Il “Salon des Refusés” – l’opera che scandalizzò Parigi 

Durante il corso del 1800 Parigi diventa il centro d’Europa e la capitale vive il pieno fermento culturale che anima la società. In questo contesto affiorano modernità ed ingegno e l’arte in ogni sua variante trova libera espressione.

Ogni due anni la capitale ospita il “Salon”, ossia la mostra di nuove opere d’arte, tra pittura e scultura, che vengono esposte all’interno del museo del Louvre. L’evento rappresenta per gli autori l’opportunità di farsi conoscere ed affermarsi professionalmente, impresa di fatto ardua visto la rigidità della giuria del Salon, incaricata di giudicare ogni opera.

È il 1863 quando scoppia la polemica: delle 5000 tele proposte soltanto 2000 vengono accettate mentre le restanti sono scartate, per questo gli artisti rifiutati protestano contro la giuria, ligia al rigoroso accademismo dell’epoca.

Il malcontento provocato ha una risonanza molto forte, al punto che l’imperatore Napoleone III decide di allestire una mostra parallela a quella ufficiale formata da tutte le opere scartate così da lasciar giudicare al pubblico la qualità dei lavori. Molti autori decidono però di non parteciparvi e ritirano i propri quadri, timorosi della possibile reazione del pubblico. Furono di fatto “soltanto” 800 le tele esposte da circa 400 artisti.

Il “Salon des Refusés” (letteralmente la “Mostra dei rifiutati”) ha luogo all’interno del Palais de l’industrie e la particolarità dell’evento provoca immediatamente un acceso interesse.

«Da ogni parte si sentiva il respiro ansimante di corpulenti gentiluomini e il rauco sibilo di signori allampanati e su tutto dominavano le stupide risatine flautate delle donne. Nella parte opposta della sala un gruppo di giovani si contorceva dal ridere […] e una signora era stramazzata su una panca, le ginocchia strette, ansimando e sforzandosi di respirare col viso nascosto nel fazzoletto»

Il celebre scrittore Emile Zola descrive in questo modo gli spettatori che partecipano alla mostra. La prima reazione è in effetti di scherno, poiché le opere presentate sono lontane da quanto dettato dagli stilemi accademici dell’epoca.

“Deplorevole, impossibile, folle e ridicola”

Queste sono le parole utilizzate dal critico d’arte Louis Esnault sul giornale Revue Française per descrivere la qualità delle opere presentate. La mostra in effetti provoca un certo scandalo da parte del pubblico, colto impreparato dallo stile e dai soggetti rappresentati.

Il Salon des Refusés rappresenta un evento fondamentale per la storia dell’arte poiché è attraverso questa mostra che arrivano al pubblico quelle che saranno le nuove tendenze della seconda metà dell’800. Per la prima volta l’arte “non ufficiale”, lontana dai precetti accademici, arriva al grande pubblico attraverso un canale ufficiale, per di più per volontà di un sovrano.

V’è un’opera che ha più di tutte osato sfidare il lezioso perbenismo borghese, diventando la chef d’oeuvre della mostra parigina: “La colazione sull’erba” di Eduard Manet.

Quattro persone di cui due uomini e due donne si ritrovano sulla riva della Senna per consumare una “colazione”. I due uomini sono rispettivamente Gustave Manet, fratello dell’artista, e Ferdinand Leenhoff, uno sculture Olandese mentre una giovane operaia di Montmatre, Victorine Meurent, ha posato per la donna in primo piano e l’altra sullo sfondo.

Il nudo artistico è sempre stato presente nelle opere più famose ma nessun autore aveva prima di allora realizzato un nudo non allegorico. La persona ritratta da Manet, che guarda sfrontatamente l’osservatore non è una ninfa e nemmeno una dea ma una semplice donna, quanto di più normale possa esistere. Ce lo suggeriscono gli abiti borghesi indossati dai due uomini, quelli su cui siede la giovane e la sottana indossata dall’altra sullo sfondo. Questo è il motivo dello scandalo: Manet ha osato sconsacrare l’utilizzo del nudo artistico, qualcosa che nessun altro aveva fatto prima d’allora.

L’artista viene accusato di mancar di rispetto ai capolavori del passato dai quali ha preso ispirazione; nell’ambientazione bucolica evidente è il richiamo a “Il concerto campestre” di Tiziano mentre i nudi e le posizioni dei modelli provengono da incisioni di Marcantonio Raimondi tratte da “Il Giudizio di Paride” di Raffaello.

Sotto il punto di vista stilistico, l’opera di Manet scavalca qualsiasi dettame accademico per ritagliarsi uno spazio tutto suo e lo fa trasgredendo l’utilizzo del chiaroscuro e della prospettiva.

Lo sfondo non è ben definito e i personaggi sembrano esservi incollati sopra, privi di un volume proprio mentre i colori sono stesi con pennellate veloci, giustapponendo toni caldi e freddi così da creare il contrasto che li rende più vivaci. Per queste caratteristiche, al tempo così peculiari, Manet viene considerato precursore del movimento impressionista che negli anni successivi avrebbe catturato l’attenzione dei suoi contemporanei.

Le critiche ricadono sull’artista come una tempesta e Manet in un raptus distrugge molte delle sue opere ma l’uomo comunque non si lascia sconfortare dai giudizi negativi e continua a realizzare opere provocando pubblico e critica. Celebre è “Olympia” realizzata nello stesso anno ed esposta nel Salon del 1865. L’oggetto della critica è quanto di più scabroso: ispirandosi alla “Venere di Urbino” di Tiziano, Manet ritrae una prostituta e con ulteriore sfacciataggine le dona un nome tipico delle “donne di piacere” parigine dell’epoca.

“Bisogna essere del proprio tempo e fare quello che si vede” diceva l’artista, che sulla scia dello stile realista dipinge scene di vita quotidiana, dando importanza a tutto ciò che accade attorno a noi. È grazie alla sua provocatoria sfrontatezza che Manet di colpo diventa l’artista più famoso di tutta Parigi e ad oggi uno degli artisti più famosi della sua epoca.


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