Il Tesoro di Oxus: l’Inestimabile Collezione di Oro e Argento dell’Impero Achemenide

Il tesoro di Oxus è una collezione di circa 180 pezzi di oro e argento risalenti al V e al VI secolo avanti Cristo. Gli oggetti furono realizzati nel contesto dell’impero Achemenide persiano, e vennero ritrovati fra il 1877 e il 1880 nel sito di Takht-i-Kuwad, nell’odierno Tajikistan. Il luogo e la data del ritrovamento sono sconosciuti, anche se sicuramente fu nei pressi del fiume Oxus, che da il nome all’intero tesoro. Poco distante dai ritrovamenti, all’inizio del ‘900, gli archeologi russi scavarono un tempio risalente al III secolo avanti Cristo, il quale viene identificato come il luogo originale di conservazione del tesoro.

Sotto: La statuetta di un giovane nudo. Fotografia condivisa con licenza Creative Commons via Wikipedia:

Il tesoro comprende bracciali, anelli, sculture varie, modelli di carri e figure umane, targhe votive, monete, vasi, sigilli e disparati oggetti personali oltre che un fodero in oro, il più antico reperto della collezione, che riporta la scena di un’antichissima caccia al leone.

Il pesce d’oro.

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I reperti del tesoro sono magnifici, ma i più noti sono probabilmente due carri in oro, trainati da quattro cavalli. Altri pezzi notevoli sono due braccialetti con teste di grifoni del V e IV secolo avanti Cristo, un esempio di arte orafa senza eguali nell’impero achemenide. Questi erano gli oggetti dalla produzione più complessa, che furono lavorati in elementi diversi per poi esser saldati insieme. Altri braccialetti raffigurano stambecchi, capre, tori, leoni, anatre e creature fantastiche.

Spille in Oro.

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La storia del Ritrovamento

Dopo esser stati trovati dalla gente del posto, un grande gruppo di oggetti, probabilmente la maggior parte del tesoro, fu acquistata da tre mercanti indiani di Bukhara, nel 1880. Essi erano in viaggio da Kabul a Peshawar quando abbandonarono la propria carovana, finendo catturati da una tribù afgana. La notizia del rapimento giunse al capitano inglese Francis Charles Burton, ufficiale politico britannico in Afghanistan, che partì immediatamente alla ricerca dei tre mercanti e del loro tesoro.

Due volti umani, con davanti la statuetta di un Re.

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Verso mezzanotte si imbatté nei ladri, che stavano già combattendo fra loro, probabilmente per la spartizione del bottino. Il tesoro era sparso fuori dalla grotta, dove giacevano anche quattro banditi, uccisi dai loro stessi colleghi. Burton recuperò buona parte del tesoro e lo restituì ai mercanti, che gli donarono, in segno di gratitudine, il braccialetto con i grifoni, che il capitano inglese vendette al Victoria and Albert Museum per 1.000 sterline, nel 1884.

Il bracciale con i Grifoni, che ha perso le pietre preziose di cui era adornato.

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I mercanti proseguirono quindi alla volta di Rawalpindi, nell’odierno Pakistan, dove vendettero parte del tesoro a Sir Alexander Cunningham, il generale e archeologo britannico che fu il primo direttore delle indagini Archeologiche in India, e un’altra parte al collezionista britannico Augustus Wollaston Franks. Franks in seguito acquistò il resto della collezione da Cunningham, lasciando in eredità al British Museum l’intero tesoro, nel 1897.

Il Carro d’Oro.

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Il contesto religioso

I re Achemenidi, almeno dopo Ciro il Grande e Cambise, si fecero descrivere come adoratori di Ahuramazda, ma non è chiaro se la pratica religiosa incluse lo Zoroastrismo. I persiani non imponevano ai popoli assoggettati le loro pratiche religiose, (come ad esempio sugli ebrei). Altri culti persiani comprendevano il culto di Mitra e Zurvan, insieme a molti altri. Il tesoro si inserisce in un contesto religioso indefinibile, una situazione molto bizzarra se si pensa che esso era custodito in un tempio.

Placche votive.

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I dubbi sull’autenticità

Le circostanze della scoperta e il commercio dei pezzi, oltre che la varietà di stili e la qualità della lavorazione, gettarono sin da principio molti dubbi sull’autenticità del tesoro, o almeno di una sua parte. Gli indiani inizialmente fecero sicuramente delle copie del tesoro, che Franks acquistò, per poi acquistare i pezzi del tesoro veri e propri, immediatamente distinguibili dalle copie.

Due statuette che portano in mano un Barsom.

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Le prove a sostegno dell’autenticità del tesoro vengono da ritrovamenti seguenti, fatti in contesti di scavo archeologici affidabili. In particolare, nel 1902 vennero trovati alcuni gioielli, tra cui bracciali e collane, in una tomba di Susa da una spedizione francese, che sono del tutto somiglianti all’arte achemenide del tesoro di Oxus.

Sotto: oggetti comparabili nei rilievi di “Apadama” a Persepoli: bracciali, ciotole e anfore con manici di Grifone che vengono portati come tributo. Fotografia condivisa con licenza Creative Commons via Wikipedia:


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