Il Suicidio di Tiziana Cantone è il Tragico Specchio degli Errori di un’Intera Generazione

Tiziana Cantone si è suicidata martedì 13 Settembre a seguito della pubblicazione, circa un anno prima, di una serie di video hard che la vedevano protagonista. La donna, consenziente nel girare i video ma non per questo d’accordo alla loro diffusione, non ha retto l’esser diventato un personaggio “porno” deriso da tutta l’Italia. In aggiunta a questa non-voluta celebrità, il tribunale di Napoli l’aveva condannata al pagamento di 20.000 euro di spese legali poiché la donna aveva chiesto la rimozione dei filmati da internet, e dei link ad essi associati. La ragione dei giudici, a quanto si apprende, è che Tiziana fosse consenziente al momento della realizzazione del filmato. Quindi, secondo loro, in parte colpevole della presenza online di quei video.

Dietro la sua tragedia, la violenza da lei subita da parte in primis di tantissimi utenti italiani, poi dei media (qui le tardive scuse di Peter Gomez, che ha fatto cancellare l’articolo sul Fatto Quotidiano e che sfruttava l’enfasi della vicenda per fare visite) si specchia un’intera generazione che ha frainteso il proprio rapporto con la privacy. Il fallimento è totale e devastante, suggellato da una morte, quella di Tiziana, ampiamente evitabile.

La vicenda dei video hot pubblicati online diventa famosa in Italia tanti anni fa, nel 2005, quando saltò agli “onori” della cronaca la vicenda di Forza Chiara da Perugia. L’incipit è sempre uguale: il video di una ragazza che fa sesso viene pubblicato in rete senza che la donna ne sia a conoscenza. Stesse modalità, stesse finalità “vendicative”, finale ignoto (fortunatamente) per lei, noto per lui: condanna sia in sede civile sia penale.

Quella di Tiziana è una morte che, prima o poi, sarebbe purtroppo dovuta accadere. Una morte non ha mai un senso compiuto, ma certamente lo può avere la vita di una persona. La vita di Tiziana può far riflettere le tante persone che, consenzienti o meno, mettono la propria immagine nelle mani di altre in grado di sfruttarle, ricattarle o, peggio ancora, renderle zimbello della rete.

Girando i filmati le persone come Tiziana non commettono reato, non offendono nessuno e non fanno qualcosa di riprovevole. Le persone che hanno in mano questi contenuti possono commettere reato, offendere qualcuno o fare qualcosa di miserevole.

L’arma viene fornita dalla stessa vittima, che ha fiducia che “l’armato” non ne faccia mai un cattivo uso

La diffusione degli smartphone ha consentito a milioni di persone di girare video con una facilità prima sconosciuta. La semplicità della realizzazione dei filmati e la velocità della loro diffusione devono essere un campanello d’allarme per tutte quelle persone che decidono di registrare un momento intimo vissuto con un’altro o un’altra, conoscendo le tragiche conseguenze che le attendono se malauguratamente quei filmati dovessero finire pubblicati in rete.

Spesso poi il “condivisore” non sa cosa possa significare pubblicare un filmato su internet. Sovente si tratta di persone di bassa estrazione culturale o ragazzi giovanissimi che non comprendono le conseguenze delle proprie azioni. Il video non rimane legato alla pagina dove viene condiviso, ma può esser scaricato da chiunque, bypassando magari controlli sulla privacy e altri filtri. I filmati di Youtube, tanto per fare un esempio banalissimo, sono downloadabili con una facilità disarmante. Pubblicare un video online significa quindi non poter tornare più indietro: questo continuerà a vivere sugli hard disk degli utenti, che potranno condividerlo e renderlo disponibile in qualunque momento.

La morte di Tiziana obbliga le istituzioni e i cittadini ad una reazione drastica, ad una alfabetizzazione sui rischi connessi alla registrazione dei propri momenti privati, all’insegnamento della potenza distruttiva della rete e al rischio connesso alla diffusione di filmati compromettenti.

Tiziana Cantone è morta. L’obbligo di tutti, per un futuro più responsabile, è fare in modo che la sua vita e le cause della sua morte non vengano dimenticate.

Matteo Rubboli

Sono un editore specializzato nella diffusione della cultura in formato digitale, fondatore di Vanilla Magazine. Non porto la cravatta o capi firmati, e tengo i capelli corti per non doverli pettinare. Non è colpa mia, mi hanno disegnato così...

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