E’ stata scoperta nel 2016 a Deir el-Medina, l’antichissimo villaggio di operai di Luxor, e da subito ha costituito un caso unico nel proprio genere: la mummia egizia con i tatuaggi più antichi mai ritrovati. Il significato di quei tatuaggi era rimasto però sconosciuto, e solo qualche tempo fa Mustafa el Waziri, segretario generale del Consiglio Supremo delle Antichità Egizie, ha svelato che la donna era una Sacerdotessa, morta fra il 1.300 e il 1070 a.C. a un’età compresa fra i 25 e i 34 anni.

I tatuaggi della mummia raffigurano il famoso Occhio di Horus, simbolo di protezione contro il male, ma anche fiori di loto, babbuini seduti, mucche e simboli magici, tutti disegni che hanno consentito di identificare la donna come una sacerdotessa di circa 3.000 anni fa. L’ipotesi era stata avanzata dall’archeologa che aveva fatto la scoperta, Anne Austin della Stanford University, che aveva affermato:

Da qualsiasi angolazione guardi questa donna, vedi un paio di occhi divini che ti guardano

Scoprire la natura del ruolo di questa donna è stato difficile, anche perché la mancanza delle gambe, delle mani, della testa e del bacino ha reso le indagini molto complicate. Il 24 ottobre il Supremo Consiglio delle Antichità Egizie ha confermato le ipotesi dell’archeologa statunitense, dichiarando ufficialmente il prestigioso ruolo religioso dell’antica sacerdotessa.

La scoperta è inusuale e particolarmente significativa, perché sono rare le testimonianze di donne che esercitavano ruoli religiosi di primo piano nell’Antica Società Egiziana, fra le quali si ricorda la Sacerdotessa Heptet, scoperta nel 2018. Nonostante le donne dell’Antico Egitto sapessero leggere e spesso anche scrivere, alcune cariche erano precluse o di difficilissimo accesso, e i ruoli religiosi appannaggio del genere maschile. La scoperta dei resti di diverse sacerdotesse potrebbe però gettare nuova luce sulla (già ottima) considerazione della donna in questa antichissima società, una considerazione che, nella storia, sarà eguagliata soltanto molti millenni più tardi.

Matteo Rubboli
Matteo Rubboli

Sono un editore specializzato nella diffusione della cultura in formato digitale, fondatore di Vanilla Magazine. Non porto la cravatta o capi firmati, e tengo i capelli corti per non doverli pettinare. Non è colpa mia, mi hanno disegnato così...