Il Vampiro di Atlas: inquietante Cold Case nella Svezia anni ’30

Quella mattina del 4 maggio del 1932 la prostituta Minnie Jansson si recò alla polizia di Stoccolma in preda al panico. Erano giorni che non vedeva né sentiva la sua collega e amica, la trentaduenne Lilly Lindeström. Le due donne abitavano in un modesto condominio del quartiere di Atlas, oggi Vasastan. L’appartamento di Minnie era esattamente sotto quello di Lilly, ma la particolarità del luogo era la vicina piazza di Sankt Eriksplan, un quartiere a luci rosse, dove le ragazze offrivano le proprie grazie sul ciglio dei marciapiedi.

Stoccolma nel 1917 – Immagine di pubblico dominio via Wikipedia

La polizia sapeva che la denuncia di Minnie aveva un finale scontato. La Svezia stava soffrendo per la Grande Depressione, e la scarsità dei raccolti nelle campagne aveva dato vita a un crescente fenomeno di vagabondaggio. Proprio nel quartiere più osé di Stoccolma questi vagabondi avevano fomentato omicidi e reati ai danni delle prostitute. L’unica differenza fra Lilly e le sue colleghe era che lei non lavorava per strada, ma in casa. La polizia forzò la porta dell’appartamento insieme ai vigili del fuoco e, come volevasi dimostrare, gli investigatori ne rinvennero il corpo esanime disteso sul letto e a pancia in giù. Eppure, quello che doveva essere un semplice caso come tanti, visto e rivisto per moventi, colpevoli e modus operandi, si rivelò uno dei più grandi misteri della storia svedese. Era il 4 maggio del 1932:

Quel giorno ebbe inizio la leggenda del Vampiro di Atlas.

Christopher Lee protagonista in Dracula, 1958 – Immagine di pubblico dominio via Wikipedia

Gli antefatti dell’omicidio

Lilly Lindeström nacque a Malmö il 29 agosto del 1900. Si sposò giovanissima, ma divorziò quasi subito. A soli ventidue anni si trasferì a Stoccolma, dove cominciò a prostituirsi. Era molto apprezzata dai clienti e per concordare un appuntamento bastava alzare la cornetta e comporre il numero. Oggi sembra scontato, ma questa comodità le garantì un certo “successo professionale”, se così si può definire, e una modesta stabilità economica.

Col senno di poi, però, le costò la vita

Il 30 aprile del 1932 era nel suo appartamento in compagnia dell’amica Minnie Jansson. Le due donne stavano organizzando una gita sulla vicina isola di Djurgården, per prender parte ai festeggiamenti della notte di Valpurga, un’antica celebrazione pagana della primavera, tipica dell’Europa centro-settentrionale. Intorno alle 18:30 squillò il telefono e Minnie udì la voce di un uomo. Approfittò della situazione e uscì a comprare del latte, per poi tornare nel giro di mezz’ora, ma l’amica la avvisò che era impegnata con un cliente.

Festeggiamenti della notte di Valpurga – Immagine di Andreas Fink condivisa con licenza CC BY-SA 2.0 de via Wikipedia

A quel punto rientrò nel suo appartamento al piano di sotto. Contava di aspettare almeno un’oretta per poi ripassare e riprendere il discorso su Djurgården. Dopo alcuni minuti, però, Lilly bussò alla sua porta e le chiese in prestito un profilattico. Fin lì tutto normale, ma l’amica tornò un seconda volta. Indossava un cappotto e sotto era completamente nuda. La richiesta era identica alla precedente e, chissà, forse era in compagnia di un uomo molto focoso. Minnie Jansson non lo sapeva, ma, se si esclude l’assassino di Lilly lei fu l’ultima persona a vederla viva.

Un condominio del quartiere di Atlas – Immagine di Holger.Ellgaard condivisa con licenza CC BY-SA 3.0 via Wikipedia

L’omicidio e la scena del crimine

Intorno alle 21 Minnie si presentò sull’uscio di Lilly. Si stava facendo tardi e dovevano partire subito se volevano raggiungere Djurgården in tempo. Bussò una volta, due, tre… Bussò ancora e ancora, ma non le rispose nessuno. Forse era andata alla festa con un cliente, magari lo stesso del telefono, e si era dimenticata di avvisare. A Djurgården, però, Lilly non c’era.

L’isola e il parco di Djurgården – Immagine di Javier martin condivisa con licenza CC BY-SA 3.0 via Wikipedia

Nei giorni successivi Minnie la cercò più volte senza successo. Al telefono o alla porta non rispondeva e dall’appartamento non si udiva alcun rumore. Interpellò i proprietari del condominio e altre colleghe, ma nessuno l’aveva vista. Infine, il 4 maggio si recò dalla polizia, che forzò la serratura con l’aiuto dei vigili del fuoco.

Lilly Lindeström fu trovata morta

Il decesso fu attribuito a una serie di colpi dietro la nuca, sferrati con un oggetto contundente, e si ipotizzò che l’arma del delitto fosse un mestolo da cucina che aveva con delle macchie di sangue. Si trattava del classico omicidio di una prostituta perpetrato da un cliente, ma qualcosa non tornava. A giudicare dallo stato del cadavere Minnie era morta proprio il 30 aprile, e il suo corpo giaceva a pancia in giù con un profilattico usato nell’ano.

L’appartamento, però, era perfettamente in ordine, con i cuscini del divano sistemati in fila accanto al letto e i vestiti della ragazza ben piegati su una sedia. Non c’erano nemmeno segni di lotta, come se il tutto fosse avvenuto in pochi secondi, senza alcuna reazione della vittima. Sulle lenzuola, invece, c’erano pochissime macchie di sangue, un dettaglio molto strano vista la dimensione della ferita dietro la nuca.

La disposizione dell’appartamento di Lilly

Stava prendendo forma un intricato mosaico poliziesco. Le indagini proseguirono, divennero più minuziose e vennero alla luce nuovi, inquietanti, elementi. Un medico forense, tale dottor Turnell, si recò sul posto per analizzare il cadavere e confermò il trauma dietro la nuca come causa del decesso, ma notò due cose:

Il colpevole aveva drenato tutto il sangue della ragazza e aveva lasciato della saliva sul collo di Lilly

In quel triste appartamento, domande su domande si accalcavano senza risposte. C’era l’arma del delitto, c’era la ferita, ma non c’erano macchie.

Ma, allora, dov’era finito il sangue?

La piazza di Sankt Eriksplan di Stoccolma – Immagine di Helge Høifødt condivisa con licenza CC BY-SA 3.0 via Wikipedia

Si materializzò una bizzarra teoria, che, per quanto grottesca, ben si adattava a gran parte degli indizi. C’era un motivo se sul collo della donna si trovava della saliva e, forse, l’assassino non aveva usato il mestolo per colpirla, ma per berne il sangue. A supporto di quella tesi gli inquirenti rinvennero un panno da cucina macchiato, che, presumibilmente, era servito da fazzoletto.

Philip Burne Jones, Il vampiro, 1897 – Immagine di pubblico dominio via Wikipedia

L’identikit sovrannaturale dell’omicida piacque alla stampa, le cui prime pagine titolavano “Il Vampiro di Atlas – Il caso era inquietante”. Qualcuno aveva  prelevato il sangue e lo aveva bevuto, ma non c’era alcun segno di puntura. Tutti questi elementi, se sommati al fatto che l’appartamento era perfettamente in ordine, lasciavano presagire un preciso modus operandi, tipico di un serial killer. A differenza dei criminali normali i serial killer seguivano degli schemi e, come la storia di Jack lo squartatore insegna, le prostitute erano spesso i loro bersagli preferiti.

Eppure, quello di Lilly Lindeström rimase un caso isolato

Inutile dire che all’epoca nessun testimone notò persone sospette entrare o uscire dal condominio e la polizia si ritrovò a brancolare nel buio. Consultò la rubrica di Lilly, interrogò alcuni dei suoi clienti abituali, ma, su nove possibili indiziati, non ci fu nessun accusato e il caso rimase irrisolto.

Ritaglio di giornale sull’omicidio di Lilly (in basso a sinistra)

Le possibili spiegazioni

Abbiamo visto i tanti tasselli che compongono questo enigmatico cold case di inizio Novecento, ma adesso vestiamo i panni di uno Sherlock Holmes, o di un Hercule Poirot, e addentriamoci più nello specifico per scoprire alcuni dei possibili scenari che portarono alla morte di Lilly Lindeström.

In prima istanza, è bene specificare che nel 1932 non esisteva il test del DNA. Sulla scena del crimine c’erano sia la saliva sia lo sperma del fantomatico Vampiro di Atlas, e le moderne tecnologie avrebbero certamente aiutato a smascherarlo. Nel corso degli anni si sono susseguite diverse ipotesi, incluse quelle di stampo sovrannaturale, ma accantoniamo il vampirismo e concentriamoci su un’analisi concreta.

Incisione tratta da Histoire des vampires et des specters malfaisans avec un exam du vampirisme, di Collin de Plancy – Immagine di pubblico dominio via Wikipedia

Una delle teorie più popolari nacque all’indomani dell’omicidio, e vedeva come colpevole un membro della polizia. La logica alla base di questa supposizione derivava proprio dalla grande meticolosità dell’assassino, che, in quanto esperto della materia, avrebbe preparato la scena del crimine per confondere i colleghi e depistarli con un’infruttuosa, se non irrealistica, caccia al vampiro. Questo avrebbe senso perché spiegherebbe l’inutile accortezza di riordinare l’appartamento o la necessità di drenare il sangue e creare il mito di un killer sovrannaturale.

Lilly Lindeström

Non è da escludere che il colpevole soffrisse della sindrome di Rainsfield, anche nota come vampirismo clinico. Si tratta di una particolare forma di parafilia che si registra in soggetti con un bisogno compulsivo di vedere o ingerire sangue. Sotto quest’ottica il caso di Lilly Lindeström assume una veste psicologica e, soprattutto, rende plausibile lo scenario in cui l’assassino ne beve il sangue.

Su quest’ultimo elemento, però, non ci sono certezze e, al contrario, è possibile che la saliva sul collo fosse il frutto di qualche effusione durante l’atto carnale e che il nostro vampiro abbia semplicemente raccolto il sangue in un contenitore.

Perché lo abbia fatto non è dato saperlo

Una strada del quartiere di Atlas – Immagine condivisa con licenza CC BY-SA 2.5 via Wikipedia

Un’altra teoria interessante, invece, mette in discussione la dinamica dei colpi alla nuca ricevuti da Lilly.

Forse derivavano da una determinata pratica sessuale

Parliamo del Donkey punch, il colpo dell’asino, che consiste nel colpire il partner alla parte posteriore della testa, o alla parte bassa della schiena, per indurre un irrigidimento involontario dei muscoli dello sfintere durante un rapporto anale. Nel caso di Lilly il suo corpo giaceva a pancia in giù, e la collocazione del profilattico lasciava presagire proprio un rapporto anale. Questa dinamica spiegherebbe l’assenza dei segni di una lotta da aggressione e sposta l’accento della vicenda sull’omicidio colposo. In parole povere, si tratterebbe di un gioco erotico finito male, dove l’effetto sorpresa e la troppa foga l’hanno condannata a una morte senza possibilità di reazione.

Ma del killer cosa sappiamo?

Il letto di Lilly Lindeström

L’assassino aveva preparato la scena del crimine come se già conoscesse l’appartamento; quindi si trattava di un habitué. Quanto alla premeditazione è difficile giungere a una conclusione. Ogni teoria ha un suo punto di vista e spiega una parte dell’omicidio, ma il vero problema è che non tutti gli elementi seguono una determinata logica. Ad esempio l’assenza di fori per l’introduzione di una siringa rende impossibile stabilire come sia avvenuto il drenaggio del sangue. Parliamo di un quadro insolito, con un appartamento pulito, i panni della vittima piegati e la totale, oltre che misteriosa, assenza di macchie. Anche se l’assassino ha bevuto il sangue e ha ripulito tutto, come mai sulle lenzuola non c’erano che poche gocce? Un trauma cranico come quello di Lilly non poteva non generare una pozza di sangue sul letto. In tutta questa storia il condizionale è sempre un obbligo e ogni domanda genera solo un’altra domanda.

Tutto ciò che sappiamo per certo è quanto segue. Quella sera del 30 aprile del 1932 Lilly ricevette un cliente, si distese sul letto e offrì i propri servigi. All’improvviso le arrivò un colpo dietro la nuca. Poi il buio. Il Vampiro di Atlas si rivestì, rimise tutto in ordine e firmò il suo ingresso nella storia della criminologia svedese.

Disposizione dell’appartamento e campioni di prove prelevati dalla scena del crimine, in mostra al Museo della Polizia di Stoccolma – Immagine di Holger.Ellgaard condivisa con licenza CC BY-SA 3.0 via Wikipedia

Quel giorno nacque il suo mito; un mito che ancora oggi rivive in una speciale vetrina del Museo della Polizia di Stoccolma, dove sono racchiuse tutte le prove raccolte dagli inquirenti. Nessuno sa chi sia, né perché scelse quel particolare modus operandi. È passato quasi un secolo e l’omicidio di Lilly Lindeström è ancora avvolto nel mistero.

Nicola Ianuale

Sono uno scrittore e un grande appassionato di letteratura, cinema e storia. Ho pubblicato un romanzo di narrativa, “Lo scrittore solitario”, e un saggio, “Woody Allen: un sadico commediografo”, entrambi acquistabili su Amazon. Gestisco la pagina Instagram @lo_scrittore_solitario_ dove pubblico post, curiosità su film e libri e ogni giorno carico un quiz sulla letteratura.