Sono le piccole cose di ogni giorno, oggetti di uso comune, che talvolta diventano memorie strazianti di grandi tragedie. Come, ad esempio, un triciclo assai malconcio e arrugginito, senza la sella e i pedali, che oggi è conservato all’interno di una teca di vetro, come un gioiello prezioso, al Museo della Pace di Hiroshima.

Museo della Pace di Hiroshima

Fonte immagine: Taisyo via Wikimedia Commons – licenza GFDL, cc-by 3.0

Nel 1955, a dieci anni dall’esplosione della bomba atomica che distrusse la città giapponese (una seconda fu lanciata su Nagasaki), aprì il Museo della Pace, all’interno del Parco della Pace cittadino.

Modello in scala di Hiroshima dopo l’esplosione; la pallina rossa indica il punto preciso della deflagrazione

Fonte immagine: Rabs003 via Wikipedia – licenza CC BY-SA 3.0

Il triciclo, come del resto gli altri oggetti esposti nel Museo, racconta una storia di dolore senza rimedio, di una perdita inaccettabile. Una volta quel triciclo era di un bel colore rosso acceso, il giocattolo preferito di un bimbo di tre anni, Shinichi Tetsutani.

Il piccolo Shin giocava qualche volta con le due sorelline, Michico e Yoko, e molto più spesso con una bimba che viveva vicino a casa sua, Kimi.

Shinichi e la sorellina Michico – Capodanno del 1944

Kimi e Shin amavano sfogliare dei libri illustrati, in particolare uno, dove c’era l’immagine di un triciclo, proprio il giocattolo che il maschietto desiderava di più. Il bimbo lo aveva chiesto al padre, ma in città non si riusciva a trovarne nemmeno uno: il paese era in guerra e le risorse del Giappone erano estremamente compromesse. Il metallo era destinato alla costruzione di armi, e veniva recuperato dalle statue pubbliche, dai parapetti delle strade, dalle biciclette e perfino da pentole e padelle. Il padre di Shin non poteva proprio fare nulla per esaudire il desiderio del suo figlio più piccolo.

Finché un giorno, poche settimane prima del quarto compleanno del bambino, il triciclo tanto desiderato fu donato a Shin da uno zio, che lo aveva trovato tra i suoi vecchi giochi dimenticati in un armadio. Lo zio di Shin, sapendo quanto il nipotino lo desiderasse, avvolse il triciclo in fogli di carta e glielo portò.

Shin e l’amichetta Kimi giocavano spesso con il triciclo nel cortile di casa, sotto gli occhi di passanti benevoli, che spesso si fermavano a guardare i bambini gioiosi, ovviamente inconsapevoli della tragedia che il loro paese stava vivendo, e di quelli terribili che sarebbero arrivati.

Quel mattino del 6 agosto 1945, Shin e Kimi erano come al solito nel cortile di casa, quando una luce accecante illuminò la città, a cui seguì la devastante esplosione della bomba atomica che rase al suolo Hiroshima e uccise sul colpo 70/80.000 persone.

Anche la casa della famiglia Tetsutani crollò: i genitori, sopravvissuti all’esplosione, trovarono Shin sotto le macerie, ancora vivo e con la manina stretta al manubrio del triciclo. Le sorelline più grandi erano incastrate sotto una trave di legno, che prese fuoco prima che le bambine potessero essere salvate. Della piccola Kimi invece non c’era traccia. La famiglia di Shin si ritrovò, insieme ad altri sopravvissuti, sulla riva del fiume. Il piccolo chiedeva acqua da bere, ma il padre, rendendosi conto che chi si dissetava con l’acqua del fiume moriva quasi subito, non osò dargliene. Il piccolo Shin comunque non superò la notte, mancavano dieci giorni al suo quarto compleanno.

Il giorno dopo il padre di Shin, pensando che il suo bambino fosse troppo piccolo per riposare in una tomba lontano da casa, lo seppellì nel giardino dove amava giocare, insieme con il suo triciclo rosso. Solo dopo quarant’anni, nel 1985, i genitori decisero di spostare i resti del bambino nella tomba di famiglia. Neppure loro si ricordavano più del triciclo… Il padre di Shin decise di donare il giocattolo preferito del figlio al Museo della Pace, un commovente ricordo del bambino e un tragico simbolo dell’orrore della guerra.

La storia di Shin e del suo triciclo è stata raccontata in un libro per bambini di Tatsuharu Kodama, pubblicato nel 1992. E se lo scrittore ha forse aggiunto qualche dettaglio poetico, non ha cambiato la drammatica realtà dell’avvenimento, ricordato in una delle pagine del Museo della Pace.

Annalisa Lo Monaco
Annalisa Lo Monaco

Lettrice compulsiva e blogger “per caso”: ho iniziato a scrivere di fatti che da sempre mi appassionano quasi per scommessa, per trasmettere una sana curiosità verso tempi, luoghi, persone e vicende lontane (e non) che possono avere molto da insegnare.