Nessuno, tra i suoi conoscenti di Melbourne, avrebbe mai immaginato quale tragica, e al tempo stesso commovente storia, si nascondesse sotto l’aspetto tranquillo, per non dire anonimo, di Lale Sokolov.

Lale Sokolov

Per oltre cinquant’anni, Sokolov portò nascosto dentro di sé un segreto pesante da sopportare, ma troppo difficile da condividere con estranei, e addirittura con il suo stesso figlio. Solo alla morte della sua amata moglie, nel 2003, si decise a raccontare i particolari di quei terribili anni trascorsi nel campo di concentramento di Auschwitz, dove fu internato perché di origini ebree, e dove, nonostante l’orrore, la morte, la perdita d’identità, incontrò la donna della sua vita, Gisela Fuhrmannova, detta Gita.

L’ingresso al campo di concentramento di Auschwitz 1

Prima di diventare il numero 32407 nell’inferno di Auschwitz, era un ragazzo di nome Ludwig “Lale” Eisenberg, nato nel 1916 in una piccola città della Slovacchia, da genitori ebrei. Agli inizi degli anni ’40, quando i tedeschi pretesero che almeno un membro di ogni famiglia ebrea andasse a “lavorare” per loro, Lale si offrì di partire, pensando che il resto della famiglia sarebbe stato risparmiato.

Era l’unico fra tutti  fratelli a non essere sposato

Avevo 26 anni quando sono stato prelevato dalla casa dei miei genitori e trasportato come un animale in un luogo sconosciuto

Quel luogo sconosciuto era Auschwitz, il più grande campo di sterminio nazista (formato da un complesso di molti lager, tra i quali Birkenau), il luogo dove migliaia di esseri umani persero la vita, ma non solo: persero la loro identità di persone, vittime di altri esseri umani che invece avevano rinunciato alla loro umanità.

Le rovine del campo di concentramento di Auschwitz-Birkenau

Fonte immagine: Rossrs via Wikimedia Commons – licenza CC BY-SA 3.0

I prigionieri venivano identificati con un numero tatuato sul loro braccio sinistro. Questa pratica fu adottata solo ad Auschwitz, dove il numero delle vittime era talmente elevato che sarebbe stato impossibile identificarli dopo la morte.

Bambini di Auschwitz mostrano le braccia tatuate


Quando arrivavano i famigerati treni, i prigioni considerati inabili al lavoro venivano inviati direttamente alle camere a gas, senza essere registrati né, ovviamente, tatuati.

Un documento dove risulta registrato Ludwig Eisenberg, prigioniero N° 32407


Al suo arrivo, Lale fu destinato a lavorare alla costruzione di nuovi dormitori, ma dopo poco si ammalò di tifo. Dato per morto, stava per essere gettato in una fossa insieme ad altri cadaveri, ma fu salvato da un certo dottor Pepan, un prigioniero francese che aveva l’incarico di tatuare i nuovi arrivati, quello stesso che aveva impresso nella sua pelle il numero 32407.

Pepan salvò la vita del giovane Lale, ma non riuscì a salvare la propria: un giorno sparì e non si seppe mai più che fine avesse fatto. Intanto Eisenberg aveva imparato la tecnica del tatuaggio, e venne scelto per sostituire Pepan, anche perché parlava francese, russo e tedesco. Lale eseguiva il suo lavoro senza guardare negli occhi le vittime:

Aveva imparato che per sopravvivere doveva tenere la testa bassa, la bocca chiusa e non causare problemi

Il suo ruolo gli procurò qualche “privilegio”: lavorare per “l’ala politica” delle SS gli dava diritto a una razione di cibo maggiore (che condivise sempre con altri prigionieri), a una stanza solo sua per dormire, ad avere del tempo libero quando non era impegnato con i tatuaggi. Era protetto, per non dire sorvegliato, da un ufficiale nazista, ma la paura di morire, quella non lo abbandonò mai, per tutto il tempo della detenzione. Era terrorizzato in particolare dal famigerato Dottor Morte, Josef Mengele, che non mancava di urlargli:

Un giorno, tatuatore, un giorno ti prenderò

Nel luglio del 1942, quando ancora era assistente di Pepan, arrivò davanti a lui una ragazza, il cui numero tatuato si stava sbiadendo e doveva essere marchiata nuovamente. Capitò che Lale alzasse lo sguardo verso gli occhi di lei, e se ne innamorò immediatamente. Quando tatuò il numero 34902 sul braccio di Gita, ebbe l’impressione di inciderlo anche sul suo cuore. Riuscì a sapere che la ragazza era internata nel campo di Birkenau, e con la complicità di alcune guardie SS iniziò uno scambio di lettere, e ci fu anche qualche incontro clandestino.

La rampa dei treni del campo di Birkenau

Fonte immagine: Bundesarchiv B 285 Bild-04413 / Stanislaw Mucha / CC-BY-SA 3.0 via Wikipedia – licenza CC BY-SA 3.0

Nel 1945, i nazisti iniziarono a mandare i prigionieri di Auschwitz in altri campi, così Lale e Gita si persero. Lui fu mandato a Mauthausen, senza sapere quale fosse stato il destino di lei. A guerra finita, Eisenberg tornò a casa, per scoprire che solo una delle sorelle viveva ancora al paese. Degli altri familiari non seppe più nulla, e non scoprì mai che i suoi genitori erano morti proprio ad Auschwitz, dove non sopravvissero nemmeno per un giorno, mandati direttamente alle camere a gas.

Per ritrovare Gita, Lale andò a Bratislava, dove stavano convergendo molti dei sopravvissuti ai campi che tornavano verso la Slovacchia. Per due settimane tentò di individuare Gita tra tutti quei passeggeri stravolti, armato solo di una speranza che non voleva far morire. Poi qualcuno gli consigliò di rivolgersi alla Croce Rossa, ma lungo la strada una giovane donna dal viso familiare incrociò il suo carro. Aveva quegli stessi occhi che avevano illuminato l’inferno di Auschwitz:

Era Gita, la donna con la quale era stato capace di sognare un futuro, in un luogo dove i sogni erano stati cancellati e la parola “futuro” sembrava priva di qualsiasi senso

Lale e Gita nel 1945

I due si sposarono nell’ottobre del 1945, ma le loro tribolazioni non erano finite. La coppia adottò il cognome Sokolov, pensando di avere meno problemi nella Cecoslovacchia ormai passata sotto il controllo sovietico. Nonostante l’espediente, Lale fu imprigionato per aver inviato soldi a sostegno della fondazione di uno stato israeliano. Quando il loro negozio di tessuti fu requisito dallo stato, Lale e Gita fuggirono dalla Cecoslovacchia e se andarono in Australia, a Melbourne.

Lì iniziò realmente la loro nuova vita. Per anni pensarono di dover condividere il ricordo di quell’inferno da soli, uniti e innamorati ma destinati a non avere figli a causa delle privazioni, della fame e delle torture subite da Gita nei campi tedeschi. Nel 1961, invece, come un miracolo inaspettato arrivò Gary, il loro unico figlio, testimone dell’amore assoluto che legò per tutta la vita i suoi genitori.

Lale e Gita, con il figlio Gary

Ma nessuno dei due dimenticò mai gli orrori che avevano visto e vissuto proprio nel momento in cui si erano innamorati. Lale non tornò mai in Europa, e Gita solo un paio di volte. Lui non rivelò mai a nessuno di essere stato il tatuatore di Auschwitz, portandosi addosso il fardello di un senso di colpa mai sopito, e la paura di essere considerato un collaboratore dei nazisti. Tutta la verità sulle loro vite, e sulla loro storia d’amore, fu rivelata da Lale solo dopo la morte della moglie.

Tra il 2003 e il 2006, anno della scomparsa di Lale, l’autrice Heather Morris ha ascoltato la storia di Ludwig Eisenberg, per scrivere la sceneggiatura di un film. Alla fine invece ne è uscito un libro, Il tatuatore di Auschwitz, pubblicato all’inizio del 2018.

Categorie: Storia

Annalisa Lo Monaco

Annalisa Lo Monaco

Lettrice compulsiva e blogger “per caso”: ho iniziato a scrivere di fatti che da sempre mi appassionano quasi per scommessa, per trasmettere una sana curiosità verso tempi, luoghi, persone e vicende lontane (e non) che possono avere molto da insegnare.