Il gesto comunemente noto come “saluto romano”, con il braccio destro teso alzato a formare un angolo di circa 135 gradi rispetto al corpo e con il palmo della mano rivolto verso il basso con le dita unite, venne adottato come suo saluto ufficiale dal regime fascista e, poi, anche da quello nazista. Ma gli antichi Romani si salutavano davvero così?

A dispetto del nome, il saluto “romano” non era usato nell’antica Roma e che i Romani si salutassero in tal modo è un falso mito che non trova riscontro in nessuna testimonianza storico-letteraria o artistica, come si legge anche nell’opera dello storico Martin M. Winkler “The Roman Salute: cinema, history, ideology”. Il gesto di alzare il braccio destro con la mano rivolta in avanti, presente in alcune sculture commemorative di imperatori come Augusto e Marco Aurelio, aveva un significato diverso, che esprimeva, simbolicamente, onore, fedeltà, amicizia e lealtà. Cicerone, per esempio, riporta che Ottaviano, il futuro Augusto primo imperatore, fece un giuramento a Giulio Cesare «et simul dextram intendit ad statuam», alzando e tendendo il braccio destro verso la sua statua (Epistulae ad Atticum, Libro XVI, epistola XV, 3). Perchè, allora, il saluto con il braccio teso è chiamato “romano?”

Un ruolo fondamentale nella creazione del falso mito lo ebbe il celebre dipinto di Jacques-Louis David “Il giuramento degli Orazi” (1784), nel quale tre fratelli romani, gli Orazi, prestano un giuramento con il braccio teso. Tale gesto sarebbe poi stato erroneamente interpretato come un saluto dell’antica Roma, e pertanto tale dipinto, esposto al Louvre, ebbe un ruolo importante nel diffondere la convinzione che il saluto con il braccio teso risalisse all’antica Roma. Un contributo notevole alla diffusione di questo equivoco fu poi dato dal cinema del primo Novecento. A consacrare tale gesto come simbolo della romanità fu, infatti, il film “Cabiria” di Giovanni Pastrone (1914), capolavoro del cinema muto italiano, alla cui sceneggiatura collaborò anche D’Annunzio, autore delle didascalie letterarie che ne intervallavano alcune scene. E non è un caso che tale simbolo venne ripreso proprio da D’Annunzio e che la prima apparizione documentata del saluto “romano” in Italia risalga all’impresa di Fiume del 1919, quando fu adottato dai suoi legionari, sebbene lo eseguissero, in genere, non con la mano libera, ma stringendo un pugnale, come simbolo della retorica bellicosa del poeta-soldato.

Il regime fascista, a sua volta, si ispirò a numerosi simboli e forme di comunicazione sperimentate durante l’occupazione di Fiume, tra cui il saluto “romano”, reso celebre da Benito Mussolini e dalle sue camicie nere, cavalcando, in tal modo, il falso mito dell’origine romana. Il suo uso fu, poi, ufficializzato e imposto nelle amministrazioni pubbliche con un Regio decreto del 27 novembre 1925 e in Germania, con l’avvento del nazionalsocialismo, fu reso d’uso ufficiale nel 1933. In Italia il gesto è stato vietato dalla legge Scelba del 1952, successivamente modificata con la legge Mancino del 1993, ma solo se effettuato con l’intento di “compiere manifestazioni esteriori di carattere fascista”; secondo la Corte suprema di Cassazione, infatti, si applica il divieto se rappresenta un incitamento alla violenza o se è effettuato allo scopo di promuovere la ricostituzione del partito fascista, invece, se è attuato in funzione commemorativa. non costituisce reato, infatti è solitamente adottato, senza conseguenze penali, in diverse occasioni e cerimonie commemorative nei movimenti e dai simpatizzanti di estrema destra.

Pertanto la storia del saluto fascista, attribuito agli antichi Romani e definito “romano”, è in realtà la storia di un saluto che romano non è.
Stefania Mastrosimone

Stefania Mastrosimone

Siciliana, laurea in Lettere classiche, amante dei classici greci e latini (ma non solo), dell'arte, della scrittura, della fotografia e dei viaggi. Nei viaggi (anche mentali) coltivo idee e le idee mi fanno viaggiare.

La mia passione per il mondo classico non mi preclude, comunque, una "sana curiositas" nei confronti del mondo digitale. Non a caso, ho sempre creduto che la conoscenza avesse una metafora privilegiata (che ben coniuga questi due aspetti che convivono in me): quella della “navigazione”, dall’andar per mare di Ulisse al navigare nella rete di Internet!

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