Il terribile Processo alle Streghe di Triora

Siamo alla fine del XVI secolo a Triora, un borgo sopra Genova che all’epoca era uno snodo importante per il commercio con la Francia e un fornitore di grano alla Repubblica. Il villaggio era un podestariato di Genova, e da Genova dipendeva per le questioni più spinose.

Sono anni difficili, una carestia ha colpito Triora (probabilmente causata dai signori locali ma di questo ne parleremo alla fine). Nell’ottobre del 1587, il consiglio degli anziani decide di istituire un processo contro le streghe, presunte responsabili della terrificante carestia che ha colpito il paese.

Stanziano 500 scudi, una cifra enorme, e arrivano il vicario dell’inquisitore sia di Genova sia di Albenga, quest’ultimo tale Girolamo Del Pozzo, un sacerdote. Passano pochi giorni, e durante la celebrazione della messa Del Pozzo fa la richiesta:

Denunciate pubblicamente le streghe, nel nome di Dio!

Questo è il momento in cui inizia il terrore a Triora, un momento che la storia della città non dimenticherà mai più. Saltano fuori i nomi di venti donne, tutte innocenti che vengono incarcerate, e inizia un massacro. I capi d’imputazione comprendono cerimonie sataniche, infanticidiocannibalismo e addirittura il “commercio col maligno“. Gli interrogatori si svolgono nel modo dell’epoca, cruenti e spietati.

Fra queste 13 donne e 4 ragazze si dichiarano colpevoli

Grazie alla tortura saltano fuori i nomi di altre 10 donne che avrebbero avuto a che fare con il maligno, e le fila delle incarcerate si ingrossano fino ad arrivare a 30 persone. 12 non confessano, neanche sotto tortura. Tutti gli accusati vengono condotti in case private convertite, per l’occasione, in prigioni. Fra queste rimane famosa, ancora al giorno d’oggi, Casa del Meggio, ribattezzata Ca’ de Baggiure (casa delle streghe in dialetto ligure).

Ma le torture erano pesantissime. Fra le donne martoriate una muore, Isotta Stella, per le conseguenze delle ferite, mentre un’altra muore mentre cerca di scappare calandosi da una finestra. Non ce la faceva più a reggere quel supplizio.

La morte di Isotta Stella, sessantenne, è quella di peso perché appartiene alla piccola nobiltà locale. Il consiglio degli anziani chiede quindi a Genova di andarci con cautela, il 13 Gennaio afferma che di morti così non dovrebbero più essercene, e i due inquisitori lasciano la città.

A questo punto inizia una fitta corrispondenza fra il vescovo di Albenga, Mons. Luca Fieschi, e il vicario dell’inquisizione, il sacerdote Gerolamo del Pozzo che era stato il responsabile dell’inizio della caccia. Probabilmente, ma questo non è certo, Del Pozzo garantisce che le donne della nobiltà locale non verranno toccate, e che l’inquisizione si scaglierà solo contro le poveracce, magari le prostitute che sopravvivono alla Cabotina, una zona di case fatiscenti a picco su un dirupo.

In pratica le povere possono esser delle streghe, le ricche neanche per idea…

A Maggio Genova manda il suo inquisitore capo, Alberto Fragarolo. Questi visita le carceri ma fa liberare solo un’adolescente di 13 anni, le altre rimangono tutte chiuse, sbarrate fra le mura di quelle abitazioni convertite in prigioni.

Per le strade di Triora il clima è nero. Gli abitanti temono di essere accusati di stregoneria e sortilegi, in modo simile a quanto accadrà a Salem, circa un secolo dopo.

Nel Giugno del 1588 la situazione precipita: viene nominato commissario per l’inquisizione Giulio de Scribani, il quale decide di inasprire la caccia ed estendere le ricerche anche a Castel Vittorio e Sanremo, qui vicino. De Scribani spedisce le prime 13 donne nelle carceri di Genova, e continua la sua ricerca per riempire di nuovo quelle celle rimaste vuote.

Le accusa di infanticidio, di commercio con il demonio, di reati contro Dio

Scribani, che doveva esser considerato più terribile del diavolo in persona, chiede di mandare al rogo quattro donne. Dopo un primo rinvio per insufficienza di prove avallato da Serafino Petrozzi, il processo riprende e le donne vengono condannate, con la complicità di altri due giudici, Pietro Alaria Caracciolo e Giuseppe Torre. E’ il 30 Agosto del 1588, e di quella sentenza di condanna rimane anche la testimonianza, ovviamente in latino, disponibile sul sito del museo delle streghe di Triora. Pochissimo tempo prima dell’esecuzione arriva a Triora il Padre inquisitore di Genova, che ferma i preparativi per l’esecuzione e invia le quattro donne a Genova, insieme alle 13 che erano state mandate lì in precedenza.

Scribani però è un flagello per tutta la regione. Cerca streghe nei paesi limitrofi, Andagna, Bajardo, Montalto Ligure e altri, incarcera e tortura, accusa e si difende dalle accuse che lo vedono come un pazzo in cerca di sangue. Ma riesce a scamparla.

Chi non la scampa sono le donne che accusa e tortura, che vengono seviziate per estorcere confessioni. Non si conosce il numero di morti che in circa un anno vengono causate da Scribani, e non ha senso neanche proporre un’ipotesi. Innocenti torturate e ammazzate per ragioni economiche e politiche, oltre che per la foga religiosa.

Quel che possiamo dire con certezza è che il processo finisce il 23 Aprile del 1589, un anno e mezzo dopo che era iniziato. Non sappiamo quante donne siano morte, e non conosciamo neanche la sorte di tutte quelle incarcerate a Genova e a Triora. Potrebbero esser state semplicemente rilasciate, oppure chissà. Dopo un anno e mezzo di carcere, accusate come streghe, esser reintegrate nella società sarà stato comunque impossibile.

La folle caccia di De Scribani non passa però sotto silenzio, e l’uomo viene scomunicato nel 1589, scomunica che però gli viene rimessa dal Doge genovese qualche tempo dopo.

I motivi della caccia

Donne uccise, incarcerate e torturate, perché c’è stato il processo di Triora? Le cause reali di questo processo potrebbero essere diverse, ma le ipotesi sono limitate. Si è parlato molto di una carestia, ma è improbabile che Triora, considerato il granaio di Genova, patisse la fame. E’ invece probabile che i nobili locali volessero aumentare i prezzi di vendita alla Repubblica, e che i prezzi, troppo alti per i trioresi, avessero l’effetto di una carestia.

Un’altra ipotesi è quella religiosa, ovvero un odio verso alcune levatrici che davano battesimi ai bambini nati morti e li seppellivano sul sagrato della chiesa di San Bernardino, una pratica che alla chiesa non piaceva affatto e che potrebbe aver scatenato la caccia.

In ultimo c’era il processo a Marco Faraldi, canonico di Triora, che era accusato di ricerca alchemica ma soprattutto di falsa monetazione, processo scomodo che andava messo sotto silenzio, e una caccia alle streghe poteva far dimenticare tutto.

I motivi dietro la caccia alle streghe di Triora sono ormai sepolti, dimenticati negli oceani del tempo, ma furono certamente materiali, e le pene che patirono quelle decine di donne innocenti non giustificate da nessuna colpa. Oggi rimane la memoria di quegli eventi, narrati per la prima volta dallo storico Michele Rosi nel libro “Le streghe di Triora in Liguria” pubblicato nel 1898, e poi ripresa da moltissimi altri studiosi che riuscirono ad analizzare le carte processuali genovesi.

Una stortura della giustizia dell’uomo che ha colpito Triora, Salem, Vardo e tanti altri luoghi in epoca moderna, una stortura che veniva mascherata come giustizia divina.

Fonti:

Instoria, articolo di Ippolito Edmondo Ferrario: “Triora, la Salem d’Italia. Storia del più grande processo per stregoneria svoltosi in Italia nel 1587”

Wikipedia: Processo alle streghe di Triora.


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