Il Sacco di Otranto e il sacrificio degli 813 Martiri Cristiani

“Agli eroi e ai martiri otrantini del MCDLXXX. L’Italia riconoscente” è l’epigrafe incisa sul basamento in marmo del Monumento ai Martiri di Otranto. Dal 3 settembre 1923, anno della sua inaugurazione, i turisti della città salentina possono ammirare il simbolico omaggio a tutte quelle persone che, nel XV secolo, si sacrificarono opponendosi alla ferocia degli ottomani. La statua raffigura una donna che con fierezza volge lo sguardo al mare, laddove giunsero le navi turche, e stringe a sé due oggetti: una bandiera e una croce; metafore dell’eroica resistenza in nome della patria e della cristianità.

Mehmet II, anche noto come Maometto II il Conquistatore, era il figlio di Murad II, a cui succedette come settimo sultano. Nato ad Adrianopoli il 29 marzo 1432, fu artefice di un’importante espansione dell’Impero Ottomano che, munito di un esercito di grandi dimensioni e di una temutissima artiglieria, nel 1453 pose fine all’Impero Romano d’Oriente conquistando Constantinopoli.

Sotto, ritratto di Maometto II il Conquistatore:

Consapevole di avere a disposizione un apparato bellico capace di insidiare qualsiasi potenza cristiana, il sovrano della Sublime Porta si convinse di essere il nuovo Cesare, e maturò l’ambizione di volgere le sue mire espansionistiche verso i possedimenti dell’antico Impero Romano d’Occidente. Negli anni antecedenti l’assedio di Otranto, i turchi spadroneggiarono per mezza Europa, e all’alba del 1480 i tempi erano maturi per dirigersi in Italia. Il 25 gennaio 1479, a seguito dell’occupazione ottomana dell’Albania, la Repubblica di Venezia sottoscrisse un trattato di pace con Maometto II, che concedeva loro il permesso di continuare gli scambi commerciali a patto della neutralità. Tale accordo, di natura prettamente strategica, fu un grande passo in avanti per i preparativi di guerra del sultano: all’epoca, la penisola dello stivale era immersa nel caos di una serie di conflitti interni, primo fra tutti quello che vedeva contrapposti il Regno di Napoli e il Vaticano contro la Firenze di Lorenzo il Magnifico. Per gli Ottomani, il disordine del frammentario panorama politico italiano poneva il giusto presupposto per puntare al Meridione e risalire fino a Roma a suon di conquiste.

Il mattino del 23 maggio 1480 i soldati del Sultano sbarcarono a Rodi per sconfiggere i Cavalieri Ospitalieri di San Giovanni che la presidiavano, ma, sebbene l’isola fosse un punto strategico utile alla causa dei maomettani, non era l’unica mossa studiata da Mehmet. Ferdinando I di Napoli, detto Ferrante, allarmato dal pericolo di un approdo musulmano nel sud Italia, inviò un piccolo sostegno ai cavalieri, nella speranza di scongiurare un’invasione vera e propria. Il sovrano della Sublime Porta, però, aveva ordinato l’assedio per impadronirsi di Rodi, cosa che, di fatto, non avvenne, e per depistare i suoi rivali. Il suo obiettivo principale era sempre quello di attraversare l’Adriatico e attaccare direttamente il Regno di Napoli, quindi concentrò gran parte della sua imponente flotta nel porto albanese di Valona e, attraverso una serratissima rete di spie, cercò di confondere il più possibile Ferrante, in modo tale da compiere un’incursione a sorpresa in un imprecisato luogo del suo regno.

La strategia del sultano si rivelò vincente, ma, ironia della sorte, si ritrovò a esordire in una città diversa da quella dei suoi piani. Le navi turche erano salpate con l’intento di approdare a Brindisi ma, mentre navigavano il canale di Otranto, il 28 luglio 1480, furono colte alla sprovvista da una tempesta di tramontana e si ritrovarono di fronte alla città salentina.

Veduta di Otranto da carta aragonese del XVI secolo:

Gedik Ahmet Pascià, temutissimo comandante della flotta ottomana, era consapevole della debolezza di Otranto, difesa da mura bizantine risalenti al X secolo; quindi optò per sfruttare il fortuito imprevisto e iniziare la risalita del Meridione da lì, sbarcando in quella che oggi è conosciuta come la Baia dei Turchi, a sei chilometri da Otranto.

Appena gli idruntini (derivante da Hydruntum, nome latino della città) avvistarono le prime navi turche all’orizzonte subito intuirono il pericolo. Le truppe di Maometto erano composte da circa quindicimila uomini e da un’artiglieria all’avanguardia, mentre Otranto, dotata di un sistema difensivo obsoleto e fragile, poteva contare solo su un piccolo esercito mal addestrato e mal rifornito, formato, perlopiù, dagli stessi abitanti. Oltre a contadini, pescatori e altri civili, il comandante Francesco Zurlo disponeva di un numero esiguo e insufficiente di soldati professionisti. Ferrante fu prontamente informato dell’incursione ottomana nel Salento e pur essendo impegnato in Toscana contro Lorenzo de’ Medici promise dei soccorsi il prima possibile.

Castello di Otranto. Fotografia via Wikipedia licenza CC BY-SA 3.0:

Cosciente e incurante di esser stata bersagliata da un rivale con il quale non poteva competere, la città scelse ugualmente di resistere con orgoglio e tenacia. Dal suo canto, Pascià era convinto che i salentini si sarebbero arresi senza combattere. Dopo aver compiuto razzie nella zona circostante, cercò la via diplomatica e inviò un emissario alle mura di Otranto.

La sua proposta era una resa senza spargimento di sangue a patto di una completa abiura della fede cristiana

Il messaggero fu cacciato dalla città con un diniego categorico, ma il comandante ottomano volle fare un secondo tentativo e inviò un ultimatum agli idruntini che, questa volta, in segno di sfida, uccisero il legato turco prima ancora che si avvicinasse alle mura. Per Pascià fu la goccia che fece traboccare il vaso:

Il rispetto dei riti diplomatici erano una sacralità per la religione musulmana e un affronto simile non poteva restare impunito

Il 29 luglio, gli abitanti e la guarnigione abbandonarono il borgo e si rifugiarono nella cittadella del castello per prepararsi all’assedio. I turchi iniziarono a bombardare senza sosta le fragili mura di Otranto e subito conquistarono il borgo. La difesa della cittadella durò circa due settimane; l’11 agosto Pascià ordinò la sortita finale. Le ultime resistenze di Otranto furono completamente spazzate via a suon di cannoni, e il castello cadde preda dei turchi, che si diedero allo stupro, alle razzie e al massacro. Gli idruntini subirono atroci crudeltà e solo le donne più belle e alcuni bambini scamparono alla morte, venendo, come di consueto, catturati e schiavizzati.

Battaglia di Otranto:

Inizialmente riuscirono a sottrarsi all’eccidio del sacco solo 813 otrantini che, fiduciosi di un imminente e insperato aiuto di Ferrante, si barricarono nella Cattedrale. Ancora una volta Pascià offrì loro di convertirsi per aver salva la vita, ma, trovandosi dinanzi a un ennesimo rifiuto i suoi soldati irruppero nel luogo sacro e scortarono gli ultimi superstiti fuori città, sul Colle della Minerva, e il 14 agosto li decapitarono, uno dopo l’altro. Otranto era di Maometto, e il suo generale non solo aveva vendicato il grave affronto subito, ma, soprattutto, attraverso il terrore psicologico aveva mostrato al mondo cristiano il potere della Sublime Porta.

Come si è detto, la penisola versava in un clima di conflitti interni dettati dagli interessi personali dei singoli stati che, neppure in vista di un temutissimo alleato come l’Impero Ottomano, permise loro di far fronte comune. Nonostante ciò il Regno di Napoli e papa Sisto IV erano consapevoli del potenziale pericolo di Maometto, perciò, pur non potendo contare sull’aiuto della Serenissima Repubblica di Venezia, dichiaratasi neutrale in virtù del suo patto con il Sultano, e su Lorenzo il Magnifico o altri alleati cristiani, si adoperarono per velocizzare una crociata contro gli invasori.

Ferrante richiamò dalla Toscana suo figlio Alfonso d’Aragona e radunò un’imponente flotta con il sostegno del Vaticano. Nel frattempo, ottenuta una posizione strategica nel Salento, Pascià si diede al saccheggio e alle scorribande via terra e via mare di tutte le zone limitrofe. L’inverno era alle porte e, una volta giunta la primavera, avrebbe iniziato a marciare in direzione di Roma. Fra la fine di giugno e l’inizio di luglio del 1481 furono ultimati i preparativi e l’operazione di riconquista poté avere inizio. La città fu assediata e bombardata incessantemente dalle navi comandate dal nobile genovese Paolo Fregoso e dalle truppe terrestri di Alfonso d’Aragona. Pascià era stato lungimirante e, prevedendo una possibile controffensiva cristiana aveva fortificato Otranto per renderla inespugnabile. La crociata contro i turchi assunse ben presto i connotati di una guerra di logoramento, ma la fortuna giunse in aiuto delle forze italiane.

Nella notte fra il 3 e 4 maggio del 1481, Maometto II, già gravemente malato, era morto, innescando un’aspra faida di successione fra i suoi due figli: Bayezid e Cem. L’Impero Ottomano versava in una situazione interna ostile, che lasciò Pascià completamente isolato. Non potendo più giungere rinforzi, l’esito dell’assedio subì un’improvvisa impennata che ne accelerò le sorti. Il 23 agosto le milizie cristiane sferrarono un potente e decisivo attacco che minò in maniera irreversibile la strenua difesa turca. La città capitolò in breve tempo e il 10 settembre Pascià si arrese e riconsegnò Otranto ad Alfonso.

Il comandante ottomano, convinto di poter assaltare nuovamente il Salento, abbandonò le mura idruntine lasciando dietro di sé macerie e desolazione, e si affrettò a fare ritorno in patria per sostenere la rivendicazione al trono di Bayezid. Dei due figli di Maometto questi era il più propenso a riprendere con insistenza i piani espansionistici del padre. Tuttavia, sebbene Bayezid succedette a Maometto come nuovo sultano, non fidandosi del grande conquistatore di Otranto, lo fece assassinare il 18 novembre 1482.

All’epoca dello sbarco ottomano nella Baia dei Turchi, Ferrante riteneva improbabile un attacco sulle coste della Puglia, ma, a seguito delle vicende del 1480-81, si adoperò per rinforzare tutta la zona. Il pericolo degli Ottomani, alla fine, aveva prevalso sugli interessi delle singole potenze italiche ed era necessario scongiurare qualsiasi altro tentativo di invasione.

Oggi, il sacco di Otranto è ricordato come un grande esempio di lealtà e orgoglio di un popolo che, pur non disponendo di un esercito in grado di rivaleggiare con l’evidente superiorità del nemico, scelse ugualmente di imbracciare le armi e resistere fino alla fine. Sarebbe bastata un’abiura al cristianesimo per aver salva la vita, ma gli idruntini, di cui è bene specificare i dati esatti delle perdite sono impossibili da stabilire, rifiutarono categoricamente ogni forma di sottomissione.

Ad Alfonso d’Aragona, principale artefice della liberazione di Otranto, fu dedicata la Porta Alfonsina, facente parte della nuova e moderna cinta muraria con cui venne fortificata la città, mentre, in tempi recenti, dopo esser stati dichiarati beati da Clemente XIV nel 1771, gli 813 martiri uccisi sul Colle della Minerva sono stati canonizzati da papa Francesco, il 12 maggio 2013. A memoria dell’efferatezza e delle barbarie dell’invasione turca, le loro ossa sono esposte in una cappella laterale della Cattedrale in cui si barricarono.

Le ossa dei martiri, fotografia di Laurent Massoptier via Wikipedia CC BY 2.0:

Nicola Ianuale

Sono uno scrittore e un grande appassionato di letteratura, cinema e storia. Ho pubblicato un romanzo di narrativa, “Lo scrittore solitario”, e un saggio, “Woody Allen: un sadico commediografo”, entrambi acquistabili su Amazon. Gestisco la pagina Instagram @lo_scrittore_solitario_romanzo dove pubblico post e ogni giorno carico un quiz sulla letteratura.