Il tragico destino di Edoardo Agnelli

Fa freddo, quel 15 novembre del 2000. Nemmeno uno spicchio di sole illumina il grigiore di quella giornata d’autunno. C’è poco traffico sull’autostrada Torino-Savona e nessuno, percorrendo il viadotto nei pressi di Fossano, fa caso a una vettura ferma proprio a fianco del parapetto.

Sotto il video documentario su Vanilla Magazine:

Il motore è acceso e la freccia destra ancora inserita, come a indicare una fermata momentanea, ma a bordo non c’è nessuno. Se ne accorge un addetto al traffico autostradale, che si ferma a controllare quella Fiat Croma in sosta sulla corsia d’emergenza. Perché il conducente ha lasciato la macchina in moto e si è allontanato senza portare con sé i due telefoni cellulari, rimasti sul sedile del passeggero?

L’addetto non pensa di affacciarsi da quel parapetto, e fa una rapido controllo alla stazione di servizio successiva, dove non risulta che si sia presentato qualcuno in difficoltà. Decide di tornare alla Croma, che è ancora lì, abbandonata. A quel punto, non resta che la peggiore delle ipotesi, confermata dalla vista di un corpo che giace 73 metri più in basso, sul greto del fiume Stura.

Scoprire di chi si tratta è facile: in macchina c’è la patente di Edoardo Agnelli, l’erede senza corona dell’impero economico legato alla Fiat, fondato nel 1899 dal bisnonno Giovanni, trasmesso quindi al nonno Edoardo e poi al padre, Gianni Agnelli, l’Avvocato. Le redini del potere passano, come in una dinastia monarchica, dal padre al figlio maschio maggiore, e dunque Edoardo dovrebbe essere l’erede destinato a prendere il posto dell’Avvocato.

Dovrebbe, ma Gianni Agnelli fa un’altra scelta, che ferisce profondamente il figlio. Come come scrive Lev Tolstoj, ogni famiglia infelice è infelice a modo suo”, ed Edoardo è un esempio lampante di questa verità. La sua è una vita all’apparenza invidiabile, all’interno di una famiglia ricca e potente, che non è sinonimo di famiglia felice.

La vita di Edoardo Agnelli

Edoardo nasce a New York il 9 giugno 1954. E’ il figlio primogenito di Gianni Agnelli e Marella Caracciolo di Castagneto, di origini nobili. Gianni e Marella sono di casa negli States, frequentano il jet-set, sono amici dei Kennedy. Insomma, già alla nascita si prefigura un futuro luminoso per il rampollo degli Agnelli, che vive nella villa di famiglia, chiamata il Castello, in un paese del torinese, Villar Perosa.

Nonostante la posizione sociale della famiglia, frequenta le scuole pubbliche e si diploma al liceo classico Massimo d’Azeglio, dove hanno studiato non solo il padre Gianni e lo zio Umberto, ma anche personaggi di fondamentale importanza nella storia culturale italiana. Dopo il diploma Edoardo prosegue gli studi all’Atlantic College, in Galles, e poi frequenta la prestigiosa università di Princeton, negli Stati Uniti, dove si laurea in una materia poco attinente al mondo degli affari e dell’industria: Storia delle Religioni.

La scelta di questo corso di studi è già un segnale della “diversità” di Edoardo rispetto al resto della famiglia: è un “Agnelli atipico”, un filosofo, un esteta, capace di vedere le distorsioni di un sistema capitalistico sempre più aggressivo, dove l’uomo conta sempre meno. Sogna un’industria che rispetti l’ambiente e si augura “più fiori e meno automobili a Mirafiori”. Sempre alla ricerca di una verità che abbia un valore universale, compie un cammino spirituale che lo conduce in India, dove ascolta gli insegnamenti del predicatore Sathya Sai Baba, che parla di amore, unità delle religioni, della natura divina insita in ogni uomo.

Il viaggio prosegue in Iran, dove si avvicina all’islam sciita. Nel 1981 viene fotografato a Teheran mentre partecipa a una preghiera del venerdì insieme all’ayatollah Ali Khamenei. Questo suo studio della religione islamica e una presunta conversione, in realtà mai provata, daranno adito a una teoria complottista sulla sua morte, di cui però parleremo dopo. Nel 1986 partecipa a una Marcia della Pace ad Assisi, durante la quale si lascia intervistare da due giornalisti dei settimanali Espresso e Panorama.

Edoardo, di solito molto schivo e riservato, esprime considerazioni secche e decise che riguardano il futuro suo e della Fiat, il rapporto  tra lui e il padre. In queste due interviste Edoardo dichiara: “Il capitalismo è una forza che ha portato sviluppo e progresso. E’ utopico e irreale pensare che sia un sistema politico che debba durare eternamente”. Poi precisa che la sua passione per la religione e la filosofia, alla ricerca di valori fondamentali per l’umanità, non escludono un impegno diretto nell’azienda di famiglia, anzi.

Vuole mantenere la sua possibilità di controllo “in modo che non avvengano prevaricazioni”, e sembra preoccupato dal fatto che “avendomi visto portare attenzione su altre questioni e altri valori, si potesse pensare che io non sia in grado di seguire le mie responsabilità quasi fossi incapace di intendere e di volere”.

In queste dichiarazioni c’è tutto il dolore, il senso di inadeguatezza e la solitudine di Edoardo, come è ben chiara la distanza da un padre che non gli ha reso la vita facile. E c’è anche la contraddizione tutta interiore tra il suo modo di essere, il suo sentire più profondo, e la voglia di essere all’altezza del nome che porta, di non deludere quel padre che lui ama profondamente, nonostante il loro rapporto conflittuale. Alle volte scrive al genitore, iniziando le lettere con “Al signor presidente della Fiat”, per esternare le sue idee sulla gestione dell’azienda, che avrebbe dovuto prendere una strada meno legata al profitto, meno materialistica.

Edoardo è stato un bambino poco amato? Nessuno può dirlo e non ci sono ragioni per crederlo. Ma certamente è stato un bambino che ha sofferto per il carattere duro del genitore, per la mancanza di dimostrazioni d’affetto, di tenerezza, di sollecitudine nei suoi confronti. Il padre si dimentica di lui, ancora bambino, anche quando promette di portarlo allo stadio per assistere a una partita della loro squadra, l’orgoglio della famiglia, la Juventus.

L’amore per la Juventus accomuna tutti in famiglia, ma è ulteriore motivo di attrito tra padre e figlio. Edoardo entra a far parte del consiglio d’amministrazione della squadra, ma quando prova a lanciare la sua candidatura come presidente, attraverso un’intervista al giornale Tuttosport, si ritrova estromesso del tutto. Continua il suo percorso di ricerca spirituale, che pare però portarlo verso paradisi artificiali: nel 1990 a Malindi, in Kenya, lo fermano per possesso di sostanze stupefacenti.

Lui dirà di aver teso una trappola a una banda di spacciatori presenti nel suo albergo, per farli arrestare, ma nell’intervista che rilascia è evidente la preoccupazione di discolparsi agli occhi del padre, che avrebbe potuto “innervosirsi”. Da Torino si precipita il fidatissimo avvocato di famiglia e la cosa finisce in niente, ma è abbastanza evidente che il “male di vivere” ha già preso possesso di quel ragazzo fragile e “disperato dentro”.

Nel 1993, l’Avvocato designa il nipote Giovanni Alberto, detto Giovannino, come suo erede alla guida delle aziende di famiglia. Il prescelto è figlio di Umberto Agnelli e cugino di Edoardo, il quale non la prende bene. I due rampolli comunque arrivano a un chiarimento, che fa stringere tra loro un patto di solidarietà. I cugini, per quanto distanti per formazione e carattere, condividono l’idea di un’industria che abbia come scopo non solo il profitto, ma anche quello di migliorare la qualità della vita, promuovendo uno sviluppo sostenibile, sia a livello sociale sia ambientale.

Purtroppo Giovannino Agnelli muore nel 1997, a 33 anni, per un tumore all’intestino. La successiva nomina in consiglio d’amministrazione del giovanissimo nipote John Elkann, figlio della sorella Margherita, è per Edoardo un’ulteriore mazzata: definisce “uno sbaglio, una caduta di stile” la scelta di un ragazzo di 22 anni come futuro erede dell’impero. Tra l’altro, lui apprende la notizia dai giornali. Ma non basta: circa tre mesi prima della morte aveva ricevuto la proposta di cedere tutte le sue partecipazioni alla holding di famiglia, in cambio di beni mobili e immobili. Una proposta che aveva indignato e offeso Edoardo, un ultimo schiaffo al suo orgoglio. Quasi un insulto, per lui che è un uomo di 46 anni, sempre in lotta con la depressione e l’abuso di sostanze stupefacenti, ma più ancora tra il vero sé stesso – un uomo dell’800, dice un amico – e l’altro da sé, quello che vuole essere un vero Agnelli. Una lotta che, come qualcuno si aspettava, conduce a un drammatico finale.

Suicidio o omicidio?

Il 15 novembre del 2000 Edoardo esce dalla sua bella casa di Villar Perosa, poco distante da Villa Frescot, residenza dei genitori. Sono le 7:20 di mattina. Appare tranquillo e sereno, sia agli uomini della scorta sia alla cuoca: con molta naturalezza dice che va a farsi un giro a Superga, da solo, con la sua Croma grigio metallizzato. Indossa dei pantaloni scuri, ma sotto il cappotto di velluto grigio ha la giacca del pigiama, come se avesse avuto fretta di uscire. Scende lungo i tornanti della strada che porta a Torino, ma non si dirige verso Superga. Imbocca invece l’autostrada Torino-Savona, alle ore 8:59. 15 minuti dopo esce al casello di Fossano, poi rientra in direzione Savona, alle 9:23. Nessuno può sapere cosa gli sia passato per la testa in quei momenti, cosa lo abbia indotto a chiamare casa sua per chiedere se fosse tutto a posto. Intorno alle 9:00 fa una telefonata anche al padre, forse per sentire un’ultima volta la sua voce.

Arrivato su quel viadotto chiamato “ponte dei suicidi”, il più alto di quel tratto d’autostrada, accosta la Croma al parapetto, si arrampica sul New Jersey, scavalca la rete e precipita giù, 73 metri più in basso. Lui, amante dei lanci col paracadute, vola per l’ultima volta, fino a schiantarsi sul greto del fiume Stura.

Poi viene dato l’allarme, e intorno alle 10:20 arrivano i soccorsi, che non possono far altro che registrare il decesso. L’Avvocato, arrivato con il fratello Umberto, viene accompagnato dal questore di Torino fino al corpo senza vita del figlio, per procedere al suo riconoscimento. E’ incredulo, non si capacita di come Edoardo abbia trovato tanto coraggio, chiede se non si sia trattato di un incidente. Poi, rimane ammutolito per mezz’ora, perso in chissà quali pensieri. Non piange Gianni Agnelli, perché il dolore non si mostra in pubblico, ma dentro di sé è disperato, almeno a detta di chi lo conosce bene.

Chiede che l’inchiesta proceda il più velocemente possibile, e viene ovviamente accontentato, perché non si può contrariare uno degli uomini più potenti del paese, in particolare in un frangente tanto drammatico. L’evidenza dei fatti rende quel caso semplice: la causa della morte è suicidio e il nulla osta per il funerale viene dato ancor prima che l’inchiesta sia conclusa. Tutto molto veloce, per non aggiungere dolore a dolore.

Oppure no: tanta fretta nasconde qualcosa di indicibile, persino inimmaginabile?

Il suicidio di Edoardo Agnelli – una persona ricca e all’apparenza fortunata – lascia sconcertate e incredule molte persone. Un po’ meno chi lo conosceva bene e sapeva dei suoi tanti problemi, delle sue fragilità. In fin dei conti, il “male di vivere” non tiene conto della denuncia dei redditi per insinuarsi in un animo tormentato e “sensibile” com’era, secondo l’opinione di amici e parenti, quello di Edoardo.

Eppure, c’è qualcuno che non crede a quel suicidio. A cominciare da Marco Bava, amico e consulente finanziario di Edoardo, che da subito esprime forti perplessità e chiede al magistrato di fare chiarezza su alcuni punti oscuri della vicenda. Una vicenda che, nel corso degli anni, è stata rimessa in discussione da svariati giornalisti, proprio nel tentativo di illuminare quei punti oscuri. Nel 2009 esce il libro di Giuseppe Puppo “80 metri di mistero”, e dieci anni dopo Antonio Parisi dà alle stampe “Gli Agnelli – Segreti, misteri e retroscena della dinastia che ha dominato la storia del Novecento italiano”.

Anche il giornalista Giovanni Minoli dedica ad Edoardo Agnelli una puntata del suo programma televisivo “La storia siamo noi”, dove mette in fila quei punti oscuri, mai del tutto chiariti. A cominciare dall’autopsia. Il magistrato responsabile, all’epoca dei fatti afferma che l’autopsia è stata fatta, ma le inchieste di Puppo e Parisi lo smentiscono: il corpo di Edoardo Agnelli viene sottoposto a un esame sommario, solo esterno. Questa sconcertante verità trova una conferma ufficiale, dopo molte smentite, solo nel 2010, tramite un comunicato dell’Ansa: “L’autopsia non fu eseguita, anche se allora fu detto fosse stata fatta, forse usando la parola impropriamente”. Eppure, nell’immediatezza dei rilevi, lo stesso magistrato aveva dichiarato di non avere prove inoppugnabili sull’ipotesi del suicidio, e non si sentiva di escludere il malore e l’omicidio. Eventualità che avrebbero necessariamente richiesto un’autopsia.

Un altro punto poco chiaro riguarda il corpo di Edoardo, descritto come quasi intatto dopo un impatto tanto violento con il suolo, e non solo: quella caduta, a 100 chilometri all’ora, non scompiglia i vestiti e non fa nemmeno volare via le scarpe, un paio di mocassini, privi quindi di lacci.

E ancora, com’è possibile che nessuno abbia visto un uomo arrampicarsi sulla balaustra e poi scavalcarla, fino al gesto estremo di buttarsi di sotto? Tra l’altro, in quel periodo Edoardo è fisicamente fuori forma, molto ingrassato e zoppicante, insomma in una condizione che poteva rendere perlomeno difficoltoso scavalcare quel parapetto alto all’incirca un metro e mezzo. Un’operazione che avrebbe richiesto almeno un paio di minuti, durante i quali stranamente non transita nemmeno una macchina.

Un’altra anomalia riguarda non il fatto in sé, ma piuttosto un lato del carattere di Edoardo, che viene definito un grafomane. Lui è un tipo che scrive sempre, di qualsiasi cosa e a tutti quelli che conosce, e anche a chi non conosce. Eppure, nel momento della decisione estrema, non lascia uno straccio di biglietto per nessuno. Quanto meno strano. E poi, perché la scorta, responsabile della sua incolumità, quel giorno non lo segue? E ancora, come si spiega la testimonianza di un pastore, che dice di aver visto il cadavere già tra le 8 e le 9 del mattino?

Scartando l’ipotesi di un malore, non compatibile con la dinamica del fatto, rimane solo un’opzione: omicidio.

Ma chi poteva avere interesse a uccidere quell’uomo schivo e riservato, che ha come principale interesse la ricerca di Dio?

Certo, per la famiglia Agnelli è un personaggio scomodo, non conforme all’immagine pubblica della dinastia torinese, che nell’immaginario collettivo degli italiani ha quasi le sembianze di una famiglia reale. Le rare esternazioni di Edoardo creano imbarazzo, per le critiche al capitalismo e alla logica del profitto, con qualche vago riferimento al marxismo-leninismo.

E ancora, infastidiscono i riferimenti quasi autobiografici a San Francesco, “uno che soffrì molto perché era considerato un matto e venne esautorato anche dall’amministratore del suo ordine”. Senza contare le disavventure legate all’uso di eroina, non solo in Kenia, ma anche a Roma, città che Edoardo preferisce a Torino per la sua “grande bellezza”, e per la compagnia di alcuni cari amici che non appartengono a famiglie rampanti come la sua, ma piuttosto a un mondo di decadente nobiltà, ormai in via di estinzione.

Da qui a pensare che la famiglia abbia voluto sbarazzarsi di lui, corre però molta strada.

Ma c’è un altro particolare, messo in luce a un anno di distanza dalla morte, in un documentario prodotto in Iran. Edoardo Agnelli viene definito un “martire musulmano”. La tesi, a dire il vero non molto convincente, presuppone che Edoardo si fosse davvero convertito alla religione islamica, e sia stato ucciso proprio per questo, per decisione dei parenti del ramo Elkann, di origine ebrea. O in alternativa, da una misteriosa lobby sionista che voleva difendere gli interessi del capitalismo internazionale.

Quanto convince l’ipotesi dell’omicidio?

Sui punti oscuri che avvolgono questa vicenda, un po’ di luce si può comunque fare, anche tenendo in considerazione altri elementi significativi: nei tre giorni precedenti la morte, Edoardo Agnelli percorre più volte proprio quel tratto di autostrada, probabilmente per cercare il luogo adatto al suo scopo. Il giorno prima chiama tutti i suoi amici, proprio tutti, quasi a volerli salutare un’ultima volta. In più, confida a un cugino di avere grandi preoccupazioni economico-finanziarie, che certo non aiutano in un momento di depressione.

Il fatto che la scorta non l’abbia seguito non è, di per sé, un elemento di prova a sostegno della tesi dell’omicidio. Era già capitato altre volte, come testimoniato da diverse persone. Sembra anche possibile che, quel giorno, nessun veicolo sia transitato sul viadotto per alcuni minuti consecutivi, perché il traffico era molto scarso.

Le ferite riscontrate sul corpo, anche in mancanza di un’autopsia, sono compatibili con una morte per precipitazione, così come il fatto che i mocassini non siano volati via, almeno secondo gli esperti intervistati da Giovanni Minoli. Di solito si perdono le scarpe, anche provviste di lacci, quando una persona cade in luogo accidentato e sbatte contro pareti rocciose, ad esempio in montagna, ma non necessariamente se la caduta è libera, come nel caso di Edoardo.

E’ da escludere anche l’ipotesi che Agnelli sia stato ucciso altrove e poi portato sul greto del fiume per simulare un suicidio: sul terreno c’era l’impronta del corpo e una pozza di sangue, uscito dalla bocca a seguito di un trauma polmonare. Ancor più inverosimile l’ipotesi che Edoardo sia stato gettato giù dal viadotto da terze persone: nonostante il traffico scarso, il rischio di essere notati era comunque elevato. Il racconto del pastore sull’orario della scoperta del corpo potrebbe essere frutto del cosiddetto auto-inganno del testimone, almeno secondo l’ex generale dei RIS Luciano Garofano. Se quel pastore avesse ragione, bisognerebbe prendere in considerazione altre eventualità troppo complicate, che vedrebbero coinvolte altre persone e altre vetture, come in un film di spionaggio.

Alla luce di tutto ciò, ognuno può trarre le proprie conclusioni. Certo, rimangono ancora interrogativi privi di risposta e, forse, la difficoltà ad accettare l’idea che “anche i ricchi piangano”. Ad aumentare il senso di smarrimento che provoca questa storia c’è anche un altro elemento: le figure femminili sono del tutto assenti.

Negli innumerevoli articoli di giornali sulla vita e la morte di Edoardo, si parla solo di lui, del suo ingombrante padre, dello zio e dei cugini. Non c’è mai un riferimento alla madre, che pure deve aver sofferto per quel figlio “disperato dentro” e per la sua scelta di morte. Non si cita la sorella Margherita, che pure ha fatto scelte atipiche rispetto al resto della famiglia. Non ci sono notizie di amori, se non brevi e fugaci, nella vita di Edoardo. C’è però un sogno, interrotto in quel freddo giorno di novembre:

“Credo che ci sarà un giorno in cui mi libererò di quel poco che ho, ma soprattutto di quel tanto che avrei potuto possedere, per andare in posto lontano. E poi, magari, fare ritorno da sconosciuto. Consolare un vecchio re. Consolare una vecchia regina. Raccontando loro la storia di un amore mai vissuto e disperatamente desiderato. Svelarsi con la sola potenza della voce del cuore e ripartire insieme. Quando sarà ora”.

Destini: anche i ricchi piangono

Gianni Agnelli. Di lui si sa praticamente tutto: i successi e gli insuccessi come imprenditore, le tante donne che ha conquistato con il suo fascino, il suo amore per la Juventus e molto altro. Meno noto, forse, quel lato del carattere che l’Avvocato tiene nascosto e che vede riflesso come in uno specchio nel figlio Edoardo, quello che gli fa dire: “Se io non fossi Gianni Agnelli sarei un vagabondo pirata corsaro su una barca”. L’imprenditore muore  il 24 gennaio 2003, a 81 anni, per un tumore alla prostata. La sua vita è segnata da diversi lutti, oltre a quelli del figlio Edoardo e del nipote Giovannino.

Edoardo Agnelli senior e Virginia Bourbon del Monte

Edoardo è l’unico figlio maschio del fondatore della Fiat, Giovanni. E’ un grande appassionato di sport e forse lo interessa più la Juventus che l’azienda di famiglia. A lui va il merito di aver trasformato il gioco del calcio in un’attività professionistica, e di aver fondato la stazione sciistica del Sestriere. Sposa una principessa, Virginia Bourbon del Monte, con la quale mette al mondo sette figli. La primogenita è Clara, poi nasce Gianni, quindi altre tre bambine e infine due maschi, Giorgio e Umberto. Edoardo va incontro al suo destino in un giorno d’estate del 1935: ha un banale incidente, che solo la sfortuna trasforma in tragedia. E’ a bordo dell’idrovolante del padre, che lo porta da Forte dei Marmi a Genova. Il velivolo, guidato da un pilota esperto, ammara all’idroscalo, ma urta un tronco d’albero e si ribalta. Niente di grave, ma Edoardo viene colpito alla nuca dall’elica del motore e muore sul colpo, a 43 anni. La moglie Virginia, che vorrebbe risposarsi con Curzio Malaparte, deve affrontare l’ostilità del suocero, che vuole la custodia dei bambini. Per una volta, Giovanni Agnelli non ottiene ciò che vuole, ma deve arrivare a un compromesso con la nuora, che nel 1945 muore in tragico incidente automobilistico.

Giorgio Agnelli: Giorgio, nato nel 1929, è un altro Agnelli atipico, praticamente dimenticato, se non volutamente cancellato dall’album di famiglia. Sicuramente non ha un buon rapporto con il fratello Gianni, che pare avesse l’abitudine di prenderlo in giro, di bullizzarlo, detto con un termine che all’epoca non esisteva. Giorgio, che soffre di disturbi psichici, non è coinvolto nella gestione della Fiat, ma detiene comunque un pacchetto azionario, che minaccia di vendere durante l’ennesima lite con il fratello. Forse, ma la storia non è mai stata confermata, tira fuori una pistola e spara a Gianni, senza colpirlo. Il giorno successivo viene prelevato da un’ambulanza e condotto in una clinica svizzera. Nove mesi dopo muore suicida, dopo essersi gettato dall’ultimo piano dell’edificio.

Umberto Agnelli: anche il fratello minore di Gianni, nato nel 1934, affronta presto il dramma dei numerosi lutti di famiglia. Ha solo un anno quando perde il padre e 11 quando muore la madre. Dal primo matrimonio, con Antonella Bechi Piaggio, nascono due gemelli che vivono solo pochi giorni. Il secondogenito Giovanni Alberto, come raccontato sopra, muore nel 1997. Anche Umberto, come il fratello Gianni e il figlio, se ne va a causa di un tumore, nel maggio del 2004.


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