ultime righe, però, il narratore si presentava come Simon Pietro. Fu questo particolare a permettere agli studiosi di dare un nome al frammento e di collegarlo a un’opera che gli autori cristiani dell’antichità conoscevano, discutevano e talvolta condannavano.

Un vangelo riemerso da una tomba

Urbain Bouriant pubblicò il frammento nel 1892. Era il primo vangelo non canonico riscoperto in epoca moderna in una forma abbastanza estesa da permettere di seguirne la narrazione. Fino a quel momento il Vangelo di Pietro era poco più di un titolo citato da scrittori antichi: un libro perduto del quale sopravvivevano giudizi, sospetti e qualche informazione indiretta.

Lo stesso codice conservava brani del Libro di Enoch, dell’Apocalisse di Pietro e del martirio di Giuliano di Anazarbo. Oggi è custodito presso la Bibliotheca Alexandrina con la sigla BAAM 0522, dopo essere stato conosciuto a lungo come P. Cairo 10759 o, più semplicemente, frammento di Akhmim. La sua collocazione è stata ricostruita da H. A. G. Houghton e Mina Monier in uno studio pubblicato dal Journal of Theological Studies.

Il codice viene datato generalmente al VI o al VII secolo. Il testo copiato sulle sue pagine è molto più antico: un vangelo attribuito a Pietro circolava già verso la fine del II secolo. L’identificazione con il frammento egiziano è largamente accettata, anche se le pagine di Akhmim non riportano alcun titolo e potrebbero appartenere a un’opera più ampia. La scheda della North American Society for the Study of Christian Apocryphal Literature lo indica per questo come il principale manoscritto del Vangelo di Pietro, lasciando aperto il problema della sua estensione originaria.

L’autore non era l’apostolo morto nel I secolo. Qualcuno, diverse generazioni più tardi, scelse la sua voce per conferire autorità al racconto. Non si limitò ad apporre un nome famoso: trasformò Pietro nel testimone che parlava dall’interno della storia e affidava al lettore la propria versione degli ultimi giorni di Gesù.

La Passione secondo un altro Pietro

La prima pagina superstite entra nella vicenda senza preamboli. Ponzio Pilato ha già compiuto il gesto ricordato dal Vangelo di Matteo e si è lavato le mani per dichiararsi estraneo alla condanna. Nel racconto di Akhmim, Erode e i giudici ebrei rifiutano di fare altrettanto. Pilato si alza; Erode impartisce gli ordini per l’esecuzione.

La responsabilità della morte di Gesù viene così spostata dalle autorità romane su Erode e sui capi del popolo. Il testo, tuttavia, distingue fra i dirigenti e la popolazione: dopo la crocifissione, molti comprendono la gravità di quanto è accaduto e manifestano pentimento. Joel Marcus ha letto questa differenza come un possibile indizio di una comunità formata da cristiani di origine ebraica vissuti nella Siria del II secolo. È una proposta affascinante, ma la provenienza del vangelo resta sconosciuta.

Anche Giuseppe d’Arimatea riceve una parte più ampia. Chiede a Pilato il corpo di Gesù prima ancora della crocifissione, ma il governatore deve ottenere il consenso di Erode. Il condannato viene poi rivestito di porpora, fatto sedere su un seggio e circondato da aguzzini che fingono di rendergli omaggio.

Sulla croce Gesù rimane in silenzio e l’autore lo descrive come se non provasse dolore. Uno dei criminali crocifissi al suo fianco protesta contro l’ingiustizia della condanna. Gli esecutori, irritati, decidono di non spezzargli le gambe e ne prolungano l’agonia.

A mezzogiorno l’oscurità avvolge la Giudea. Gli abitanti escono con le lampade, convinti che sia già notte. Le ultime parole di Gesù non coincidono con quelle riportate da Marco e Matteo. Nel testo di Akhmim esclama:

«Potenza mia, potenza, mi hai abbandonato».

Dopo il grido viene «elevato». Il corpo è deposto dalla croce e, quando tocca il terreno, la terra trema. Giuseppe lo lava, lo avvolge in un lenzuolo e lo colloca nel proprio sepolcro.

L’autore sembra ricordare liberamente i quattro Vangeli conosciuti. Pilato proviene soprattutto da Matteo, la cronologia avvicina il testo a Giovanni, altri episodi richiamano Marco e Luca. Molti studiosi vedono in questa mescolanza il lavoro di uno scrittore del II secolo che riorganizzò tradizioni già diffuse. Altri gli attribuiscono materiali indipendenti, forse più antichi. Il rapporto con i Vangeli canonici rimane uno dei problemi centrali della ricerca sul testo.

La notte in cui il sepolcro si aprì

Matteo, Marco, Luca e Giovanni raccontano il ritrovamento della tomba vuota e le apparizioni del risorto. Nessuno di loro mostra il momento esatto in cui Gesù torna in vita. L’autore del Vangelo di Pietro decise di riempire quel silenzio.

Dopo la sepoltura, i capi ebrei chiedono a Pilato di sorvegliare la tomba. Temono che i discepoli possano sottrarre il corpo e annunciare la resurrezione. Il centurione Petronio arriva con alcuni soldati; una grande pietra viene fatta rotolare davanti all’ingresso e sigillata sette volte. Le guardie montano una tenda e iniziano la sorveglianza.

Nella notte fra il sabato e la domenica si ode un grande rumore. I cieli si aprono e due uomini avvolti dalla luce scendono accanto al sepolcro. La pietra si sposta, i due entrano e i soldati svegliano il centurione e gli anziani presenti. Tutti si avvicinano per vedere.

Tre uomini escono dalla tomba. Due sostengono il terzo e sono seguiti da una croce. Le teste dei primi raggiungono il cielo, mentre quella dell’uomo sorretto lo oltrepassa. Il corpo deposto da Giuseppe è diventato una figura cosmica, tanto grande da unire la terra al mondo divino.

Anche la croce ha cambiato natura. Lo strumento dell’esecuzione cammina dietro al risorto e conferma di aver predicato a coloro che dormivano. Non è più un oggetto: diventa testimone e messaggera della vittoria sulla morte.

La scena sembra nascere da una fantasia senza freni. Potrebbe invece essere il risultato di una lettura molto concreta delle Scritture. Deane Galbraith ha collegato il gigante e la croce parlante a un’interpretazione cristologica del Salmo 18 nella versione greca. In quel salmo il sole esce dalla propria dimora come uno sposo e attraversa il cielo simile a un gigante; la voce dei cieli si diffonde su tutta la terra.

Lo scrittore potrebbe aver trasformato quelle immagini poetiche in azioni. Il risorto diventa il gigante che attraversa il firmamento, mentre la voce cosmica viene affidata alla croce. Le parole delle Scritture assumono un corpo, escono dalla tomba e cominciano a muoversi.

Dopo la visione, i soldati corrono da Pilato e dichiarano che Gesù era davvero il figlio di Dio. Il governatore ordina loro di tacere. Soltanto in seguito Maria Maddalena e le altre donne raggiungono il sepolcro, dove incontrano un giovane vestito di luce. Come nel finale originario del Vangelo di Marco, fuggono impaurite. Le autorità hanno visto il prodigio e hanno già deciso di nasconderlo.

Il vescovo che cambiò idea

Verso la fine del II secolo Serapione, vescovo di Antiochia, visitò la comunità cristiana di Rhossus, una città della costa siriana. Qui era scoppiata una controversia intorno a un vangelo attribuito a Pietro. Serapione non conosceva il libro, ma si fidava dei fedeli e ne permise la lettura.

Qualche tempo dopo seppe che l’opera era apprezzata da cristiani vicini al docetismo. Si procurò una copia, la lesse e cambiò giudizio. La sua lettera è sopravvissuta grazie alla Storia ecclesiastica di Eusebio di Cesarea. Il vescovo riconosceva nel libro molti insegnamenti conformi alla fede della Chiesa, insieme ad aggiunte che considerava inaccettabili. Contestava soprattutto l’attribuzione apostolica: Pietro rimaneva un’autorità, ma il suo nome non poteva rendere autentica un’opera successiva. Eusebio conserva anche il racconto dell’iniziale autorizzazione, concessa prima che Serapione avesse esaminato il testo.

Il docetismo, dal verbo greco che significa «sembrare», comprendeva dottrine secondo le quali l’umanità o la sofferenza fisica di Cristo non erano pienamente reali. La descrizione di Gesù silenzioso, come se non provasse dolore, sembrò offrire una conferma. Anche il grido rivolto alla propria «potenza» e l’affermazione che Cristo venne elevato alimentarono il sospetto che la componente divina lo avesse abbandonato prima della morte.

Il frammento consente però una lettura meno netta. Il silenzio può rappresentare la fermezza del martire, mentre l’espressione «come se» non cancella la realtà del dolore. Jerry McCant ha sostenuto che le pagine di Akhmim non bastano a dimostrare una teologia docetista. Serapione potrebbe aver conosciuto sezioni perdute, oppure aver giudicato il modo in cui il libro veniva usato. Potrebbe persino aver letto una versione diversa.

La vicenda racconta qualcosa di più ampio del destino di un singolo vangelo. Alla fine del II secolo, un testo poteva essere letto in una comunità e ignorato in un’altra. Un vescovo poteva autorizzarlo senza conoscerlo, procurarsene una copia e poi intervenire. I confini fra racconto utile, opera sospetta e Scrittura riconosciuta si stavano formando nella pratica, una lettura dopo l’altra.

Perché rimase fuori dal Nuovo Testamento

Quando i vescovi si riunirono a Nicea nel 325, Matteo, Marco, Luca e Giovanni godevano già da oltre un secolo di un riconoscimento molto più ampio rispetto agli altri racconti sulla vita di Gesù. Il concilio discusse soprattutto la natura di Cristo e il rapporto fra il Figlio e il Padre. La scelta dei quattro Vangeli non fu sottoposta a votazione.

La formazione del Nuovo Testamento avvenne gradualmente. Le comunità confrontarono opere diverse e privilegiarono quelle ritenute legate agli apostoli, lette in territori lontani fra loro e compatibili con la fede professata nelle Chiese. Alla fine del II secolo la raccolta dei quattro Vangeli era sostanzialmente stabilita; la discussione su altri libri continuò ancora a lungo. La complessità di questo processo emerge dalla ricostruzione pubblicata nella New Cambridge History of the Bible.

Il Vangelo di Pietro rimase ai margini. Circolava in ambienti limitati, portava il nome di un apostolo che non lo aveva scritto e aveva suscitato dubbi teologici già nel II secolo. Gli mancavano la diffusione e l’autorità raggiunte dai quattro racconti canonici. Più che espulso da una Bibbia ormai definita, non riuscì mai a entrarvi.

La parola «apocrifo» indica qui un’opera rimasta fuori dal canone. Non implica necessariamente un libro segreto, perseguitato o distrutto. Alcuni apocrifi furono combattuti; altri continuarono a essere letti, copiati e utilizzati nella predicazione o nella devozione popolare.

Il codice deposto nella tomba di Akhmim ne offre una prova. Qualcuno, diversi secoli dopo il giudizio di Serapione, considerava ancora quelle pagine abbastanza importanti da conservarle insieme ad altri scritti religiosi.

Che cosa conserva davvero il Vangelo di Pietro

Il frammento di Akhmim non è la cronaca alternativa di un testimone della resurrezione. Il suo valore storico riguarda il mondo cristiano che lo produsse.

Quelle nove pagine mostrano come una comunità del II secolo potesse riprendere una storia ormai conosciuta e darle una forma nuova. L’autore distribuì diversamente le responsabilità della condanna, accentuò i prodigi, trasformò il sepolcro in un luogo osservato dalle autorità e rese visibile ciò che i Vangeli canonici avevano lasciato fuori dalla narrazione.

Il silenzio sul momento esatto della resurrezione non gli bastava. Volle mostrare il cielo aperto, gli angeli discesi sulla terra e un Cristo tanto grande da oltrepassare il firmamento. Perfino la croce dovette uscire dalla tomba e confermare che il messaggio aveva raggiunto il regno dei morti.

Ignoriamo il nome dell’autore, il luogo preciso della composizione e l’ampiezza della sua diffusione. Conosciamo invece l’identità che egli scelse: Pietro, l’apostolo che nei Vangeli aveva rinnegato Gesù e che ora diventava narratore della sua vittoria sulla morte.

Il testo non racconta come avvenne la resurrezione. Racconta come, nel II secolo, alcuni cristiani sentirono il bisogno di vederla accadere.

Matteo Forlani

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